Hiroshima: l’altro lato del Giappone

Era da tempo che volevamo dedicare un post al Giappone, un viaggio che abbiamo amato e che ci ha arricchito in conoscenza e spiritualità.

Ma parlare del Giappone non è facile, si rischia di cadere in certi cliché dandone un’immagine quasi mitizzata. Cibo (strano, colorato, quasi sempre buonissimo), Tokyo (in tutte le salse), templi, pagode e compagnia bella.

Oggi ci piacerebbe parlarvi di un argomento che di rado ci è capitato di trovare su blog e diari di viaggio, forse perché pochi vanno a vederlo o semplicemente perché la maggior parte dei turisti non si spinge fin quaggiù, decisamente fuori gli itinerari canonici.

Stiamo parlando di Hiroshima e del suo Peace Memorial Park (ma presto arriverà anche un post su Nagasaki, la città che in assoluto ci ha più colpito… Stay tuned!).

Siamo arrivati a Hiroshima partendo dalla stazione di Kyoto via Shin-Osaka, quindi un altro treno fino a destinazione. In tutto due ore mezzo circa. C’era una pioggia torrenziale quando siamo arrivati e carichi di zaini e trolley abbiamo preso il tram per arrivare in hotel. Il Memoriale, dedicato alle vittime del lancio della prima bomba atomica nella storia, il 6 agosto 1945, siamo riusciti a vederlo il secondo ed ultimo giorno, prima di ripartire in direzione Nagasaki.

E’ difficile provare a descrivere questo posto e le emozioni che comunica. Tutto è permeato da un particolare senso di solennità e drammaticità (e giustamente…), amplificato dalla forza dirompente dei simboli che ovunque vi parleranno di tragedia, ma paradossalmente anche di speranza.

Inoltrandoci nel parco abbiamo avuto la sensazione di camminare all’interno di un sepolcro, avvolti dal silenzio rispettoso dei visitatori, nel grigio immacolato del marmo bagnato dalla pioggia che quasi si confonde con il colore del cielo.IMG_6238IMG_6233IMG_6234IMG_6239IMG_6241

Superato l’edificio che ospita il Museo, che abbiamo visitato per ultimo, ci si avvia lungo il viale lastricato che conduce all’Altare della Pace. Qui una scolaresca di ragazzi giapponesi, al riparo dei propri ombrelli neri, si divide in coppie per pregare. Hanno gli occhi chiusi, le mani giunte, mani che vengono sbattute fragorosamente prima di piegarsi in un inchino solenne davanti a questa struttura di pietra, un trespolo improvvisato per piccioni e corvi che non perdono un istante del cerimoniale. Dietro l’Altare una vasta vasca d’acqua riflette la Fiaccola della Pace, un fuoco che verrà spento solo quando al mondo sparirà fino all’ultima delle armi nucleari.IMG_6242IMG_6288IMG_6286IMG_6287IMG_6285IMG_6244

Arriviamo ad una cupola che poggia a terra come un tripode. Figure leggere di bambine pronte a spiccare il volo sulla sua sommità, mentre all’interno della scultura una campanella legata ad una gru di metallo, che nella forma ricorda tanto un origami, quasi invita al suono. Fuori una targa con poche, semplici parole. “Questo il tuo pianto, la nostra preghiera, pace nel mondo”. Si tratta del monumento dedicato a Sadako, una bambina che morì lentamente per via delle radiazioni. Sadako costruì più di mille gru con la tecnica degli origami per ottenere la salvezza, perché così dicevano le leggende, e lei, cuore ingenuo, ci credette fino all’ultimo finché si spense all’età di dieci anni. Arrivò a costruirne con qualsiasi tipo di carta avesse a disposizione durante la lunga degenza in ospedale, persino con le scatole dei suoi farmaci. Oggi è consuetudine che tutti i bambini in visita lascino una gru di carta in sua memoria, e un po’ per tutti gli altri bimbi che non ce l’hanno fatta. Nelle vicinanze ci sono delle teche di plexiglass nelle quali sono esposti alcuni lavoretti, di quelli che si fanno a scuola con un paio di forbici dalle punte arrotondate e del cartoncino colorato, per commemorare le vittime ed educare al concetto di “pace”.IMG_6247gruIMG_6256IMG_6251IMG_6255

Dall’altra parte del fiume il monumento che per antonomasia rievoca concetti come guerra e distruzione: Genbaku Dome o A-Bomb Dome. Si trattava di un rinomato centro culturale la cui struttura venne progettata da un architetto ceco. Lo scheletro della cupola rimase in piedi nonostante la deflagrazione di Little Boy alle 8:15 di quel tragico giorno d’estate. Tra mille polemiche è stato dichiarato Patrimonio dell’UNESCO, simbolo fortissimo di pace e speranza.IMG_6280IMG_6279IMG_6275IMG_6270IMG_6267IMG_6271IMG_6272

La visita al museo sembra un’esperienza che si potrebbe fare da sonnambuli. Non si ha o non si vuole avere percezione di quello che è realmente accaduto. È come se la mente non riuscisse a contemplarlo e, per difesa, lo rifiutasse. Ma poi vedi come sono stati ridotti i comignoli di latta, i giochi e gli abitini degli scolari, i cheloidi sui corpi straziati della gente, tatuaggi disegnati dal diavolo in persona e no, proprio non ce la fai ad illuderti che si tratta solo di un incubo, e te ne stai lì, di fronte a plastici e filmati fin troppo realistici che spiegano come sia avvenuto il lancio, a pensare a tutti i bambini che non ce l’hanno fatta a nascere e a quelli che invece sono nati con gravissime malformazioni, inebetita e attanagliata nel dubbio di quale sia il male minore.

Una visita qui, come abbiamo già avuto modo di scrivere nel nostro diario, è forte come un pugno nello stomaco, ma crediamo sia altrettanto necessaria per comprendere ancora una volta l’importanza della pace, concetto che troppo spesso viene dato per scontato, specialmente per noi fortunati ad essere nati nella parte “giusta” del mondo.

E voi viaggiatori che siete stati in Giappone, avete visitato Hiroshima e il Peace Memorial? Quali sono state le vostre impressioni/emozioni? Aspettiamo i vostri commenti.