#AleVale&SamiToCapeTown-Day4: Long Street, BoKaap e Waterfront

Il quarto giorno decidiamo di gironzolare per le strade del centro città e quindi partiamo alla scoperta di Long Street e del quartiere malese di BoKaap.

E’ una splendida giornata di sole. Parcheggiamo l’auto nei pressi di una piccola moschea e cominciamo la nostra esplorazione partendo da Long Street.

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Si tratta di una delle vie più antiche di Cape Town, all’interno del City Bowl, ovvero quella specie di culla naturale delimitata a est dalla Table Bay e circondata dalla collina di Signal, Lion’s Head e Devil’s Peak.

Long Street è caratterizzata dalla presenza di case di architettura Vittoriana, con archi, colonne e balconi di ferro lavorato e spesso colori sgargianti. Negli anni ’70-’80 ospitavano artisti bohemien e teatri che proponevano opere di resistenza anti apartheid, oggi sono per lo più adibiti a bar, ristoranti etnici, negozi di abbigliamento e oggettistica vintage.

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 Il vintage è la firma di Cape Town. Ovunque potrete imbattervi in articoli di questo tipo, vinili, gioielli, libri e sono molti i cafè decorati in questo stile che io trovo delizioso.

Tutti i negozi qui hanno il cancello, come ho avuto già modo di notare ieri sera al ristorante, che al nostro passaggio si apre automaticamente con un sonoro “beeeep”.

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Dopo una mezz’oretta ci rendiamo conto che Long Street non è poi così long, e in poco tempo siamo di nuovo alla macchina per andare al vicino BoKaap.

Il quartiere musulmano è caratterizzato dalla presenza di casette basse dalle facciate coloratissime e stradine di ciottoli. Pare che l’abitudine di scegliere colori accesi servisse agli abitanti per riconoscere la propria abitazione in mezzo alle altre, visto il loro totale analfabetismo. Avendo più  tempo non mi sarebbe dispiaciuto visitare il Museo di BoKaap, all’interno di una delle sue case più antiche, dove viene ripercorsa la storia del quartiere che da malese ormai è diventato multiculturale, ma sempre di religione islamica.

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Oggi le case di BoKaap fanno gola a molto acquirenti e spesso vengono acquistate a prezzi stracciati contribuendo a far perdere molto della identità culturale del quartiere, nella sua particolare trasformazione da ghetto a zona ricercata. Ben altra è la sorte delle altre township che circondano la città,  agglomerati di baracche di lamiera e fango, senza pavimenti, luce né acqua corrente, dove gli abitanti di Cape Town sono stati obbligati a spostarsi lasciando gli edifici del centro, ormai quasi del tutto disabitati, durante il duro movimento di sgombero avvenuto negli anni ’80. E’ in atto una politica di reintegro con assegnazione di nuove abitazioni, ma il processo è ancora molto lento e potrebbero volerci anni prima che la città si ripopoli del tutto.

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DSC_0268Il tempo vola, è già ora di pranzo, e affamati decidiamo di mangiare del buon sushi al Waterfront.

Questa zona organizzatissima rappresenta un po’ l’anima della città. Cape Town è prima di tutto una città di mare e, come tale, il porto non può che rappresentarla al meglio.

Prima di cercare il nostro locale facciamo un giro sulla ruota panoramica vista la prima sera. Il colpo d’occhio da lassù è qualcosa di bello e la cabina è nuovissima, comoda, abbiamo persino l’aria condizionata. Entriamo nel vero e proprio mall alla ricerca di Willoughby, il locale di sushi che ci hanno consigliato ieri alla cena sociale. Tempo di cambiare il bambino e siamo già in fila con un buon bicchiere di vino bianco ghiacciato per ingannare l’attesa. Sono bravissimi a sponsorizzare i loro prodotti, in questo caso il vino, che ovunque ho trovato eccellente, tanto che se dovessi mai tornare a Cape Town non esiterei a farmi un giro di degustazione nella zona delle Winelands.

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Quando finalmente ci fanno accomodare notiamo che il ristorante serve piatti tipici giapponesi come sushi, sashimi, maki, ma nessuno dello staff è di origine lontanamente asiatica e non c’è nessuno di colore. Come a voler sottolineare la “classe”di questo posto rispetto ad altri. E questa cosa basta per rendermeli un po’ antipatici. Sono tutti gentili, va detto, ma freddi come il ghiaccio. Il nostro cameriere non prova nemmeno ad avvisarci che stiamo ordinando troppa roba, mentre per scaldare una semplice pappa per il bambino mi toccherà alzarmi più volte per capire che fine abbia fatto.

Il pranzo, che ve lo diciamo a fare, sarà squisito. Pesce freschissimo, anche tipico di questi mari, preparato con originalità. Vi segnalo lo shottino a base di ostrica. Una flute di sakè, un’ostrica sgusciata, un uovo di quaglia crudo, caviale, erba cipollina e alghe. Ok, sembra uno schifo, ma vi assicuro che avrete la sensazione di bere un sorso di mare.

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La sera, stanchissimi e ancora sazi di questo pranzo faraonico, preferiamo restare in stanza a riposare, anche perché il bambino è crollato dal sonno e proprio non ce la sentiamo di disturbarlo. Domani siamo indecisi tra due tappe, i Giardini Botanici di Kirstenbosch o una gita al Chapman’s Peak. Molto dipenderà dal tempo… faremo decidere a lui 😉

 

Giorno 0: in viaggio verso il Sud Africa

Giorno 1: Victoria&Alfred Waterfront

Giorno 2: Western Cape&Cape of Good Hope

Giorno 3: Table Mountain e il calore del popolo africano

Giorno 5: Chapman’s Peak

Giorno 6: Kirstenbosch