#NellaMiaCittà: sulle orme di Caravaggio

Qualche domenica fa abbiamo partecipato a un tour particolare che ci ha portato a spasso per le strade della nostra città alla scoperta di uno dei miei artisti preferiti: Michelangelo Merisi detto il Caravaggio.

Io ho un rapporto di amore e odio con Roma, ma devo ammettere che quando capita di poterla guardare con gli occhi di un turista mi rendo conto di che privilegio sia essere nata e cresciuta qui.

Il tour è stato organizzato dall’Associazione Archeologica il cui sito internet è www.archeotravel.it.

Vi invito a dare un’occhiata al loro programma culturale, davvero molto ricco e variegato, che offre tanti spunti interessanti per vivere in maniera diversa Roma, ma non solo.

Il tour su Caravaggio ci è stato regalato. Avevamo tempo fino all’8 giugno per sfruttare i coupon e così, dopo mille impegni, finalmente ci siamo decisi a prenotare la visita online.

Appuntamento davanti a San Luigi dei Francesi, la chiesa nazionale francese appunto, domenica 29 maggio alle 15:00, ma noi arriviamo un po’ in anticipo per concederci una breve passeggiata nei paraggi.

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Il gruppo è bello numeroso, non me lo aspettavo affatto, e acquistate le audioguide obbligatorie per 1.50 euro l’una, siamo pronti a iniziare la nostra esplorazione.

La guida è una simpatica storica dell’arte, Antonella, che con termini chiari e semplici ci ha spiegato i capolavori dell’artista mettendo in luce dei particolari che non avevo mai notato, e come tale, è stato come vedere queste opere con occhi nuovi, per la prima volta.

A San Luigi dei Francesi, nella Cappella Contarelli, è possibile ammirare la storia di San Matteo, dalla Vocazione, all’Ispirazione fino ad arrivare al Martirio. Se chiudo gli occhi li ho ancora davanti a me, perfetti nella loro luce di grazia, quella luce tipica di Caravaggio che tanto mi ricorda un’inquadratura cinematografica.

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I particolari degli abiti, gli sguardi, i tratti somatici dei personaggi, contratti ora dallo stupore, ora dalla ferocia, ora dalla pietà, quegli angeli così belli nelle loro ali grandi da uccellaccio, quegli sfondi appena accennati, quasi da indovinare, che conferiscono ulteriori note di mistero e di enigma… Mi sono commossa come non mi era mai successo prima davanti a un’opera d’arte…

Da lì ci siamo incamminati verso la vicina Basilica di Sant’Agostino dove è possibile ammirare la Madonna dei Pellegrini, forse la sua tela più celebre, di una modernità disarmante, la prima opera sacra in cui la Madonna e il Bambino sono al cospetto di due persone del popolo e non della nobiltà. La Vergine sembra una popolana anche lei, con quella postura e sguardo particolari, con i capelli neri neri e il (gigantesco) Bambino che ha in braccio è avvolto appena in un lenzuolo tutto liso e consumato…

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La foto non è mia.

Prima di uscire la guida ci mostra altri tesori nascosti all’interno del Grande Tempio Agostiniano, tra i quali degli affreschi di Michelangelo Buonarroti e una scultura del Sansovino, una Madonna che nell’abbigliamento e la capigliatura ricorda più una matrona romana che una santa. Ha Gesù in braccio ed è interamente circondata da cuoricini rosa e azzurri e nastri votivi di quelli che si appendono per celebrare la nascita dei bebè. A Roma è molto sentito questo culto, sono moltissime le future mamme o neomamme che vengono a pregare davanti la Madonna del Parto, così si chiama l’opera, che ha un piede d’argento per proteggere il marmo dai continui baci di devozione delle puerpere.

Uscendo giriamo a sinistra e imbocchiamo via della Scrofa. La guida ci spiega che questa strada è antichissima e già nell’Antica Roma passava per Campo Marzio fino ad arrivare sulla via Flaminia, ovvero l’attuale Piazza del Popolo. Il nome Scrofa deriverebbe da un particolare bassorilievo di marmo, forse l’antica insegna di una locanda, che si trova lungo una delle facciate del convento degli agostiniani. La scrofa è un animale che rappresenta abbondanza e prosperità nella tradizione romana.

“Potresti credere che è il sonno a ingannarti con visioni incostanti, ma troverai conferma sotto le querce la riva. Distesa in terra e stremata per il parto vedrai una scrofa alle cui mammelle si allattano trenta porcellini. Sarà in quel punto che un giorno edificherai una città che per sempre estinguerà le tue disgrazie.” 

Eneide, Libro VIII

(Eeeh, sapevo che il liceo classico prima o poi sarebbe servito a qualcosa…😉)

E’ difficile vederlo.. Io ci sono passata centinaia di volte, ma non ci avevo fatto mai caso. La guida ci mostra anche il livello dell’acquedotto che trasporta l’Aqua Virgo, l’unico acquedotto di Roma ancora in attività, che aveva il compito di convogliare l’acqua dalle zone dell’Aniene alle terme di Agrippa nel Campo Marzio. E’ la stessa acqua che alimenta Fontana di Trevi e la stessa che serve molte zone a nord di Roma, come via Nomentana e via Salaria. Si chiamava Aqua Virgo perché era purissima, priva di calcare, e questa particolarità ha permesso la sopravvivenza dell’acquedotto per venti secoli. Oggi l’acqua è inquinata e alcuni tratti dell’acquedotto in grave stato di degrado.

Proseguendo a piedi arriviamo all’incrocio con via della Pallacorda. La guida si ferma per raccontarci che proprio lì Caravaggio segnò il suo destino uccidendo Ranuccio Tommasoni, un piccolo malavitoso trapiantato a Roma, che si beccò una pugnalata forse per motivi di gioco o, secondo i biografi che vorrebbero farne un eroe romantico, per difendere una donna.

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Grazie alle sue amicizie altolocate (Caravaggio aveva lavorato per i Borromeo ed era amico della famiglia Colonna, a sua volta imparentata col Papa…non so se mi spiego…) riesce a rifugiarsi a Napoli dopo la condanna a morte per decapitazione. A Napoli, invece di starsene buono buono, continua a lavorare e a creare guai, tanto che una guardia lo ferisce costringendolo a mettersi di nuovo in viaggio. Passa per Malta e sforna capolavori come La Decollazione di San Giovanni Battista (era un po’ fissato con le teste mozzate in questo periodo…) , quindi decide di tornare a Roma ma non sbarcando a Civitavecchia, bensì a Porto Ercole. Qui la tradizione lo vorrebbe morto per malaria. In realtà morì per setticemia, forse proprio per le ferite infertagli a Napoli.

E qui, al racconto della guida, mi sembrava di stare al cinema, immaginari pop-corn in mano da mangiare voracemente quando ti fai prendere dalle vicende del tuo eroe, quindi un urlo di disperazione dentro di te “NOOOOOO!” e pensare che quella guardia malefica avrebbe potuto farsi i fatti suoi e lasciarlo ancora vivere per creare altre opere grandiose.

Passiamo per il Museo dell’Ara Pacis e mentre la guida ci ricorda tutte le polemiche che accompagnarono la copertura dell’Altare sotto quella scatola di plexiglas, come sempre quando si prova a unire stili architettonici diversi, la mia attenzione viene catturata da una serie di strambi messaggi scritti su vetrini e maioliche improvvisate spesso accompagnati da sassi, monetine, pezzi di vecchie bambole o altri oggetti rimediati. Sono opere d’arte, o almeno, c’è chi le ha definite così, e appartengono all’estro di un artista contemporaneo annoverato, addirittura,  tra i nuovi dadaisti. Si chiama Fausto delle Chiaie.

Ha esposto alla Biennale di Venezia e la Rai ha girato un documentario su di lui” -dice la guida tutta orgogliosa. L’artista è proprio lì, si aggira tra noi lungo il marciapiede, creatore e osservatore contemporaneamente,  soddisfatto della curiosità che i suoi lavori sono riusciti a provocare. Io non so se questa è arte. So solo che l’ironia e la faccia tosta di questo uomo sono qualcosa di potente.  

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Arriviamo in Piazza del Popolo dove ci aspetta l’ultima tappa del nostro tour, Santa Maria del Popolo, una basilica antichissima, addirittura del 1100, dove io non ero mai entrata. Sarà che è un pochino nascosta dalla Porta che immette sulla Flaminia, sarà che c’è l’uscita della metropolitana, trafficatissima a qualunque ora, sarà che quando si passa di là o vai spedito a Villa Borghese o a fare lo “struscio” tra i negozi del centro, fatto sta che a Roma c’è questo scrigno di tesori e io non lo sapevo proprio.

Oltre alle opere di Caravaggio, La Conversione di San Paolo e La Crocifissione di San Pietro, è possibile ammirare opere del Bramante, del Bernini, di Pinturicchio, ma la chicca è quella che sto per raccontarvi.

Per anni gli storici dell’arte si sono chiesti a cosa servissero i sedili in pietra lungo le pareti della Cappella Chigi, una cappella privata dipinta da Raffaello, (se vi dice qualcosa forse è  perché avete letto Angeli e Demoni di Dan Brown: le vicende del protagonista partono proprio da qui), e come si giustificasse il logorio del pavimento, davvero troppo consumato per essere calpestato negli anni solo dai proprietari.

Recentemente si è capito che quei sedili in pietra accoglievano i pellegrini di passaggio a Roma verso San Pietro, permettendo loro di riposare e avere un po’ di riparo da freddo e pioggia. A Roma si trovano solo qui. Non è possibile trovarne altrove. E io questa cosa l’ho trovata bellissima perché dà una dimensione umana della chiesa, davvero al servizio dei meno fortunati, presente per chi ne aveva bisogno.

Ero un po’ indecisa se scrivere o no questo articolo, ma mi è piaciuta talmente tanto l’esperienza che non ho potuto fare a meno di condividerla con voi. Quel che è certo è che prenoterò altre visite guidate con questa organizzazione. Nel programma ci sono passeggiate serali nel Ghetto di Roma, ingressi gratuiti ogni prima domenica del mese alle Terme di Diocleziano, visite a Galleria Borghese e gite di un giorno nella Urbino medioevale.

E voi avete mai partecipato a tour simili e, se sì, in quale città o per quale artista? A quale tour vi piacerebbe prendere parte e qual è il vostro artista preferito? Fatecelo sapere nei commenti 😊.