#AleAndValeDownUnder: Auckland

Viva gli sposiii!

L’eco dei festeggiamenti è ancora nell’aria quando saliamo a bordo del nostro aereo. Mi sembra passata una eternità per la quantità di cose fatte e vissute in questo fine settimana, ma la realtà è che sono passate poco più di 48 ore dal nostro sì.

Mi tornano in mente alcuni momenti divertenti della cerimonia (tipo io che, impacciatissima, quasi scappo via dalla sala del comune dopo il benestare dell’officiante), e mi accorgo che sto sorridendo. Ma nello stesso tempo c’è un po’ di preoccupazione, è inevitabile. Sami non sta partendo con noi e io mi chiedo come reagirà a non vederci per due lunghe settimane durante le quali sarà accudito dalla prode nonna. E il volo, anzi, i voli, Roma-Dubai-Auckland, sono talmente lunghi che il pensiero si fa fisso e strappa qualche lacrimuccia. Ma la stanchezza ha il sopravvento. Sinceramente non ricordavo un sonno così su un volo da una vita!

Arriviamo ad Auckland mercoledì 22 giugno. Un giorno intero è stato come cancellato dal nostro calendario personale, volatilizzato (è proprio il caso di dirlo) tra trasferimenti e soste in aeroporto.

L’hub di Auckland è direttamente sul mare, un mare in tempesta con sopra un tetto di nuvole grigie.  Sono attentissimi che nessuno importi cibo o bevande… Oltre ai normali questionari e controlli, ci sono dei simpatici beagle che passano ad annusare i passeggeri e i loro bagagli. Troviamo un’enorme statua di Gimli il Nano a darci il benvenuto, come a sottolineare il viaggio davvero epico che si è appena percorso. “Kia Ora”, benvenuto in lingua maori, è scritto ovunque, insieme alle immagini degli All Blacks, la tifatissima squadra di rugby, davvero lo sport nazionale.

 

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Ingresso alle Miniere di Moria?

Prendiamo un autobus della linea Skypass che per $18 a persona ci porta in centro. Quando arriva la nostra fermata piove talmente che facciamo fatica a trovare il nostro albergo. Entriamo al Sofitel Viaduct Harbour bagnati come pulcini e la nostra presenza qui dentro stride ancora di più.  L’hotel è strepitoso. Veniamo accolti in un elegante salotto con tavoli di radica, poltrone, fiori e un pianoforte a coda. Pareti  di vetro affacciano su piscine zen, di quelle con i ciottoli sul fondo, ed è molto rilassante restare a guardare i cerchi che la pioggia crea sulla superficie dell’acqua.  In camera ci fanno trovare come benvenuto un dolce al cioccolato con un macaron sulla cima che è la morte sua, e lavata via un po’ di stanchezza sveniamo sul letto. Cominciamo a cadere nella trappola del fuso orario che ci vuole addormentati alle 15 del pomeriggio neozelandese (le 5 di mattina in Italia).

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Slurp!

 

Il mattino seguente è grigio e ventoso. Rimaniamo nei pressi dell’albergo per cercare un posto dove poter fare colazione.

La zona del Viaduct Harbour è stata costruita in occasione dell’America’s Cup a partire dagli anni 2000. Prima era solo la zona commerciale dei cosiddetti docks. Oggi è un insieme di appartamenti moderni e lussuosi con vista molo, posti barca privati (e che barche!), uffici di multinazionali e locali, tra i più belli che abbia mai visto a livello di eleganza, cura e gusto nella scelta degli arredi interni. Londra è fuori moda. Seriamente.

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Troviamo un caffè sul North Wharf che serve colazioni “organiche”. Ovunque c’è una certa attenzione sul buon mangiare, sulla provenienza delle materie prime, orgogliosamente locali, spesso a km zero, con vasta scelta per celiaci e vegetariani. Il caffè non riesce a scaldarci, così come il broncio dei ragazzi che lavorano qui dentro. Il carattere dei neozelandesi è mutevole, come il tempo. Non è gente da sorrisi e salamelecchi, anzi, spesso non rispondono manco al saluto. Almeno qui, a Auckland, la città più grande della Nuova Zelanda.

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Non lontano c’è il Fish Market e io, che ho un debole per i mercati alimentari, ma in particolare per quelli ittici, non so resistere ed entro per dare un’occhiata. C’è un piccolo bistrot e una grande pescheria dove è possibile acquistare di tutto, dalle mante, alle carpe, alle aragoste che, ancora vive, sguazzano nelle vasche insieme a delle strane creature, sembrano grosse lumache con sopra un guscio mobile. Non ho mai visto niente del genere quindi chiedo al pescivendolo, un maori molto gentile, di cosa si tratta.  E’ un mollusco, un Abalone, Paua in lingua maori, e ci regala un guscio dalle bellissime venature blu perlacee. Lo ringraziamo e tutti contenti del nostro primo (e puzzolente) souvenir andiamo a esplorare il resto del porto.

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Ho letto da qualche parte che ad Auckland ci sono più barche a vela che macchine e non faccio fatica a crederlo. Sono una più bella dell’altra e mi piace passeggiare con calma sulla darsena per leggere quali nomi siano stati scelti per loro e provare a immaginare il perché.

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In breve arriviamo downtown, sulla strada principale, Queen Street, che è anche il cuore dello shopping. Griffe internazionali e lussuose, ma anche tanti, tantissimi negozi per l’outdoor o dedicato ai backpackers. La Nuova Zelanda è la patria dei backpackers e Auckland in particolare mi sembra una di quelle città che in passato rappresentavano una tappa obbligatoria per far provviste prima di rimettersi in cammino. In chiave moderna, certamente, ma comunque uno snodo importante.

Saliamo sulla Sky Tower, il simbolo di Auckland, un’antenna alta 328 metri, la più alta in questo emisfero del mondo. Temevamo di vedere poco o niente per via del tempaccio, ma non è così. Da quassù si gode una vista incredibile, soprattutto sul mare, sul porto e sulla distesa di isole e isolotti sparpagliati lungo lo specchio d’acqua.

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La Sky Tower di notte ripresa dal nostro balcone

Quando comincia a piovere e a scendere un po’ di nebbia andiamo a fare incetta di souvenir nel merchandising, quindi torniamo in zona harbour per pranzare in un pub irlandese molto accogliente dove mangiamo benissimo, si chiama Danny Doolins. Scopriamo che fanno musica dal vivo tutte le sere e ci ripromettiamo di tornare ad ascoltare qualcosa prima di lasciare Auckland.

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Torniamo in albergo a riposare quindi per cena siamo in una specie di fast food con annessa gelateria, Il Burger Boy. Il posto è piccolo, ma ha delle decorazioni fumettistiche sul tema di Pulp Fiction che mi piacciono molto e poi la carne è davvero squisita.

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Finiamo la serata al Doolins. C’è  un ragazzo che si sta esibendo solo voce e chitarra e propone pezzi di Tom Petty, Creedence Clearwater Revival, Eagles… Restiamo con piacere a berci una birra e ad osservare la gente del posto divertirsi in un giovedì sera come tanti.

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Il secondo giorno ad Auckland noleggiamo la macchina. C’è il sole -incredibile!- così decidiamo di arrivare all’ufficio della Budget a piedi, passando per il centro.

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Alcuni angoli della città mi ricordano Londra: edifici in stile vittoriano, piccoli caffè e l’accento degli abitanti poi, un misto tra british e australiano, per me non sempre facile da capire.

 

 

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Street art nel…cuore di Auckland

L’impiegato della Budget è un giovanotto in carne dalla tipica gentilezza asiatica. Minuziosamente ci spiega i dettagli del contratto per poi consegnarci, finalmente, la nostra compagna di viaggio, una Toyota Corolla nuova di pacca. Guida all’inglese, ovviamente, e un meraviglioso collegamento blutooth che sarà salvifico per ascoltare la musica quando saremo sperduti tra le montagne.

Tralasciamo la gita a Waiheke. Dovremmo prendere un traghetto che in 40 minuti ci porterebbe su quest’isola al largo di Auckland, ma non è possibile portare la macchina a bordo, quindi ci sarebbe il problema di come girare l’isola una volta arrivati. Dalla guida e le varie brochure informative però non sembra ci sia granchè da vedere, e poi il tempo è destinato a peggiorare, sarebbe impensabile visitarla in bicicletta come avevamo paventato.
Optiamo per Whangarei, il nostro piano B, una ridente cittadina a nord di Auckland,ritrovo di velisti.
Usciamo quindi dalla città e prendiamo la panoramica piuttosto che l’autostrada, come faremo invece al ritorno.
Le autostrade sono tutte gratuite tranne questa, la 1, che costa solo 2,30 dollari. Non ci sono caselli. Qui è una specie di telepass per tutti. Viene registrato il passaggio della targa e poi si paga da casa online con la carta di credito. Sì, lo so, il confronto con il sistema italiano è sempre più tragico…
Passiamo per Orewa Beach e molti altri centri di vacanza organizzatissimi, con sentieri per fare jogging, larghe spiagge, parchi gioco per bambini e spazi picnic.

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In poco tempo ci ritroviamo nella campagna più verde e sconfinata e davvero mi rendo conto del perché questo sia considerato il paese delle pecore… e delle mucche. In questa parte di mondo credo si contino più mandrie e greggi che persone!
Una pioggia torrenziale rende il viaggio un po’ noioso. Anche il panorama si fa monotono e arriveremo solo dopo due ore e mezzo di cammino.

Whangarei altro non è che una minuscola cittadina sorta intorno al Town Basin, un canale di acqua salata con barche a vela e piccoli pescherecci, sul quale affacciano graziose botteghe di souvenir, gelaterie, caffè e addirittura un museo degli orologi. Tuttavia, dopo tutte queste ore in macchina, è piacevole sgranchirsi le gambe in questa pace. C’è molto verde, uno spazio playground attrezzatissimo pieno di bambini scatenati e… le eggs benedict hanno sempre il loro perchè con l’avocado e la salsa olandese!

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Facciamo foto a destra e a manca, quindi ci spingiamo ancora più a nord per vedere la punta dell’isola, Whangarei Heads, lagune placide con barche e barchette in secca o quasi per via della bassa marea.

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Torniamo in albergo che siamo letteralmente cotti. Ma non so se alla fine della fiera consiglierei questa gita, visto il rapporto cose interessanti da vedere/sfacchinata per arrivare e tornare.

Ceniamo in un ristorante cinese vicino l’albergo grande quanto un hangar, si chiama Grand Harbour Chinese.
Generazioni di cinesi vengono qui per festeggiare le loro occasioni speciali… Hanno appena smontato un banchetto per il compleanno di un bambino ed è pieno di cinesi di tutte le età in tiro, con collane di palloncini al collo e nonni orgogliosi con i cappellini a punta in testa.
Le porzioni sono gigantesche e non c’è stato un cameriere che ci abbia avvisato della quantità di cibo che stiamo per ordinare.
Comunque è tutto delizioso… Io  AMO i dim sum! Non è obbligatoria la mancia nei ristoranti neozelandesi, tuttavia ho trovato in generale la città cara. Auckland è una località di ex lupi di mare che ha saputo cambiare aspetto grazie all’America’s Cup.

Il terzo giorno lasciamo Auckland. Non so perchè stamattina mi sono svegliata con questa insofferenza (no, direi proprio cattivo umore) che non mi fa vedere l’ora di lasciare questo albergo, questa città, questa pioggia (?)

Ci aspetta un lungo viaggio verso la Penisola di Coromandel.

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