#AleAndValeDownUnder: Hobbiton e Rotorua

Domenica mattina il sole splende sulla Penisola di Coromandel. Ci svegliamo prestissimo per via del fuso orario, ma anche per la fame. Ieri sera non abbiamo cenato per la troppa stanchezza e stamattina vaghiamo in cerca di cibo come cani randagi. L’unico bar nel circondario apre non prima delle 8:30 (la faccia della cameriera mentre ci saluta a mezza bocca vale più di mille parole), quindi inganniamo il tempo andando a vedere l’alba dalla scogliera. Questo posto si conferma la meraviglia che mi ero immaginata prima della partenza, ma non stiamo a lungo per via del vento forte e gelido.

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La moglie del proprietario dell’albergo è una hippie anziana ed entusiasta della vita anche lei ed è già in piedi per permetterci il check-out.
Quando sente che siamo europei ci dice che appena due mesi fa è tornata da un viaggio tra Grecia e Turchia, quest’ultimo un posto che ha tanto amato, posto che ha perso ben il 60% del turismo per via del terrorismo. Numeri che fanno davvero rabbia.
Il bar è ancora chiuso quindi ce ne andiamo. Vorrà dire che la colazione la faremo lungo la strada.
Puntiamo a sud: vorremmo visitare Hobbiton (Matamata) per poi proseguire verso Rotorua dove abbiamo il prossimo alloggio prenotato per due notti.


Ci fermiamo a Tairua in un posto chiamato Out of the Blue per una colazione a base di uova e pancetta: le due sorelle che gestiscono questo posto sono fredde come il vento che tira lungo la costa…

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Sta cominciando a piovere (vedi a volte le novità?), e noto la quantità di arcobaleni perfetti che ho visto solo qui. Ribattezzeremo la NZ come la Rainbow Nation e proseguiamo il cammino fino alla Contea.

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Abbiamo un po’ di difficoltà a trovare la strada. Non ci sono indicazioni e il cellulare si scarica con tutte le mappe nel bel mezzo del nulla. Ci sono solo mucche al pascolo, nessuno a cui chiedere informazioni. Ci barcameniamo con le mappe stradali, stile old school, e arriviamo verso le 11:30 a Matamata ovvero Hobbiton.
L’ingresso al tour costa 79 dollari a persona, non proprio una sciocchezza. La ragazza ci avvisa che un pullman partirà da lì a 5 minuti e visto che sta per scoppiare un temporale possiamo prendere gli ombrelli in dotazione all’ingresso. Siamo già equipaggiati di nostro, grazie, quindi ci mettiamo ad aspettare il bus sotto una tettoia mentre pian piano si forma il gruppo di cui faremo parte.
C’è una comitiva di pakistani, solo uomini, tutti imparentati tra loro, e hanno dei calzari da sub dentro le crocs sotto tuniche di cotone bianco.
Un’altra comitiva è composta da 5 ragazzi brasiliani. Daranno vita a tutta una serie di scenette improbabili per qualsiasi foto creando la fila (fammi sbirciare nella cassetta postale di Bilbo, anzi no, facciamo finta di mangiare un pezzo di formaggio, meglio ancora, impugna quella finta accetta e col sorriso ebete fingi di accatastare la legna). Che urto.
L’altra coppia sembra normale, anche se lui va in visibilio quando si accorge che il nome della nostra guida è Sam. Povero ragazzo.

Mi domando quanti nerdacchioni avranno fatto la stessa considerazione e glielo avranno fatto presente…Il tizio di oggi non fa che ridere contento e soddisfatto… “Remarkable!” … Ma lascialo stare!
La guida è un ragazzotto dal bel sorriso, Sam appunto, e viene dall’Inghilterra. Non è in NZ da molto, appena sei mesi, e gliene mancano due alla scadenza del visto. Ma lui non ha molta voglia di tornare in patria. Anzi, con l’uscita della Gran Bretagna dall’Europa lui prevede tempi tragici, manifestando la sua totale disapprovazione nei confronti del recente Brexit.
La visita, a costo di sembrare impopolare, non mi ha convinta del tutto.
Intendiamoci, il posto è bellissimo e con il sole che finalmente è uscito sembra un paradiso.

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Sam ci spiega che per scegliere la location dove ambientare la Contea, la New Line Cinema ha fatto continui giri aerei di ricognizione premiando alla fine questa fattoria di proprietà della famiglia Alexander (che io e Valerio abbiamo immaginato alle Cayman dopo questo colpaccio). Sono 16000 ettari di verde, canyon erbosi, alberi secolari e tante pecorelle bianche a puntinare il panorama. Un posto incantevole, dove siamo liberi di girare a nostro piacimento, tranne che nella casa di Frodo (quella con la famosa porta verde), la cui immagine è tuttora coperta da copyright di proprietà della New Line Cinema.

Per intenderci, se qualcuno dovesse scavalcare il cancello di casa Frodo Baggins per scattare una foto, potrebbe subire confisca della macchina fotografica o dello smartphone.

 

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Le case degli Hobbit sono circa una trentina, tutte decorate e colorate nei minimi dettagli, dai panni stesi ad asciugare agli interni perfettamente ricostruiti.

Alcune casette sono più grandi, altre più piccole per dare l’illusione ottica che gli Hobbit siano più bassi degli uomini, tanto è che questi ultimi vengono fatti passare solo in quelle piccole.

Avreste mai detto che Elijah Wood (Frodo) e Ian McKellen (Gandalf) fossero alti uguali?

La cosa che mi ha convinto poco è che non ci sono molti riferimenti ai libri o ai film. E’ un peccato andarsene dicendo “devo rivedere La Compagnia dell’Anello perchè non mi ricordo granchè”, quando magari sarebbe bastato un semplice tablet con cui poter far rivivere in tempo reale dove ci troviamo in quel preciso momento in relazione alla fantasia dello scrittore o del regista. O semplicemente sarebbe bastata una guida più preparata.

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Casa di Frodo!

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Casa di Sam…

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Trovo riduttivo che il ruolo della guida sia solo quello di limitare i danni, far sì che nessuno dei visitatori si porti a casa qualche ricordo speciale o che non ruzzoli nel fango o nello stagno con il rischio di onerose denunce.

La cosa davvero buona è la birra che ti offrono alla fine della gita all’interno della locanda del Green Dragon, in particolare quella ambrata, che producono solo qui, eccezionale!

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Torniamo indietro con il bus, salutiamo e ringraziamo Sam, quindi diamo un’occhiata al negozio di souvenir che non ci aspettavamo così spoglio. Sarà che sono passati anni dal primo film che non ci sembra ci sia proprio niente di nuovo o almeno di non già visto, fatto sta che non c’è neanche una calamita da portare a casa. Peccato.

Mangiamo qualcosa alla tavola calda, quindi ci rimettiamo in cammino sotto una pioggia battente.
Ci accorgeremo di essere arrivati a Rotorua per via della puzza di zolfo. L’aria ne è impregnata. La cittadina, famosa già al tempo dei coloni per le proprietà delle sue acque termali, non si presenta come accattivante, tutt’altro. Sono tutte aziende all’ingresso della città, quindi grandi supermercati e fast food, mentre lungo la strada dove si trova il nostro albergo sono tutte pensioni e motel.
L’hotel dove alloggeremo due notti si chiama The Silver Fern, come il simbolo sulla bandiera della NZ, e ha l’aspetto di un elegante ospizio. E’ gestito da due coniugi anziani tanto orgogliosi di essere due Kiwi e che sembrano uscire da una di quelle sette motivazionali tipo Scientology. Lui ci chiede cosa abbiamo in programma nei prossimi giorni e quando gli diciamo che vorremmo percorrere il Tongariro Crossing ci risponde, beato, che saranno le 6 ore più belle e indimenticabili della nostra vita, “six hours and you’ll never get back” Oddio, speriamo di no…
Il punto di forza che mi aveva spinto a prenotare qui era la spa privata in camera a un prezzo irrisorio, ma, a parte la comodità dell’idromassaggio, ho trovato la stanza triste, fredda e non troppo pulita.
Per cena ci consigliano di andare sulla Eat Streat, a ridosso del Lago Rotorua. 150 metri, non di più, sulla quale si riversano ristoranti di vario genere. Optiamo per un thailandese e non avremmo potuto fare scelta migliore. E’ tutto abbondante e squisito. A mala voglia torniamo in albergo, ma anche volendo, con questa pioggia, freddo e mortorio, non potremmo far altro. Domani andremo a vedere i kiwi in una riserva poco distante da qui e i paesaggi lunari di Wai-o-Tapu.

L’indomani mattina piove come dio la manda, ma non ci facciamo abbattere e partiamo alla volta della Rainbow Springs Wild Life Reserve.

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Si tratta di un parco dove, tra i tanti esemplari di flora e fauna tipici della Nuova Zelanda, ci sono loro: i kiwi.
Questi buffi animali, vero e proprio simbolo nazionale, sono molto particolari in quanto uccelli-non uccelli.
Non hanno le ali, quindi non sanno volare, non hanno vere e proprie piume, ma un manto morbido che ricorda più una pelliccia, la femmina depone un uovo solo che è quasi pari al suo peso. Vedono solo da vicino per via degli occhi piccolissimi, ma nonostante questo sono predatori notturni, grazie alle narici poste sulla punta del becco che permettono loro di scavare nel terreno per nutrirsi di lumache e altri inverterbrati.
Sono talmente particolari e delicati da essere in via di estinzione e in questo centro si occupano del recupero dei kiwi feriti o malati con particolare attenzione alla loro riproduzione.

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Per vederli bisogna entrare in un ambiente quasi del tutto buio nel quale hanno riprodotto il clima caldo e umido tipico del loro habitat.
Noi ne vediamo due, un maschio e una femmina, ma non subito. Prima dobbiamo abituare gli occhi a questa semioscurità.
Poi eccoli nelle loro grandi teche, se ne vanno a zonzo saltellando di qua e di là e si fermano ogni tanto per scavare il terreno dal quale tirano fuori qualche vermetto.
Sono incredibili! Mi sento come in Jurassic Park, sto vedendo un animale quasi preistorico che chissà se in futuro esisterà ancora. Non si può fare rumore, non si può usare il flash. Nel calore e silenzio di quelle quasi tenebre l’incontro si fa quasi intimo e mi emoziona. Tifo per voi piccoli kiwi.

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Proseguiamo la visita andando a vedere altri volatili, tra i quali lui, un simpaticone che non faceva che dirci “HELLO!” e vari tipi di rettili, anche questi tipici solo di questa zona, come il Drago Barbuto.

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Hello!

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HELLOO!!!

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I Lovebird mascherati.

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Il Drago Barbuto.

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Jenny la Kea.

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Il ciccionissimo piccione neozelandese.

Tra laghetti perfettamente tenuti, dove le trote fanno spavento per quanto sono grandi, e zone adibite a parco giochi, ce ne andiamo felicissimi verso Wai-O-Tapu.

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E’ stato problematico orientarsi su quale parco geotermale andare a vedere, in zona ce ne sono molti, ma visti gli ingressi non proprio economici ci siamo trovati a dovere fare una cernita. Prima di partire ci siamo documentati su quale fosse quello meno turistico e alla fine abbiamo optato per Wai-O-Tapu. In alcuni centri, infatti, i geyser vengono fatti partire artificialmente, mentre in altri è possibile partecipare a una cena maori con tanto di spettacolino con costumi tipici. Sinceramente abbiamo preferito tenerci lontani da tutto questo.
Wai-O-Tapu in lingua maori significa “acque sacre“. Badate bene, io non avevo mai visto niente di simile, quindi magari mi faccio trasportare dalla novità, ma i paesaggi qui sono tra i più originali mai visti, direi proprio lunari. Secondo me Verne si è fatto un giretto da queste parti prima di scrivere il suo Viaggio al Centro della Terra 😉
Una volta pagato il biglietto si accede ad una passeggiata all’interno di un enorme cratere che è collassato la bellezza di 730 anni fa e che ha dato vita a geyser, caldare, fumarole, acque termali, laghi dall’acqua velenosa, piscine bollenti e coloratissime dove è possibile osservare le varie stratificazioni di colore in base agli elementi disciolti nell’acqua e nel terreno.

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Il primo sentiero che serpeggia tra particolarità naturali dai nomi evocativi come Thunder Crater o Devil’s Bath conduce alla Artist’s Palette nella Colorful Pool, una piscina di acqua bollente e coloratissima dalle quale si sollevano irreali nuvole di vapore.

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Passerella all’interno della Colorful Pool

 

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Volendo si può proseguire per altri due sentieri assolutamente non impegnativi che condurranno ai margini della riserva. Per me è stata proprio una sorpresa trovarmi davanti uno splendido lago dove sguazzano papere e uccelli dalle piume variopinte, e io ho trovato tutto questo bellissimo.

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Wai O Tapu geyser

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Dopo tanta desolazione, dopo panorami aridi, inospitali, spettrali direi, c’è vita. Tiro fuori un sospiro di sollievo e sorrido e mi passano per la testa tante cose, dalle massime di mia nonna su come tutto si aggiusti, col tempo e dopo tante tribolazioni, alle lezioni sul Panta Rei al liceo della mia prof. di filosofia.
Sta ricominciando a piovere, e stanchi e ancora un pochino increduli per quanto visto, torniamo in città a vedere il Lago Rotorua, finalmente libero da pesanti nuvole di pioggia. Ci sono tanti cigni neri, ruffianamente amichevoli, credo di non averne mai visti prima, sono bellissimi con quei becchi rossi, ma ce ne andiamo presto per via del vento gelido.

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Per cena torniamo sulla Eat Streat, ma stavolta puntiamo una deliziosa hamburgheria molto curata nei dettagli, con gigantografie in bianco e nero appese su ganci da macelleria raffiguranti realtà di un’epoca passata e vecchie glorie sportive.

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Specialità della casa è la cottura della carne sulla pietra ollare, ma mi faccio tentare dal pesce, un filetto di salmone con una sfiziosa insalatina di patate, cavolo rosso e germogli.

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Domani mattina lasceremo Rotorua, passeremo per l’immenso Lago di Taupo, il più grande della Nuova Zelanda, e arriveremo alla tappa più temuta del viaggio, il Tongariro National Park. Valerio, infatti, si è messo in testa di percorrere il celebre Tongariro Crossing. Ce la faranno i nostri eroi?

#AleAndValeDownUnder: Auckland

#AleAndValeDownUnder: Penisola di Coromandel

#AleAndValeDownUnder: Tongariro National Park

#AleAndValeDownUnder: Wellington

#AleAndValeDownUnder: in viaggio verso l’Isola Sud