#AleAndValeDownUnder: Tongariro National Park

Sotto una pioggia torrenziale lasciamo Rotorua verso il Tongariro National Park, ma prima facciamo una sosta alle Huka Falls, circa 10 km a nord di Taupo.
Queste cascate naturali derivano dal più lungo fiume della Nuova Zelanda, il Waikato, e sono caratterizzate non tanto dalla loro altezza, “solo” 11 metri, quanto dalla gittata sbalorditiva: fino a 220.000 litri per secondo. In pratica ci si potrebbe riempire una piscina olimpionica nel giro di 11 secondi!

Dalla guida avevamo immaginato un sentiero per raggiungerle, forse perchè ci piaceva l’idea di una tale bellezza nascosta dalla natura, invece eccole lì, a portata di mano, e gratuite per giunta. C’è un ponte che permette di fotografarle dall’alto e lasciano a bocca aperta per la loro foga e per la forza dirompente della spuma che precipita in un lago blu-verde e che prosegue la sua corsa fino al Tasman Sea.

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Ovviamente si organizza qualsiasi tipo di escursione per vederle da vicino, dalle jet boat alle più tranquille crociere, ma noi preferiamo fare una passeggiata in mezzo al bosco lungo il sentiero che da lì si inerpica su per la montagna, per vedere il fiume dall’alto.

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Noi Puffi siam così…

Ci rimettiamo in macchina dopo un paio d’ore, e arriviamo a Taupo, paesino lungo la sponda nord dell’omonimo lago dove ci sono solo tanti ristoranti, molti dei quali chiusi all’ora di pranzo, e negozi per gli appassionati di pesca. Ci fermiamo per un boccone da Burger Fuel, un fast food che propone hamburger gourmet appetitosi, ma con prezzi da ristorante.

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Ci spostiamo dall’altra parte del lago, scendendo lungo la sponda orientale, e man mano acquista punti, ci sembra meno anonimo, e offre più spunti fotografici.

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A sud del lago Taupo, tra paesini famosi per la pesca alla trota, pesce di cui queste acque sono particolarmente ricche, sorge l’immenso Tongariro National Park.

I tre vulcani presenti al suo interno, indiscusse superstar del territorio, sono Ruapehu, Ngauruhoe (meglio conosciuto col nome di Monte Fato) e il Tongariro, appunto, ma quando arriviamo piove talmente da non riuscire a vederne neanche le sagome.

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Arriviamo all’Adventure Lodge, dove abbiamo una stanza prenotata per due notti, che è quasi buio, dopo chilometri di asfalto in mezzo a bassi arbusti apparentemente senza vita. Incrociamo qualche presenza umana arrivati a un bivio, dove una pompa di benzina e l’annesso store sembrano costituire il cuore pulsante degli affari e degli incontri in questo luogo freddo e inospitale.
L’albergo è più che altro un rifugio, una spicciolata di bungalow che affacciano in un parcheggio centrale. Naturalmente siamo gli unici ospiti per questa notte. Ci accoglie Lorraine, una gagliarda signora dallo sguardo luminoso e gli occhi azzurrissimi. Ci domanda, prendendoci un po’in giro, cosa diamine pensiamo di fare laggiù, e quando le diciamo che vorremmo intraprendere il temuto Tongariro Crossing, subito si collega alla webcam che, in tempo reale, ci fa vedere come è la situazione meteo.

Avete presente la tormenta di neve nel film Shining, quando sul finale, quel pazzo squinternato di Jack Torrance aka Jack Nicholson insegue con un’accetta il figlio Danny fin dentro il labirinto?
Ecco, così.

Per essere ancora più sicura, Lorraine chiama al telefono un’addetta alla sicurezza meteo all’interno del Parco e ci confermano che c’è neve sopra i 1600 metri, quindi, se siamo fortunati, domani potremo fare qualche passeggiata aldisotto di tale soglia, altrimenti serviranno ramponi e piccozza.
Lei l’ha chiamata “passeggiata“, io l’ho tradotta “sfacchinata al gelo senza ritorno“.

Sono terrorizzata, io non ho mai fatto montagna di nessun genere in vita mia, figuriamoci se mi posso mettere a scalare un vulcano in condizioni estreme. Ma da quando Vale ha letto che si tratta di uno dei trekking più belli del mondo non c’è modo di farglielo togliere dalla testa.

Non siamo riusciti a farci un’idea sulla fattibilità del percorso perché, documentandoci tra i vari forum di viaggi, abbiamo trovato opinioni contrastanti.

C’è chi lo considera impegnativo, chi addirittura estremo, chi invece lo definisce una facilissima passeggiata in montagna.

Tutto molto poco chiaro e quando è così non rimane che affrontare la cosa in prima persona, non c’è altro da fare. Di sicuro siamo incuriositi.

Ce ne andiamo in stanza con la coda tra le gambe. Sentiamo la pioggia battere sul tetto di lamiera, ma qui dentro non ci si riesce a scaldare, nonostante Lorraine abbia acceso i termosifoni al massimo.
Siamo stanchi, bagnati, infreddoliti e abbiamo la sensazione di aver perso tempo raggiungendo una località così aspra e poco accogliente in questo periodo dell’anno. E la vocina dentro di me continua a martellarmi… “hai anche lasciato tuo figlio per tutto questo…

Mi sono scoperta più esigente e, in certi casi, addirittura ipercritica durante tutto questo viaggio. Se in altri momenti avrei tranquillamente lasciato correre per un dettaglio, un piccolo contrattempo, una banale svista, questo non l’ho concesso alla Nuova Zelanda, proprio perché mi è costato lasciare Samuele per due settimane. E quindi il letto è comodo sì, ma avrebbe potuto esserlo di più; l’hotel è buono, ma si poteva fare meglio…Forse si noterà questo eccesso di critica nella lettura di questo diario…

Non possiamo far altro che incrociare le dita affinchè domani la pioggia ci dia un minimo di tregua.

Il giorno seguente ci svegliamo molto presto. L’aria è fredda, ma il cielo sembra essersi rischiarato.

Uscendo dal rifugio si staglia improvvisa e inaspettata l’imponente sagoma del Monte Tongariro all’orizzonte, proprio sulla stessa strada da noi percorsa ieri. È bellissimo!

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Abbardati fino ai denti ci avviamo con la macchina fino all’imbocco del Mangetapopo, il sentiero da dove parte il celebre Tongariro Crossing.

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E’ lungo 19,4 km, parte dalla valle ai piedi del Monte Tongariro, a 1000 metri, fino a salire ai 1800, tra bellezze naturali per lo più raggiungibili d’estate o comunque con adeguata attrezzatura alpina, come gli Emerald Lakes e il Blue Lake.

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Blue Lake (da Google images)

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Emerald Lakes (Google Images)

Nell’area parcheggio c’è già qualche mattiniero appassionato armato di piccozza, caschi di protezione e ramponi, e poi ci siamo noi due, Totò e Peppino in montagna. Per farvi capire il livello di freddo mi sono ridotta così. Temperatura esterna circa 2 gradi.

 

 

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Cominciamo la passeggiata fermandoci di tanto in tanto a immortalare il magnifico scenario che ci circonda. I colori della vegetazione vanno dal viola, al verde, al marrone chiaro e poi la presenza inquietante del vulcano che si fa sempre più vicino. Ha la cima perfettamente incorniciata dalla neve, sembra disegnato da un bambino, e non mi stupisco che Jackson lo abbia scelto come location per il Monte Fato ne Il Signore degli Anelli. Non avrei potuto immaginare più desolazione nella Terra di Mordor e ogni tanto ci prende la suggestione di voltarci lungo il cammino per controllare se Gollum ci stia seguendo. Il mio tessssoro…

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Tra salite, discese, corsi d’acqua, sentieri tortuosi, arriviamo alle Soda Springs alla fine di una valle nera ricoperta di rocce e lava. Nessuna protezione dal vento e la pioggia che pian piano si fa sempre più copiosa. Probabilmente con un tempo meno inclemente avremmo proseguito oltre. Noi non ce la siamo sentita e contenti di questi inaspettati 5 km percorsi (che inevitabilmente raddoppieranno con il ritorno) e di tutto quello visto lungo il cammino, una desolante bellezza in tutto il suo splendore, preferiamo tornare indietro.

E’ presto per cercare un posto dove mangiare. Facciamo una breve deviazione per il Whakapapa, rinomata stazione sciistica dove, come unica struttura ricettiva, hanno costruito un albergo a forma di castello, che sarà anche elegante all’interno, ma fuori è un cazzotto in un occhio, la tipica cattedrale in mezzo al deserto (poi, in generale, non mi piace quando si usa il francese per denotare un post chic… Chateau Tongariro…ma perchè? Forse Tongariro Castle non andava bene?).
Lorraine ci ha consigliato un posto vicino il rifugio per mangiare qualcosa, ci basterà proseguire fino alla stazione del treno. Il posto c’è, si chiama Station Cafè ed è aperto dal 1909! Dentro è semplice ma accogliente, sembra una abitazione privata, con divani dall’aria vissuta, stufe a legna, scaffali pieni di libri e poltrone ingombre di giocattoli. Ordino una pie ripiena di carne, buonissima, con una tazza di tè caldo e una fetta di torta. Ci voleva, il meritato premio dopo tanta fatica!
La sera recuperiamo energie sonnecchiando e guardando film alla tv… (Ma quanto era bello Eternal Sunshine of the Spotless Mind?)
Domani lasceremo il Tongariro in direzione della capitale, Wellington.

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