#AleAndValeDownUnder: Wellington

La dolce Lorraine ci ha portato la colazione in camera di buon mattino. Ha poggiato il grande vassoio imbandito di uova, pancetta, pane, burro e marmellata e se ne è andata cinguettando. “Enjoooy!
Stamattina lasciamo il Tongariro in direzione della capitale, Wellington.
Ci aspetta un lungo viaggio in macchina per la campagna neozelandese, circa quattro ore lente e sonnacchiose sotto una pioggia micidiale, ormai nostra inseparabile compagna di avventure.


L’albergo che abbiamo prenotato per due notti è il Novotel, downtown, a cavallo tra The Terrace, la lunga strada del quartiere finanziario, dove si trovano uffici e palazzi istituzionali, e Lambton Quay, immediamente parallela, cuore dello shopping.
Il ragazzo alla reception è così gentile che ci fa un upgrade gratuito (sapevo che scrivere Honeymoon nelle mail di prenotazione avrebbe prima o poi portato a qualcosa…) e ci manda in una grande camera all’ultimo piano dove ci attende la classica composizione di asciugamani sul letto a forma di cuori e cigni… Pacchianissimo, ma insomma, grazie Novotel!

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Usciamo sul tardi che è già buio e andiamo a Cuba Street, frequentata per lo più da studenti universitari che scelgono di passare qui la loro serata, tra un pub o un ristorante. Noi scegliamo un giapponese, Origami, ma dobbiamo sbrigarci perchè chiude presto, alle 22.
Il locale è delizioso, moderno, con bei disegni colorati alle pareti che rimandano al paese del Sol Levante, dai sakura, al castello di Osaka ai torii di Fushimi-Inari. Ci prende un po’ di malinconia del Giappone e mentre i ricordi affiorano diamo un’occhiata al ricco menù.

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Stasera ci trattiamo bene, dopo aver pranzato al volo, in macchina con un paio di tramezzini acquistati per strada. Ordiniamo sushi, sashimi, ramen (neanche lontamente paragonabili a quelli mangiati a Tokyo…ahimè) e una porzione di soba con manzo in salsa teriyaki.

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Sazi ci riversiamo su Cuba Street, una larga strada pedonale con negozi e locali lungo i lati e al centro panchine, fioriere e fontane. Ci sembra molto vivace ed è davvero piena di ragazzi come diceva la guida, ma il vento stasera è troppo freddo e, nonostante l’abbigliamento invernale, non riusciamo a proseguire.

Un bellissimo sole ci dà il buongiorno l’indomani mattina. Oggi esploriamo la città, e da dove cominciare se non dal porto? I primi insediamenti di Wellington sono nati intorno a quest’area che è poi stata ampliata e in parte bonificata per dare spazio alle case dei nuovi coloni che arrivavano dall’Europa.

Pian piano la città si è dovuta espandere dando inizio a un nuovo ciclo edilizio che ha interessato le colline circostanti, ville eleganti che divennero simbolo della ricchezza e prosperità dei ricchi proprietari che le abitavano.
Visitando Wellington si ha in effetti la sensazione di percorrere una città costruita a strati, l’uno sull’altro, a terrazze, ripide, strette e scoscese.
C’è una cabinovia che permette di fare su e giù lungo le colline, ma come ho già detto abbiamo preferito iniziare dalla valle.
Un bel mix la zona portuale, un esempio di come la vita di tutti i giorni si sia perfettamente integrata alla vita di mare e viceversa.
Si mescolano docks industriali e ristoranti di pesce dallo stile shabby chic, con verande coperte che sembrano eleganti serre all’inglese. Grandi padiglioni fungono da vendita e noleggio di attrezzature outdoor,  altri sono stati  adibiti a caffè multipiano o addirittura a teatri.
Playground vista onde, con scivoli che si attorcigliano lungo un alto faro giocattolo, con monocoli lungo i corrimano per stimolare la fantasia dei bambini, un po’ pirati, un po’ guardiani.

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Sul lato orientale della baia,  le antiche abitazioni coloniali si amalgamano perfettamente ad eleganti palazzi moderni dall’aria hi-tech. Pagherei per svegliarmi con questa vista tutti i giorni e sbircio curiosa tra quelle finestre, adorne di fiori, oggetti a tema marinaro e wind chimes. Una signora anziana sorride e saluta da dietro i vetri e per un attimo ho quasi sperato che ci chiamasse per un tè in compagnia.

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Il lungomare è pieno di auto parcheggiate tra le fronde dei pini marittimi a bordo delle quali ci sono i loro proprietari, a consumare qualche sandwich in tailleur col caffè da asporto poggiato sul cruscotto. Pausa pranzo con vista. Chi non sta lavorando si dedica alla corsa. A piedi o in bicicletta, con i loro completini fosforescenti, cani al guinzaglio e occhiali da sole.

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L’acqua è verde smeraldo e così cristallina che oggi si potrebbero contare le rocce sul fondo. Scendiamo qualche gradino ed ecco sparita la città. Abbiamo solo il mare davanti a noi e cabine colorate alle nostre spalle, qualcuna più sbiadita per il lavoro della salsedine, altre dipinte da poco, di un azzurro brillante, con cime appese a ganci e carta vetrata per lisciare gli scafi, odore di vernice e mare.
Qualcuna è aperta, anzi, un uomo anziano sta uscendo per andare a pesca e rema verso la sua barca ormeggiata al largo, rigorosamente a vela, il simbolo secondo me perfetto di libertà.

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Vale e il suo nuovo amico

Per pranzo ci spostiamo su Courtenay Place, piena di bei locali e ristoranti. Uno dei miei preferiti si chiama Vinyl. Vinili alle pareti, sugli scaffali, alle spalle del barman tra una bottiglia di vodka e una di rum, la voce di David Bowie che canta Suffraggette Song… Il regno del vintage!!
Non abbiamo però voglia di sederci per mangiare, preferiamo un kebab da passeggio, per non perdere neanche un minuto di sole, così ci fermiamo a una rosticceria alla buona dove  un ragazzo indiano, al minimo accenno di personalizzazione delle proposte sul menù, (“potrei avere solo  felafel?“) sembra entrare nel panico.
Torniamo in albergo per riposare un po’. Il freddo di questi giorni mi ha fatto venire un po’ di febbre e ho brividi ovunque.

Domani partiremo molto presto. Dobbiamo lasciare la macchina al porto, prendere il traghetto che ci porterà all’isola sud, quindi noleggiare un’altra auto e proseguire fino a Kaiteriteri, già Abel Tasman National Park. Sveglia ore 5… Aiuto!

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