#AleAndValeDownUnder: in viaggio verso l’Isola Sud

Ci svegliamo molto presto, scendiamo a far colazione e quando è ancora tutto buio e deserto ci avviamo con la macchina verso la banchina del porto dove è prevista la partenza del nostro traghetto verso Picton, sull’isola sud. Addio Wellington.
Lasciamo la Toyota nel parcheggio della Avis, anche se non abbiamo la più pallida idea a chi lasciare le chiavi.
Scopriamo che sono organizzatissimi e all’interno della sala partenze hanno allestito un unico box dove radunare tutte le chiavi di tutti gli autonoleggio. Più facile di così…
Il tragitto attraverso lo Stretto di Cook è gestito dalla Inter Islander e il biglietto costa 65$.

Imbarchiamo i bagagli più voluminosi proprio come un check in in aeroporto e ci mettiamo nella spaziosa sala d’attesa già gremita di ragazzini in divisa, probabilmente una squadra di calcio in trasferta, famiglie con passeggino e bambini piccoli, comitive di ragazze che giocano a carte ridendo a voce alta, mentre un uccellino ingordo di briciole continua a entrare e uscire portando con sé folate di vento freddo. Odore di cibo e caffè.

Il traghetto mi sembra enorme ed è nuovissimo. Le sale hanno poltrone comode, è tutto pulito e ordinato. Inoltre il Wi-Fi gratuito, la TV e il bar permettono di trascorrere la durata della navigazione in modo piacevole e confortevole.

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L’alba sul porto di Wellington.

Ma la realtà è che con questa giornata nessuno o quasi è rimasto al riparo. Oggi siamo  fortunati, c’è un tempo meraviglioso, splende il sole, non una nuvola in vista. Non vediamo l’ora quindi di lasciarci alle spalle il porto di Wellington e di goderci la traversata.

La tragitto durerà tre ore e mezza: una volta usciti dal golfo di Wellington, attraverseremo il leggendario Stretto di Cook, ponte di collegamento tra il Mare di Tasmania e l’Oceano Pacifico, e, puntando dritti attraverso il Marlborough Sounds, uno dei meravigliosi fiordi che caratterizzano l’estremità settentrionale dell’Isola Sud, finalmente faremo approdo nel porto di Picton.

 

Il mare, che oggi è una tavola blu, l’isola rocciosa e selvaggia che si allontana e la nuova che dopo un (bel)  po’ si avvicina, verde, rigogliosa, ospitale, sono uno scenario di una bellezza sorprendente.

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Incontriamo foche curiose nuotare lungo la scia lasciata da questi potenti motori, branchi di delfini che sguazzano giocosi tanto da poter vedere i loro dorsi brillare alla luce del sole, lo sbuffo di una balena lontana, ma che non è sfuggita ai nostri occhi attenti e al binocolo di qualche turista che previdente ha portato con sé.

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L’inconfondibile sbuffo di una balena in lontananza.

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Dopo un paio d’ore di navigazione siamo ormai in prossimità dell’Isola Sud. Lasciamo il mare aperto e ci addentriamo nel meraviglioso Marlborough Sounds, e tra le isole e gli isolotti che lo compongono sono infinite le barche e i gommoni che incrociamo a pesca o a prendere il sole. Alcuni ci salutano agitando la mano e noi rispondiamo, contenti come bambini (ma sotto sotto anche un tantino invidiosi!).

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Arriviamo al porticciolo di Picton che quasi non ci va di sbarcare. Inoltre una foca particolarmente amichevole ci ha scortati dall’ingresso al porto fino al molo e noi continuiamo a cercarla con lo sguardo per farle altre foto. No, proprio non ci va di scendere.

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Il porto di Picton.

A terra recuperiamo i bagagli e ci avviamo verso il desk della Avis perché abbiamo un’altra macchina pronta per noi. C’è solo una impiegata, gentile, ma davvero troppo lenta per questa folla di turisti nell’ora di punta. Ci danno un’altra Toyota Corolla, ma invece di metterci subito in cammino preferiamo sgranchirci le gambe esplorando Picton.
Non c’è granché, sono tutti alberghi, pensioni, negozi di souvenir e ristoranti. Ne scegliamo uno con vista mare dal quale provengono brani dei Beatles e rockabilly americano anni’50.

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Ordiniamo cozze al vapore, che qui sono grandi e dalle curiose venature verdi sul guscio, saporitissime, un chowder di pesce squisito, fish’n’chips e una fetta di apple crumble.
Usciamo soddisfatti alla luce del sole che già comincia a farsi dorata per il tramonto alle porte e ci immergiamo nella vivace vita del parco lungo mare, dove oltre la spiaggia è possibile trovare panchine panoramiche, tavoli da picnic, presidio di papere e gabbiani dall’aria pasciuta, parchi gioco attrezzatissimi, bar.

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Ci mettiamo in cammino. Il tragitto fino a Kaiteriteri, ai margini del parco nazionale di Abel Tasman, è molto lungo e si snoda dapprima in una fertile valle ricca di vigneti, coltivazioni di mele, pere, kumara (una patata dolce tipica) e golden kiwi, quindi sale in montagna passando per paesini agricoli addormentati dove i pascoli sono a perdita d’occhio e delimitati tra loro solo da imponenti alberi secolari.

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Facciamo una breve sosta a Nelson, cittadina dal fare tranquillo, piena di pensioni e motel, ma che a noi ha colpito per il lungomare, affascinante con la bassa marea e a quest’ora i riflessi del sole al tramonto regalano delle languide sfumature dorate davvero ipnotiche.

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Kaiteriteri è il nome di una spiaggia che delimita il confine con l’Abel Tasman, un parco nazionale dove è possibile accedere esclusivamente a piedi o in barca in quanto senza strade né alloggi, se non campeggi alla buona per backpacker.
È divisa da un tratto di parete rocciosa dalla sua sorellina più piccola, Little Kaiteriteri, meta di vacanze per i neozelandesi fortunati che possono permettersi una di queste case vista mare. Niente di particolarmente sfarzoso. Il gusto degli abitanti di queste isole è semplice e pratico, ma è senz’altro la location a far la differenza.

Il nostro alloggio è su una collina che abbraccia dall’alto la costa. Si chiama Kimi Ora, “buona salute” in lingua Maori, nome che racchiude la filosofia di questo posto speciale. Il resort infatti è a basso impatto ambientale, sfrutta l’energia dei pannelli solari per avere acqua ed elettricità, ha orto e frutteto che danno i prodotti che vengono serviti a colazione, un pasto questo gustosissimo e rigorosamente vegetariano, con una vasta scelta di infusi, tisane e marmellate fatte in casa.
Gli alloggi sono dei cottage indipendenti in legno, sparpagliati in altura e immersi nella vegetazione, con un bel patio arredato che si affaccia sulla baia, a dir poco incantevole.

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E’ una di quelle strutture, in una di quelle località dove sarebbe bellissimo restare per settimane, in relax a godere delle loro piscine o trattamenti spa, o attivi all’aria aperta facendo trekking, andando in bicicletta o al mare.
Noi, purtroppo, staremo solo due notti, e ne abbiamo approfittato per una gita guidata in kayak organizzata dalla Wilsons, una compagnia che si occupa di accoglienza turistica nel territorio dal 1841.

Domani mattina abbiamo appuntamento in spiaggia alle 9 precise e al solo pensiero mi prende un pochino d’ansia. Sono salita su un kayak una sola volta in vita mia e mai in mare aperto,  mi chiedo se riuscirò a cavarmela o se ci sarà un bel bagno fuori programma.

Nel frattempo si è fatto buio pesto e la bellezza struggente di questo posto si palesa ancora più prepotente con un tetto di stelle illuminato sopra le nostre teste che ci lascia muti e increduli.

Abbiamo fame. Scopriamo che il ristorante del resort è chiuso per l’inverno così Vale è costretto a rimettersi in macchina per andare a cercare qualcosa da mangiare nel circondario. Tornerà solo dopo quasi un’ora (mi stavo davvero preoccupando), con un paio di tramezzini al pastrami, qualche mela e un paio di golden kiwi.

Ha trovato tutto chiuso, alcuni ristoranti addirittura dalle 16:30 e per un boccone è dovuto arrivare al centro abitato più vicino, Motueka, a circa venti minuti da qui, dove comunque ha trovato aperto solo un distributore di benzina e un piccolo store gestito da una donna indiana. Una volta acquistati gli unici tramezzini in vendita ha chiesto se fosse possibile comprare un po’ di frutta ed è qui che l’indiana si è alzata, è sparita nel retrobottega (casa sua) per poi ricomparire con la busta di mele e kiwi. Vale ha capito che la frutta proveniva dalla dispensa personale della donna perché quando ha chiesto il prezzo la signora gli ha risposto che era gratis. Non ci volevo credere quando me lo ha raccontato. A me questi gesti di generosità spontanea lasciano sempre sbalordita e mi rendo conto che è anche per questo che amo viaggiare. Adoro sentirmi nuda e impotente davanti a uno sconosciuto che con un semplice gesto è capace di insegnarti un mondo. Se restassimo nella nostra abitudinaria tranquillità non ci sarebbe più niente da scoprire, soprattutto del genere umano, che al contrario è la componente che più mi attrae di un viaggio.

Me ne vado a letto con un buon presentimento. La gita in kayak di domani non mi sembra più tanto insormontabile, non penso che mi manca casa e figlio, il mondo mi sembra un posto bellissimo dove vive gente bellissima.

E comunque io un kiwi così buono non l’avevo mai mangiato prima.

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