#AleAndValeDownUnder: Abel Tasman – Ritorno a casa

Domenica 3 luglio ci svegliamo presto per prepararci alla nostra escursione in kayak. Il sole sta sorgendo e l’alba sembra divertirsi a pennellare il cielo di giallo, di rosso, di blu, un ottimo auspicio per la splendida giornata che tra qualche ora uscirà.

L’appuntamento è previsto alle 9 sulla spiaggia di Kaiteriteri. Dall’hotel in pratica 1 minuto di macchina.

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Troviamo ad attenderci Sam, la nostra guida (ma in NZ le guide si chiamano tutte così?!), un bel ragazzo alto e con l’aspetto di un bagnino dall’abbronzatura atomica.
Ci prestano tutta l’attrezzatura necessaria per l’escursione, calzari da sub, pantaloni e giubbetti impermeabili, magliette termiche e pranzo al sacco. Lasciamo un numero da contattare per eventuali emergenze (facendo le corna), quindi facciamo conoscenza con gli altri ragazzi che parteciperanno al tour con noi, due sposini, in luna di miele anche loro, provenienti dal New Jersey.

Mentre lo dice il ragazzo assume un’aria quasi mesta, come a dire “scusate, non siamo proprio riusciti a fare di meglio“e non appena sente che veniamo da Roma si affretta a precisare che presto verranno in Italia, anzi che avrebbero dovuto partecipare a un matrimonio a giugno, a Milano, ma che per motivi di lavoro è saltato con suo profondo dispiacere… Sbaglio o sta continuando a giustificarsi senza motivo?
Lui ha l’aspetto di un marine fisicato in tenuta da guerra, ha modi pragmatici e parla deciso, come un vero militare.

Lei è dolce, biondina e rotondetta, e mi confessa di essere terrorizzata perché non è mai stata in kayak in vita sua.
La rassicuro perché in realtà neanche io sono esperta. In tutta la mia vita sono stata solo una volta a bordo di un kayak e mai in mare aperto.


Partiamo a bordo di una imbarcazione a motore, di quelle per andare a pesca, dove già sono sistemate altre persone che hanno pagato per altri tipi di tour.

Abbiamo scoperto questa compagnia di accoglienza turistica, la Wilsons, assolutamente per caso a forza di leggere forum e blog di viaggi. Il biglietto per la nostra escursione è stato prenotato e pagato in anticipo direttamente sul sito.

Io, Vale, la guida e la coppia americana veniamo lasciati dopo una mezz’oretta sulla spiaggia di Torrent Bay, dopo aver costeggiato la suggestiva Split Apple Rock, all’interno del parco nazionale dove, dietro le dune di sabbia, scorgiamo un rifugio in costruzione che possiamo usare come appoggio per lasciare zaini o tutto quello che potrebbe ingombrare durante la traversata.

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La Split Apple Rock.

Prendiamo i kayak e li trasciniamo fino al mare.
Sam ci spiega brevemente come dobbiamo salire, scendere, come posizionare le gambe e come usare le pagaie.
Siamo prontissimi ed eccitatissimi e non vediamo l’ora di mettere a frutto quello solo spiegato a parole.

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La giornata è una benedizione. Sam la definisce così e ha senz’altro ragione. Il mare è una tavola blu, cristallina, pacifica, ed è un vero privilegio poter esplorare la baia da questo punto di vista e con questo sole.

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Al largo un isolotto scoglioso chiamato Pinnacle Island ospita una colonia di foche. Bisogna tenersi lontano almeno 20 metri perché è zona protetta, ma è comunque facile vederle e sentirle anche da quaggiù.

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Sono spaparanzate al sole, qualcuna nuota in cerca di cibo mentre i piccoli chiamano le mamme con versi acuti e squillanti.
Avevamo letto che può capitare che una di loro possa salire a bordo del kayak, ma Sam ci dice che in realtà le foche non arrivano mai ad essere curiose fino a questo punto.
Se rinasco voglio rinascere foca di Kaiteriteri. Al riparo da predatori, tutelate dal parco nazionale, a mangiare sashimi tutto il giorno quando non troppo occupate a dormire o nuotare. Mica male, no?
Dopo un’ora e mezza di navigazione arriviamo a Bark Bay, una larga spiaggia deserta dove ci fermiamo per il pranzo.

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Sam ha portato un grande telo impermeabile sul quale poterci accomodare e ci offre tè e caffè caldi.
Nella sacca che ci hanno dato per il pranzo c’è di tutto, compresa la variante vegetariana se il panino con la carne non andasse bene, e poi frutta fresca, succo biologico, cookie al cioccolato e uno scone da spalmare con il burro.
Sono un po’ stanca, ho le braccia ma soprattutto le gambe talmente indolenzite da non riuscire a piegarle, e avrei una gran voglia di sdraiarmi sotto questo bel sole e farmi una ricca dormita, ma resisto. Voglio fare qualche foto e mi piace ascoltare le storie che Sam racconta (per me è tutto esercizio, anche se questo miscuglio di inglese e australiano non è molto facile da capire…), su chi fosse Abel Tasman, il primo europeo a mettere piede su queste terre, e non Cook come si potrebbe pensare, e di come le tribù maori si siano sterminate tra loro in una lotta al potere insana quanto deleterea. Sam conosce bene questo posto. È nato in una fattoria nei paraggi gestita dalla sua famiglia dalla bellezza di 150 anni, ma lui si occupa d’altro, dividendo il suo lavoro tra uscite in kayak o snow patrol sui ghiacciai più a sud per monitorare la neve.

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Non ho granché voglia di rimettermi a mollo, ma il viaggio di ritorno è bellissimo perché, complice la bassa marea, è come percorrere una rotta completamente diversa rispetto all’andata! Vediamo tratti di costa prima nascosti dall’acqua, strettoie attraverso le quali il kayak passa a mala pena se non aiutandosi con le pagaie, distese di cozze nere ad asciugare (e Sam ci svela il perché di quei gusci dalle venature verdi… Sono mitili importati dal Giappone che qui hanno trovato un habitat ideale per crescere e diventare gigantesche, a differenza delle cozze oriunde, molto più piccole).

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Era pieno di stelle marine là sotto 🙂

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Faccio fatica a riconoscere la spiaggia di questa mattina. Il capanno dove abbiamo preso le imbarcazioni dista almeno 300 metri ora e quel che è peggio è che ci tocca portare i kayak di tutti, guida compresa, su questa sabbia bagnata pesante come cemento.

L’americano deve aver preso la cosa come una specie di esercitazione e preso il primo kayak comincia a correre con noi dietro ad arrancare nel fango. Ehi Johnny, rallenta, mica c’è una medaglia in palio!
Simpatico ma leggermente competitivo il ragazzo… anche prima, a bordo dei kayak, sembrava non volesse farsi superare da noi e se questa cosa malauguratamente capitava, lo vedevi remare a più non posso con gli schizzi d’acqua che andavano da tutte le parti. Un mito!

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Sorpresa! La spiaggia si è moltiplicata….

Finita la sfacchinata restiamo ad attendere l’arrivo della barca che ci ha portati qui stamattina, nel frattempo scambiamo qualche parola con i nostri compagni d’avventura.
Anche loro stanno girando la NZ da nord a sud, ma tutta con i mezzi pubblici.

Torneranno a casa tra qualche giorno ripartendo da Christchurch, ma prima passeranno per Queenstown e a vedere i ghiacciai. Anzi, hanno proprio il pullman subito dopo, tempo di spogliarsi e già devono rimettersi in cammino verso sud perché l’indomani mattina una gita in elicottero li attende per vedere ed esplorare il ghiacciaio dall’alto.
Non li invidio per niente. Sinceramente non capisco cosa si possa godere di un viaggio quando i ritmi sono così serrati, senza neanche il tempo di una doccia o di una dormita.
Capisco che se uno ha pochi giorni voglia cercare di vedere il più possibile, ma in questo modo non si ha, secondo me, neanche il tempo di capire e metabolizzare dove ti trovi.

Siamo stanchi morti, leggermente bruciacchiati dal sole nonostante la protezione, con le labbra secche nonostante le bottiglie di minerale, pieni di sabbia e acqua da tutte le parti, ma, ragazzi, che esperienza meravigliosa! Mi è venuta voglia di comprare il kayak per usarlo tutto l’anno!

Salutiamo e ringraziamo, quindi ci facciamo una doccia al volo e andiamo a mangiare in un KFC in città, a 25 minuti da qui, perché il ristorante dell’albergo è chiuso per la stagione, e gli altri locali papabili a Kaiteriteri o chiudono alle 16:30 o sono chiusi perché è domenica.
Domani lasceremo questo posto straordinario, dove il silenzio è rotto solo dal canto degli uccelli e dal pigro ronzio delle api. Mi piange il cuore.

L’indomani mattina lasciamo Kaiteriteri intorno alle 10 dopo una abbondante colazione e torniamo indietro, a Blenheim, dove oggi pomeriggio ci attende un volo interno che in un’oretta ci riporterà ad Auckland.

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Prima di affrontare questo lungo viaggio, però, passiamo a vedere la vicina spiaggia di Little Kaiteriteri, un gioiello con vista magnifica sugli scogli, talmente vicini che si potrebbero raggiungere dalla riva, e ricca di conchiglie di diverse forme e colori. Rimaniamo per un po’ ad ascoltare il rumore del mare. E’ tutto così bello che non vorremmo andarcene mai, ma ahimè, il tempo scorre e controvoglia ci rimettiamo in cammino.

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Arriviamo a Blenheim intorno alle 14 che dobbiamo ancora pranzare. Ci fermiamo al Watery Mouth Cafè, un locale a due piani che affaccia sulla piazza principale della cittadina, famosa, come tutto il territorio del Marlborough Sounds, per il vino.

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Sulla via di ritorno per Blenheim…

Il locale è gestito da due ragazze che nel 2009 sono state protagoniste di un viaggio epico. Hanno noleggiato un pulmino Volkswagen a bordo del quale hanno girato l’Europa, la bellezza di 16 paesi, compresa l’Italia. Ci sono foto ovunque che ritraggono il famoso orsetto Paddington in posa per le varie località toccate dalle ragazze, scelto come testimonial speciale e coloratissimo a spasso per il vecchio continente.
Una delle due ragazze è alla cassa e vedendoci incuriositi a sbirciare tra le cornici appese qua e là ci racconta di questa esperienza meravigliosa che le ha portate a entrare in contatto con altre culture, altre tecniche di cottura, in poche parole altre culture del cibo, un tesoro che hanno riportato con sé a casa e che cercano di riproporre ogni giorno lavorando nel loro locale.
Non capita spesso di rapportarsi con persone che hanno la stessa passione per il proprio mestiere come la giovane donna che ho davanti, che parla in fretta con gli occhi accesi e un sorriso timido. Crede molto nel girl Power, sottolinea più volte che le donne insieme possono fare grandi cose, e nel locale sono infatti solo ragazze, molte delle quali in vacanza studio/lavoro, a servire ai tavoli e al banco.
Usciamo sulla piazza antistante davvero ammirati e soddisfatti per il pranzo, che si è rivelato ottimo. La carne di agnello è davvero eccezionale un po’ ovunque in NZ, ma qui era proposto con una fresca salsa alla menta davvero deliziosa.

Arriviamo al minuscolo aeroporto di Blenheim, lasciamo la macchina nel parcheggio della Avis ed entriamo ad aspettare il nostro volo.
Non ero mai stata in un aeroporto così piccolo che contemporaneamente serve voli civili e militari.
Resto affascinata a osservare le abili manovre di atterraggio di enormi aerei in tuta mimetica essendo il nostro punto di vista in un certo senso privilegiato. La pista è ad appena una porta scorrevole da noi, ma comincio a percepire una vaga inquietudine quando capisco che l’aereo della Air New Zealand sul quale viaggeremo è di quelli minuscoli con ancora i motori a elica esposti.
La claustrofobia si spreca quando vedo la testa di Vale doversi piegare per salire a bordo e per raggiungere il nostro posto. Non mi era mai presa prima d’ora. Che sensazione tremenda, davvero non la auguro a nessuno. Non so come riesco a calmarmi, forse complice il magnifico tramonto che ha tinto il nostro finestrino di tutte le sfumature immaginabili di rosso, o forse le hostess che in poco tempo sono passate innumerevoli volte a offrire caramelle, bevande, piccoli snack.

In un’ora siamo di nuovo ad Auckland. Compriamo dei tramezzini per la cena, chiamiamo un taxi e raggiungiamo il nostro alloggio, un Ibis Budget letteralmente attaccato all’aeroporto. Abbiamo il volo prenotato per domani pomeriggio e avendo visto praticamente tutto di Auckland abbiamo pensato di non allontanarci troppo da qui né tantomeno spendere troppi soldi per soltanto una notte.
Siamo convinti di questa scelta finché non vediamo l’hotel. Siamo stati ospiti tante volte di questa catena di alberghi a buon mercato, ma mai ce ne era capitato uno così.
Sembra un dormitorio. Quando arriviamo alla reception per registrarci c’è una tale confusione che sembra un mercato. Bambini in pigiama che corrono scalzi nella hall, valige apparentemente senza proprietari che ingombrano l’ingresso, una anziana donna asiatica, forse coreana, che sembra non avere la più pallida idea di dove si trovi e continua a chiedere cose pur non capendo una parola di inglese alla già spazientita receptionist.
Non ho mai visto gente così demotivata nello svolgere il proprio lavoro, l’esatto opposto delle ragazze conosciute a pranzo poche ore fa.
I receptionist di questo Ibis Budget ti salutano, ti danno la chiave della camera e ti salutano di nuovo senza mai staccare gli occhi dal pc di fronte a loro. Per qualsiasi informazione in più (il wifi c’è in camera? è gratuito o no? qual è la password?) dovrai essere tu a fare una specie di interrogatorio e guai a dimenticarti un dettaglio se no, avanti il prossimo e taaac, hai già perso il turno.
Con l’ascensore gremito saliamo al quarto piano e ho la sensazione di trovarmi in un residence per disadattati. Chiusi nella nostra stanza-loculo, con la mappa dei segni sulle pareti lasciati dal passaggio di tutte le precedenti valige e le lenzuola del letto talmente impolverate da celebrare il festival dell’acaro, sentiamo litigare in corridoio una famiglia sull’orlo di una crisi di nervi, volume della TV a livello “batterie Myco scariche” e rumori di passi non proprio felpati dal piano di sopra.
Ho pensato che se fossi riuscita a sopravvivere a quella notte avrei davvero potuto dire di essere una viaggiatrice a tutti gli effetti, colei che intrepida ha dormito ovunque. Ma gli acari ci sono davvero e la notte morsicano come assassini.

Il giorno dopo non vedo l’ora di lasciare questa topaia. Facciamo il check out, lasciamo le valige al deposito (è possibile lasciare i bagagli al deposito? ehm..avete un deposito? A quel punto il biondo cherubino messo come receptionist ci ha indicato con la mano aperta e senza dire una parola di piazzarle di fianco alla sua sedia ..) e ci immergiamo in sei dilatatissime ore da passare prima di imbarcarci!

Troviamo un bar delizioso a pochi passi da qui, tutto colorato e con invitanti poltrone sulle quali bivaccare, si chiama Café Jamaica. Restiamo per buona parte della mattinata, finché le palpitazioni cardiache ci avvisano che stiamo esagerando con il tè, quindi paghiamo e ce ne andiamo. Qui intorno hanno costruito una specie di duty free all’aperto, non è difficile passare il tempo e, volendo, acquistare qualcosa, ma a noi non serve granché così, dopo un panino veloce quanto gustoso da Carl’s Jr., ci avviamo con il servizio navetta dell’hotel direttamente al terminal.
La cosa più difficile nell’aeroporto di Auckland è trovare un posto a sedere. Ci sono aree immense di mattonelle lucide che rimangono così, vuote, inutili, tanto per far vedere che lo spazio ci sarebbe eccome ma no, è più elegante se rimani in piedi come un cavallo, lasciandoti immaginare quante comode sedute ci sarebbero potute entrare.
Una volta trovato posto però il gioco è fatto e tra una ritocattina al diario di viaggio e un’occhiata curiosa all’ennesima famiglia maori in partenza (sono tutti a gruppi di non meno 5 persone, tutti belli in carne, uomini donne e bambini, e amano farsi foto e selfie con sfondi improbabili come gli estintori o le toilette) il tempo scorre che è una meraviglia.

Sono contenta di tornare a casa dal mio piccolino.

Sorrido immaginando quando lo tempesterò di baci al mio rientro e lui che proverà a difendersi ridendo a crepapelle con la manine protese verso di me.
Questa esperienza è stata meravigliosa e travagliata insieme e mi ha fatto senz’altro capire che più di due settimane io senza il mio Sami proprio non so stare!

Ma anche l’appagante consapevolezza che ormai l’era dei viaggi a due è bella che passata e senza recriminazioni.

E poi tra qualche giorno si riparte per la nostra seconda parte del viaggio di nozze!

Creta ci aspetta!

Calduccio, arriviamo!

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