#Raccontidel31Ottobre: episodi inquietanti in viaggio

Per me che adoro il brivido, le così dette “storie di paura” mi mandano a nozze. Sarà che sono cresciuta con i racconti dei miei nonni che hanno sempre abitato in vecchie case dove, secondo loro, succedevano fatti apparentemente inspiegabili, dove si avvertivano presenze dispettose, dove gli oggetti sparivano per non ritrovarsi mai più.

Quando la mente non riusciva a dare spiegazioni allora entravano in scena strani personaggi dei quali i miei nonni amavano circondarsi, dalla vicina di casa dall’aspetto di una bella strega che sapeva leggere i tarocchi, ad amici di vecchia data “esperti” nell’interpretazione del malocchio con il rito dell’olio.

Da piccola ci radunavamo in campagna con la famiglia e c’era sempre qualche cugino più grande dalla fantasia fervida e malvagia che tutte le volte mi rifilava una o più storie truci ed io, rapita, un po’spaventata, ma troppo orgogliosa per darne dimostrazione, mi bevevo tutta quella pozione di bugie fino all’ultima goccia.

Per questo, quando la mitica Daniela aka L’Orsa nel Carro ha lanciato questo tag, #Raccontidel31Ottobre che “ha il sapore delle storie raccontate intorno a un fuoco nella notte di Halloween“, non ho resistito e mi sono subito messa a scrivere due episodi inquietanti che ci sono capitati in viaggio.

Non vi aspettate una storia terribile come quella descritta da Daniela, eh, ve lo dico subito…Il suo racconto del 31ottobre non conosce rivali e popolerà i miei incubi per ancora molto tempo.

Ma qualcosa di inquietante è capitato anche a noi. Prendete un altro cuscino, mettetevi comodi che ora vi raccontiamo…

Era una notte buia e tempestosa in Scozia…

Quella notte un violento temporale ad Huntly non ci ha fatto chiudere occhio.

Ancora non mi capacito di come abbiamo fatto a resistere al freddo di quella stanza, in una topaia a due passi dal castello omonimo, con il bagno in corridoio da dividere con gli altri ospiti del b/b.

Ma non siamo riusciti a trovare sistemazione migliore.

Tutto occupato nei paesini circostanti, da Inchs fino a Keats, e all’epoca io e Valerio neanche pensavamo a prenotare in anticipo, nonostante fosse alta stagione, anche in Scozia.

Quello era il nostro primo on the road insieme e doveva essere un’avventura, cosa facile da mettere in pratica visti i pochi soldi nelle nostre tasche da studenti che ci hanno portato a dormire ovunque, per terra, in aeroporto, in auto. E negli alberghi peggiori.

Quella fu una delle giornate più intense ed emozionanti. Quasi non ci credevo a trovarmi a passeggiare lungo le rive del mitico Loch Ness, a visitare le meravigliose rovine del Castello di Urquhart.

Più salivamo verso nord e più la brughiera intorno a noi si faceva di un intenso viola scuro, il mare pennellato di tutte le sfumature immaginabili di blu, mentre l’occhio non percepiva ostacoli, libero da tutto ciò che non fosse natura, allo stato puro e selvaggio, come è tipico delle Highlands.

img012

img017img016img018img026Stanchi di tutto questo peregrinare arriviamo a Wick, un piccolo centro abitato sulla costa nord orientale del Regno Unito, dove l’unico posto in cui fermarci per passare la notte è un vecchio albergo che non mi ispira per niente, il Queen’s.

Dietro il vecchio banco di legno, di quelli con ancora il campanello di ottone per chiamare il facchino, un anziano signore di poche parole ci consegna le chiavi della nostra camera, al piano di sopra.

La scala scricchiola sotto i nostri passi nonostante lo spesso strato di moquette che ha visto tempi migliori. Le pareti sono rivestite di una carta da parati ipnotica a fiori rosa e rossi e appese ci sono cornici di velieri in tempesta e scogliere battute dal vento.

La nostra porta è la prima a destra. Il rosa che caratterizza l’edificio è penetrato anche dentro questo buco di stanza che ha il letto incastrato in una nicchia e un lavandino minuscolo a vista vicino la finestra. Mascheriamo il senso di desolazione con un sorriso forzato.”The room is fine…

La porta che si chiude dietro le spalle dell’albergatore sembra sigillarci sotto vuoto.

È impossibile descrivere il silenzio cupo, ingombrante, l’atmosfera ovattata e pesante che regna qui dentro.

Il lavandino sbeccato in un angolo perde, ma è come se ci fosse una spugna sotto le gocce che scendono a intervalli regolari, noi non riusciamo a sentirle.

Le nostre facce già stravolte dalla fatica assumono il colorito malaticcio delle pareti e delle tendine della finestra dalla quale filtra una debole luce pallida.

La stanza affaccia su un lato dell’albergo, in un cortile di terra battuta con solo un albero mezzo rinsecchito.

Da sotto non avevo notato la recinzione, uno spesso muro che ci divide da il parco giochi di un asilo.

Una fitta nebbia sembrava in agguato, pronta ad uscire fuori per sorprenderci, e si insinua lenta e silenziosa come un gas avvolgendo tutto intorno a sé.

Un parco giochi deserto e abbandonato all’incuria della ruggine e del tempo è già spaventoso di suo, immaginatevi con la nebbia, con i contorni dei giochi appena accennati, da indovinare. Il roundabout si muove appena, impercettibilmente con il vento, così come le altalene…sono quelle che si muovono laggiù in fondo, vero?

In giro non c’è un’anima. Scorgiamo una fetta di strada, quella che entra in paese, e notiamo i marciapiedi vuoti, i negozi chiusi. Non passa nemmeno un’automobile. Siamo soli. Ci sentiamo completamente soli. Come gli ultimi sopravvissuti dopo un cataclisma.

Anche nell’albergo sembrano essere spariti tutti. La hall è deserta, si sente solo il pesante toc toc di un orologio a parete. Con un brivido ce ne torniamo in camera, anche se ci procura disagio, così come lo scarafaggio che alberga indisturbato nella doccia.

Rumore di passi dal corridoio-allora c’è qualcuno?-ma non appena apriamo la porta tutto tace, niente si muove, neppure un’ombra.

Mi faccio una tazza di tè, magari aiuta a rilassarmi e mi accorgo che è sera. Ma da quanto tempo siamo qui dentro?

La notte scoppia un temporale. I fulmini mandano ombre sinistre sul soffitto e le pareti della camera, il ramo di un albero continua a battere sui vetri della finestra come per cercare riparo anche lui.

Torno bambina per un momento, quando per sentirmi protetta e al sicuro bastava rifugiarmi sotto le coperte. Ma qui ne abbiamo una sola e talmente corta da non riuscire a coprirci per intero. E gli scricchiolii aumentano, minacciosi, come se il tetto dovesse essere divelto da una forza sovrumana da un momento all’altro.

Il mattino seguente la nebbia è talmente spessa da sentirci disorientati finchè, quando finalmente imbocchiamo la provinciale, tiro un sospiro di sollievo. Mi volto per controllare il cartello che ci avvisa che stiamo lasciando il paese, quasi a sincerarmi di aver davvero lasciato Wick e non un posto come Silent Hill.

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Fantasmi a Venezia

La cugina di mia suocera ha una casa a Venezia Lido che affitta agli artisti e agli addetti ai lavori della Biennale. Dall’alto della nostra immensa faccia tosta, pensiamo di chiederle ospitalità per tre giorni,  quando l’appartamento si svuota a cavallo tra Natale e Capodanno.

Non ci sembra vero. Torniamo a Venezia e per vederla per bene, finalmente. Siamo sempre capitati di passaggio, frettolosamente, limitandoci ai soliti giretti turistici tra Piazza San Marco, Ponte dei Sospiri e Rialto. Stavolta invece facciamo sul serio.

Arrivare a Lido necessita un’oretta abbondante dalla stazione e noi ci godiamo Venezia dal vaporetto. Vedere scorrere lungo il Canal Grande gli antichi palazzi nobiliari, le chiese opulente accompagnati dal ciaf ciaf delle onde sullo scafo che culla, quasi fa sentire protetti, ci immerge in un’atmosfera oserei dire onirica, evanescente, impalpabile.

Quando scendiamo a Lido, il capolinea, siamo soli. Sembra di essere su un’isola abbandonata. Non ci sono autobus, macchine, nessuno in giro, tanto è che siamo obbligati a farcela a piedi.

L’appartamento è al secondo piano in una palazzina ad angolo, a due passi dal mare. La facciata è stata ristrutturata da poco, ma dentro la pianta è quella delle case antiche e signorili, con un importante ingresso sul quale affacciano due grandi porte a specchio.

Una a destra che immette all’area notte, l’altra, di fronte la porta d’ingresso, che nasconde il grande salone. A sinistra abbiamo una porticina che doveva essere la vecchia stanza della tata o della governante e oltre il corridoio una cucina perennemente buia.

Ci sistemiamo in quella che era la camera dei bambini. Alle pareti ci sono ancora quadretti di Minnie e Topolino, qualche peluche impolverato su uno scaffale, la carta da parati a fiorellini. Deve esserci qualcosa che non va nello scarico del bagno perché il forte odore di fossa biologica ha reso l’aria irrespirabile.

Si vede che la casa ha vissuto momenti di splendore. Quasi immagino Angela, la cugina di mia suocera, aggirarsi tra le stanze coi figli piccoli, di ritorno dal mare, con i piedi ancora sporchi di sabbia. Ma non c’è più traccia dei suoi proprietari. È tutto in uno stato di dignitosa decadenza, perfetta per il luogo in cui ci troviamo.

Peccato per il disagio. Un mio stato d’animo fisso qui dentro, da quando sono entrata.

Saranno queste maledette porte a specchio che deformano e proiettano ombre che mi fanno costantemente sentire seguita, spiata.

Sono nervosa, devo assolutamente uscire. E in effetti, in quei tre giorni, tornavamo a casa solo per dormire la notte, approfittando di vedere quanto più possibile. Ma la seconda sera mi sono seriamente spaventata.

Ci prepariamo per andare a dormire. È tardi, sarà quasi l’una di notte. Vale chiude la porta di casa e si mette a letto. Io spengo la luce dell’ingresso e del corridoio, quello che porta in cucina, chiudo la porta della zona notte (non so perché lo faccio, forse un inconscio gesto di protezione), quindi entro in bagno. Mentre mi lavo i denti ripenso alle belle cose viste oggi finché un rumore mi riporta con i piedi per terra. Forse Vale si è alzato. Apro la porta del bagno e mi affaccio. Da sotto la porta della camera da letto filtra la luce dell’abatjour mentre la porta del corridoio… è spalancata! E le luci sono di nuovo tutte accese! Non mi impressiono, senz’altro Vale è andato in cucina e per attraversare mezza casa avrà dimenticato tutto acceso.

Ma quando entro in camera da letto Vale è addormentato, profondamente. Ha ancora gli occhiali indosso mezzi storti sul naso, il libro che stava leggendo aperto a metà sul petto, la testa scomposta sul cuscino. Provo a chiamarlo, a scuoterlo un po’ finché non si sveglia in modo da fargli la fatidica domanda: “Ti sei alzato per andare di là?”

E lui, bofonchiando, mi risponde che non si è mosso, che si è addormentato quasi subito. Ne approfitta per togliersi gli occhiali, si volta su un fianco e si riaddormenta.

Resto immobile a fissare la sua schiena che ha già ripreso a respirare a ritmi regolari-ma come fa?- mentre io non so che pensare. Mi sbrigo a spegnere (di nuovo) tutte le luci, chiudo la porta del corridoio e quella della stanza e mi ficco sotto le coperte, terrorizzata al pensiero di dovermi alzare di nuovo.

La stanchezza ha la meglio. Mi addormento quasi subito, anche se i miei sogni saranno popolati da vasche idromassaggio (come quella che è di là in bagno) piene di acqua nera, con foglie secche e detriti a galla.

La mattina alle 6 mi sveglio con la pallida luce invernale che filtra dalla serranda. Mi alzo per andare in bagno e trovo la porta del corridoio chiusa, come l’avevo lasciata. Tiro un sospiro di sollievo. Faccio per andare in cucina…e di nuovo le luci all’ingresso sono tutte accese! Non posso essermi sbagliata due volte. Quando lo racconto a Vale però non ci crede, razionalizza (e fa bene). Continua a dire che la casa è vecchia, così come il suo impianto, che ci sarà stato qualche falso contatto. Sarà. Io so solo che oggi ce ne andiamo e che sono contenta. Almeno finirà quella sensazione di essere spiata dal buco della serratura, di voltarmi di scatto perché ho visto passare un’ombra che sembra rimanere acquattata  in un angolo. Forse ogni casa a Venezia ha il suo fantasma. E noi abbiamo incontrato il nostro.

E a voi è mai capitato niente di inquietante in viaggio?

Scrivetelo nei commenti o partecipate con un articolo usando il tag #Raccontidel31ottobre e citando l’ideatrice di questa originale iniziativa, Daniela de L’Orsa nel Carro.

Pubblicato da

Vivo a Roma, sono farmacista e ho 40 anni. Un bimbo, tre gatti e una reflex da cui non mi separo mai. Curiosa come una scimmia, considero il viaggio una necessità. Con la testa sono sempre altrove. Sogno di girare il mondo.

28 pensieri riguardo “#Raccontidel31Ottobre: episodi inquietanti in viaggio

  1. Alessia ma sei finita in un racconto di King…mioddio il parco giochi avvolto nella nebbia è da brivido e poi noooo la carta da parati nooo (poi capirai 😉 ) Che paesino inquietante comunque. Dici che si chiama Wick? Sicura che non fosse WHICH?! E il secondo racconto è ancora più scioccante, allora non capitano solo a me certe cose? Ammettiamo che Scozia e Venezia siano pure due location che si prestano alla perfezione per via delle suggestioni però le luci accese erano assolutamente reali, le ha viste anche Vale, no? Dovresti chiedere alla cugina di tua suocera se le fatture dell’Enel siano “regolari”! 😛
    Hai scelto la serata perfetta per raccontarci questi episodi insoliti, ti ringrazio per aver contribuito al Tag è stato davvero come stare ad ascoltarti davanti al fuoco!
    Ps: ahhh i cugggini che ti facevano fare sotto dalla paura…che bei ricordi 😀
    Un bacio!

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    1. Sì, le luci le ha viste anche Vale, ma lui è scettico, continua a dire che è stato un falso contatto o peggio che me le sono dimenticate accese io… Ora, va bene che sono rimba, ma fino a un certo punto!😂 Comunque a distanza di qualche anno sono stati ospiti nella stessa casa anche il fratello di Vale con la fidanzata…e anche lei ha provato disagio, si sentiva spiata…brr..
      Grazie a te per questa bella idea😉 Ciao, buona festa!

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  2. Sono stata a Wick di passaggio dopo ore di viaggio e ricordo che dopo ore di macchina non siamo riusciti a trovare un posto decente dove mangiare, per cui siamo finiti nel negozio di un benzinaio a comprare snacks. Lo ricordo come un posto inospitale, quindi non oso immaginare come sia passare la notte lì… Terrificanti le giostrine mosse dal vento, ma ancora più terrificanti le luci e le porte che fanno ciò che vogliono 😱👻

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    1. In effetti anche noi quella sera abbiamo cenato sul letto con dei tramezzini perché non abbiamo trovato altro. Wick, hai usato il termine esatto, è proprio inospitale. Ma non avevamo scelta. Chissà per il prossimo albergo quanto ancora avremmo dovuto guidare…
      Come stai?
      Ti sta piacendo Berlino? 😉
      Ciao Silvia, grazie!

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  3. Noooo, non voglio crederci alle luci che si riaccendono da sole! Io non avrei lasciato dormire Stefano un secondo di piu!!! Essendo poi lui abbastanza pauroso su queste cose se gli avessi accennato la situazione avrebbe deciso di dormire all’aperto piuttosto! Ahahaha
    Inquietanti davvero e tu bravissima a raccontarle, avrei continuato a leggere per ore… Sai che passione che ho per l’horror anche io! *___*

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    1. Ti giuro Lou, tutto acceso a festa! E quando Vale mi ha detto che non si era mosso ho pensato mi stesse prendendo in giro. Forse per questo non sono schizzata via. Ma qualcosa di strano in quella casa c’era perché anche mia cognata, a distanza di qualche anno, ha avvertito le stesse presenze… spione!
      Grazie ragazzi! Un bacione e buona festa a voi!😍

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  4. Mammamia, che racconti! 😀 soprattutto a Venezia, dopo aver visto le luci accese io avrei fatto la valigia e sarei andata a dormire direttamente sotto il ponte di Rialto! Anche Wick non scherza, la vedrei bene come prossima ambientazione per un romanzo di King, stile “Le notti di Salem”.
    Un abbraccio e buona giornata!

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    1. Sì, The Mist 2..😂 A Venezia siamo capitati sotto le feste..non oso immaginare i prezzi degli alberghi in quel periodo, ammesso di riuscire a trovare una camera libera…Meno male che era la nostra ultima sera 😉
      Un abbraccio a te 😘

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  5. Ma stai scherzando?? Fossi uscita dal bagno e avessi trovato tutto acceso giuro che sarei morta all’istante! E per ben due volte..nemmeno una!! Già ho un rapporto travagliato con Venezia, mettimici anche lo spettro degli operai dell’Enel che girellano indisturbati per casa e per me è la fine definitiva!!

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  6. Ok, sono in casa da sola e, anche se è una bella giornata soleggiata e luminosa, mi stai mettendo i brividi!! Io penso di aver visto e letto troppe storie di paura nella mia vita, per cui sono moooolto facilmente suggestionabile. Questa storia delle luci accese ben due volte è assurda!! Mi viene in mente quel periodo di 4/5 mesi in cui ho abitato da sola a Milano, in quel periodo guardavo il telefilm Lost e andavo sempre a letto chiudendo a chiave la porta di camera ahahah! Una sera ero fuori casa, tornai dopo cena e trovai un cappello di lana grigio sul mio zerbino (in un condominio, non fuori). Aprii la porta e trovai tutte le luci accese dentro…ho controllato sotto tutti i letti e dentro tutti gli armadi con il matterello in mano, poi mi sono chiusa in camera e non ho più voluto sapere niente, ma ogni volta che ci penso a distanza di anni mi prende male!!

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    1. Povera Agnese, mi sarei spaventata a morte anch’io! Questa cosa delle luci ancora non me la so spiegare…Ci credi che a distanza di anni ancora riesco a provare quella sensazione di disagio, di essere spiata, osservata? Anche mia cognata è stata ospitata nella stessa casa e ha provato le stesse sensazioni…Io non sono facilmente suggestionabile, eppure in quella casa non tornerei…

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  7. Questo articolo me l’ero perso!! Oddio che brividi mi hai fatto venire. La storia delle luci è inquitante, ma anche l’albergo scozzese non è da meno. Mi sembrava di essere chiusa con voi in quella stanza con la carta da parati opprimente, e quasi mi è mancato il fiato 😀

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    1. Mi dispiace averti in qualche modo turbata con i nostri racconti, ma dall’altra sono un po’ soddisfatta. Quale è il senso di raccontare storie come queste se non provocare un minimo di spavento nell’ascoltatore?! 😀 Grazie mille Roby!! Buona serata!

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  8. Sono rimasta indietrissimo nella lettura e trovo un sacco di nuovi post! Piano piano recupero prometto! Queste storie mi attirano e terrorizzano allo stesso tempo…anche perchè diciamocelo…sono una fifona, anzi siamo una coppia di fifoni! Tra Venezia e Witck ha vinto decisamente Venezia… che inquietudine! Non avrei lasciato dormire Salvatore un minuto di più! A presto Ale!

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    1. Che casa strana…ma un po’ tutto il palazzo, a dirla tutta…rumoroso quanto basta per farci capire che non eravamo soli, ma allo stesso senza mai incontrare nessuno, che so in ascensore o per le scale…boh…non riesco a capire come si riesca ad affittarla…
      Spero sia tutto ok Vale, bentornata!! 🙂 Un abbraccio!

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