A caccia della storia falsa: #èSuccessoDavvero?

Facciamo un gioco. Vi racconto tre storie capitate in viaggio. Due saranno vere, una inventata. A voi il compito di indovinare il fake.

I ragazzi di A Tourist Abroad l’hanno proprio pensata bene e si sono inventati questo tag, #éSuccessoDavvero?, che a me è piaciuto da subito!

Così mi sono letta non solo le loro storie, ma anche quelle dei blogger che hanno già partecipato all’iniziativa, e quindi Silvia di The Food Traveler, Daniela de L’Orsa Nel Carro, Eleovunque di Cartoline da Goteborg. Non so se qualche altro blogger abbia nel frattempo partecipato. Se sì lasciatemi nei commenti il link al vostro articolo. Andrò a leggere i vostri racconti con grande piacere 🤗

Alla fine del post bisognerebbe nominare almeno tre blogger per continuare la catena, ma vorrei lasciare l’iniziativa aperta a chiunque sia così pazzo da impelagarsi in un hashtag così difficile, ehm , volevo dire, a chiunque voglia cimentarsi in questo bell’esercizio di scrittura! 😉

Ecco le nostre tre storie.

Baby baby, it’s a wild world…

In viaggio verso San Francisco, facciamo scalo a Charlotte, Nord Carolina.

Sono euforica, nonostante le già tante ore di volo, nonostante la folla di persone che si riversa senza sosta per le corsie di questo aeroporto, che sinceramente non credevo fosse uno snodo tanto importante.

Al controllo passaporti il documento di Vale passa, il mio no. Non mi danno spiegazioni, se c’è stato un problema di foto o di impronte digitali. Con molta poca cortesia mi mandano con tutti i bagagli in una stanza asettica finché non vengo raggiunta da un agente che ha un’improbabile aquila su sfondo a stelle e strisce tatuata sul bicipite.

Mi chiede se parlo inglese, ma non faccio in tempo ad aprire bocca che già ha messo la mia valigia sottosopra.

Dove sei diretta?

A San Francisco

Perché a San Francisco?

…..ehm…(E adesso che gli rispondo? Non è che pensa lo stia prendendo in giro?)

Perché è bella?” (Brava Ale, hai proprio scelto bene…)

…………………

Quanto starai?

Dieci giorni

Ti sei portata troppi vestiti per soli dieci giorni!

………

Questa è la tua valigia?

No, è del mio ragazzo

D’accordo, ma se ci sono armi o esplosivi sarai TU a passare un guaio!

Mi punta il dito contro, proprio come Zio Sam, e non vi nascondo che questo tono intimidatorio comincia a preoccuparmi un po’.

Hai detto che tu e il tuo ragazzo siete italiani. Allora cosa ci fa questo cappello in valigia?

Non ci posso credere. Mi sta facendo storie per un berretto dei Red Sox-un souvenir!-come se un ragazzo non nato in America non possa avere la passione per il baseball. O semplicemente per questi colori.

Per fortuna l’interrogatorio si conclude qui, ma uscendo incrocio un’altra povera malcapitata. Si chiama Cat Stevens, evidentemente un diminutivo di Catherine, e sta parlando al cellulare, calma, pacata, ma con l’aria di chi sappia già come andrà a finire.

Sì…mi hanno fermata anche stavolta..il cantante Cat Stevens è nella lista dei musulmani adesso e così tutte le volte devono controllare il mio documento…

Cari cops, ma il fatto che abbiate di fronte una donna e non un uomo non dovrebbe già essere un indizio significativo?!

Secondo voi, #èSuccessoDavvero?

 

Edimburgo e la stanza fantasma

Viaggio itinerante in Scozia, prima tappa, Edimburgo.

Partiamo di notte, volo in ritardo, atterriamo a Glasgow. Il primo treno utile per Edimburgo non passerà prima delle 5 del mattino. Ci accampiamo per terra, in aeroporto, cercando di dormicchiare un po’ tra il freddo e un jingle agli altoparlanti che ci tormenterà tutta la notte. Plin plon…

Alle 5 puntuali prendiamo questo benedetto treno, e già pregustiamo il piacere di una buona doccia calda, di un letto, di qualcosa da mettere sotto i denti per la colazione.

Il b/b che ci aspetta è l’unico alloggio che abbiamo prenotato per questo primo road trip insieme e sinceramente non stiamo più nella pelle. È centralissimo e dalle foto sul sito sembra davvero molto carino.

Arrivati al nostro indirizzo suoniamo e restiamo in attesa. Il b/b è ricavato da un vecchio palazzo basso di mattoni, con la porta rialzata di qualche gradino rispetto al piano stradale e una cancellata a proteggere una specie di cortiletto che funge da area di servizio per le pattumiere.

Passano i minuti, proviamo a suonare e a risuonare, ma niente, nessuna risposta. Ci viene il dubbio che possiamo aver sbagliato indirizzo. In effetti, fuori non ci sono insegne o indicazioni di nessun tipo.

Improvvisamente esce una ragazzo per gettare un sacchetto di rifiuti. È alto e magro e ha indosso un paio di mutande boxer e una maglietta lisa, nonostante il freddo della mattina presto. Gli chiediamo se è ospite del b/b… Ci risponde di sì, ma quando lo informiamo che abbiamo una camera prenotata si affretta a dire che non ne sa niente. Lui è solo un cliente… Però gli sembra strano perché il posto è già tutto pieno.

A quel punto, preoccupati, chiamiamo al telefono la responsabile.

La signora non si ricorda minimamente di noi.

“Cioè sì, mi ricordo di aver preso la vostra prenotazione, l’avevo memorizzata sul computer.

Ma poi c’è stato quel brutto litigio con mio marito. Eh, quando beve un po’ di più si arrabbia e getta tutto per aria. Mi ha rotto il computer, è andato tutto perso…”

Quasi lo giustifica. Ha il tono del “sono cose che capitano“, mentre a noi ha lasciato l’inquietudine di immaginare nuove situazioni drammatiche dove bisogna vedere se il danno riguardi solo oggetti e non anche persone…

La signora chiude rapidamente. Non si scusa, non ci dà una mano a cercare un’altra sistemazione, non ci dà neanche consigli su altre strutture o altre zone dove poter cercare.

Noi siamo ancora un po’ increduli, non sappiamo nemmeno da che parte andare. Troveremo una stanza solo dopo un lungo peregrinare per le strade della città (è tutto pieno per il Military Tattoo) a piedi e con le valige al seguito.

È cominciato proprio bene questo viaggio, ma soprattutto #èSuccessoDavvero?

 

Mauritius e l’ospite non considerato

A Mauritius abbiamo soggiornato in una piccola struttura a Riviere Noire, in un b/b gestito da un ragazzo nato nella vicina isola di Reunion. Poche camere immerse in un giardino tropicale tenuto benissimo, un’amaca a disposizione degli ospiti, una piscina di pietra più lunga che larga che però garantisce un buon aspetto scenico.

La nostra stanza è immensa e uno dei due balconi è incorniciato da due grandi alberi di mango, un ristorante a cielo aperto per i numerosi pipistrelli frugivori dell’isola che la notte bisbocciano tra urla e suoni inquietanti.

La prima sera ne vediamo uno. Si sta arrampicando lungo il tronco dell’albero. Mi fa un po’ impressione, sembra una di quelle creature strane che si vedono nei film dell’orrore, quelle che si muovono in modo lento e cadenzato, ma probabilmente è solo la suggestione del momento. Siamo fuori, al buio, con il solo aiuto della torcia del cellulare che disegna un cono di luce su questo animale che io sinceramente non avevo mai visto così da vicino.

Una sera torniamo da una cena e ancor prima di aprire la porta della stanza sentiamo dei rumori provenire dall’interno. Subito il pensiero và alle finestre, rimaste aperte nonostante il monito di Christophe, il proprietario, che ci ha invitato più volte a fare attenzione a tenerle ben chiuse visti i ladruncoli che potrebbero aggirarsi.

Vale cerca di entrare facendo meno rumore possibile, ma io rimango in corridoio, vuoi l’istinto di “mamma orsa”, già pronta a proteggere il proprio cucciolo (ero incinta), vuoi per la fifa.

Accendiamo le luci e no, apparentemente non c’è nessuno che possa giustificare un trambusto del genere, ma poi apriamo la porta del bagno e lì lo vediamo!

Un pipistrello si è intrufolato non si sa come qui dentro. E’ spaventato a morte e continua a volare in tondo andando a sbattere negli angoli del soffitto.

Ho paura che possa ferirsi, ma soprattutto che mi cada addosso! E’ bruttissimo… Mi accorgo che sto urlando, continuo a proteggermi la testa e corro, corro non so manco io dove, a cercare riparo.

Vale ha molto più self control di me (e non ci vuole poi molto) e con l’aiuto di quei bastoni che ci sono negli armadi per appendere gli abiti in alto riesce a fargli trovare la via di fuga.

Chiude la finestra e si volta verso di me ridendo a crepapelle. So già che racconterà tutto alla prima occasione utile per sputtanarmi a dovere 😀

Secondo voi, #èSuccessoDavvero?

Quale tra queste è la storia NON vera?

Partecipate usando l’hashtag #èSuccessoDavvero?, citando gli inventori del tag, A Tourist Abroad, e condividete sui social. 

Ciao a tutti, alla prossima! 🙂