#SanFranciscoHolidays: benvenuti nella Bay Area

San Francisco è bella da morire.

Quanti di voi stanno pensando che abbiamo scoperto l’acqua calda, alzino la mano.

Però, aldilà della banalità, se ci si pensa bene, ha proprio tutte le qualità per essere considerata tale.

Nè troppo grande, nè troppo piccola, non una metropoli, piuttosto una città con i ritmi rilassati di un piccolo centro, dove la gente guida con calma (forse anche troppa, a volte), e ti saluta o sorride quando ti incontra per la strada.

Mai troppo calda, mai troppo fredda, il suo clima risulta ideale in tutte le stagioni.

San Francisco è mitica, per i suoi scorci, la sua storia, la sua baia.

È una miscela perfetta di natura e ingegno umano, quella risorsa in più che ha permesso di plasmare un territorio difficile come questo, per lo più collinare e sismico, e a farne un punto di forza, quasi un brand famoso nel mondo.

Chi non riconoscerebbe la città già solo dalla salita di Lombard Street o dai caratteristici sali-scendi dei cable car?

Questa seconda volta a San Francisco ce la siamo proprio goduta. Abbiamo avuto tutto il tempo necessario per conoscerla un po’ più a fondo, piano piano, quartiere per quartiere.

Siamo partiti subito dopo Natale per raggiungere il fratello di Valerio e sua moglie che si sono trasferiti a San Francisco da quasi un anno.
E’ stato un viaggio di famiglia a tutti gli effetti, con giornate piene all’aria aperta, ma anche momenti di intima pace, all’insegna della condivisione, delle chiacchiere e della voglia di stare insieme.

Forse i momenti piú belli sono stati proprio quelli non immortalati. Quelli che, in un certo senso, mi sono voluta tenere per me.

Arriviamo il 27 sera, stanchi morti, dopo uno scalo di 5 ore nell’asettico aeroporto di Monaco seguito da un volo di altre 12 stipati come sardine in un aereo antidiluviano e relativa fila per il controllo passaporti.

Non capirò mai perché non ci sia una priorità per chi viaggi con bambini piccoli…A quell’ora di sera sembrava un concerto organizzato dalla Benetton, poppanti da tutte le parti del mondo esausti e sull’orlo di una crisi di nervi a reclamare a gran voce il loro diritto a una sana dormita o poppata.
Ritiriamo la macchina prenotata a noleggio, un SUV per sette persone che sembra un transatlantico e, con un mare di zaini e valige, arriviamo a destinazione.

L’alloggio è un appartamento prenotato su AirBnb nello stesso quartiere-no,che dico?- a 50 metri dalla casa di Adriano e Melissa in Outer Richmond, un quartiere molto tranquillo e tipico della middle class americana, con casette basse dalle facciate l’una diversa dall’altra, qualche ristorante cinese e un fornito supermercato Safeway in fondo alla strada.

Il palazzo è un edificio di legno color verde acqua, illuminato a festa e con delle grandi zucche a decorare l’ingresso e parte della strada sulla quale affaccia, Cabrillo Street.

condividi-da-pixlr

La foto è orrenda, ma spero riesca a dare un’idea…Christmas here is a big deal!

È più spazioso di quanto immaginassi. Ha una cucina attrezzata (voglia di un cupcake? qui c’è tutto l’occorrente per preparne 100) con una utilissima zona laundry, un salotto arredato in tipico stile americano, tra il country e il kitsch, una camera da letto bella grande (evviva il king bed!) con bagno e una cabina armadio che a Roma mi sogno.

Katie e Chuck, i nostri due host, ci hanno lasciato un cesto di benvenuto carico di doni, dal vino della Napa Valley, alle barrette di cioccolato Ghirardelli e una stella natalizia per farci sentire un po’ di festa anche lontano da casa.

Loro però non ci sono. Un amico ci dice che torneranno da Philadelphia tra qualche giorno, in compenso ad attenderci c’é un comitato d’accoglienza tutto speciale.

Leo, un affettuoso husky divenuto ben presto il miglior amico di Samuele, a colpi di sleccazzate sulla faccia, e Tigger, un micione dal bellissimo pelo rosso, meno espansivo del suo coinquilino, ma curioso quanto basta per fargli ogni tanto lasciare il suo comodo giaciglio, proprio sotto l’albero di Natale, per venire ad annusare le nostre cose.

dsc_0623

Tigger ♥

img_20170101_102240722

Il dolce Leo ci aspetta sulle scale di casa❤

Gli host lasciano sempre la porta della propria casa aperta, adiacente alla nostra, per via della presenza dei due animali, in modo da dar loro libero passaggio dal garage, e quindi il giardino sul retro, all’interno dell’abitazione. Mi piace questa apertura mentale. Chi mai si fiderebbe a lasciare la propria casa aperta, in balia di estranei?
Portando su le valige viene spontaneo dare una sbirciatina fugace nel loro accogliente salotto… Adoro il profumo sprigionato dall’abete addobbato e il calduccio che proviene da qui dentro.

Emozionati e stanchissimi, l’indomani ci svegliamo presto per via del fuso orario. La giornata è bellissima così, dopo una spesa veloce, andiamo a fare una passeggiata in spiaggia.

Outer Richmond è avvolto dalla bellezza. Su un lato il verde dello sconfinato Golden Gate Park, in fondo il blu impetuoso di Ocean Beach e, salendo, i selvaggi panorami di Cliff House, del Parco di Land’s End e dei Sutro Bath, davvero a due passi.

Ocean Beach è immensa, baciata da un sole invernale caldo e accogliente, come la gente che la vive e viene qui a portare a spasso il cane, a tenersi in forma, a campeggiare improvvisando un riparo dietro alte dune di sabbia.

dsc_0347dsc_0350dsc_0365dsc_0370dsc_0371

Dopo un pranzo vista mare al Beach Chalet, un punto ristoro dall’aria un po’ attempata, ma dalla indubbia posizione strategica, tra mare e bosco, ci inoltriamo a piedi nel fitto verde del parco del Golden Gate alle nostre spalle, dove dalle chiome degli alberi, spiccano le pale di un mulino a vento.

img_20161228_212648130

Ocean chowder in a bread bowl

dsc_0388

Costeggiamo magnifici campi da golf, da calcio, da tennis e arriviamo ad una ampia radura dove pascolano dei bisonti veri, si chiama Bison Paddock.

dsc_0390dsc_0392

dsc_0396

Sono bellissimi nelle loro pelliccione a ruminare indisturbati mentre tutti, tra grandi e piccoli, cercano di avvicinarli con ogni mezzo possibile, senza riuscirci.

La fatica che proviamo subito dopo questa bella camminata ci ricorda il lungo viaggio che abbiamo ancora bisogno di smaltire, così tornati a casa ci riposiamo un po’ per poi prendere del buon cibo cinese e andare a mangiarlo tutti insieme nella graziosa casetta di Adri e Mel.

La sensazione è quella di essere in una piccola, calda, baita di montagna, in città 😍

E quel pollo glassato al sesamo era la morte sua…

Il giorno dopo, 29 dicembre, partiamo alla volta del Muir Woods National Monument, un parco a nord di San Francisco dove è possibile ammirare una fitta foresta di sequoie sempreverdi.

C’è talmente tanta bolgia, però, che non riusciamo a trovare parcheggio, così decidiamo di procrastinare la visita e perderci tra le rilassate vie di Sausalito.

L’abbraccio caldo del sole, l’aria fresca sulla faccia, gli addobbi natalizi che rallegrano le vetrine delle botteghe tipiche, l’odore stuzzicante di cibo dai numerosi ristoranti vista mare, qualche leone marino a caccia a poca distanza da noi con lo sfondo della città all’orizzonte.

dsc_0404dsc_0405dsc_0427

Tutto questo è Sausalito, una località tranquilla e prettamente vacanziera dove non c’è fattivamente nulla da vedere, ma dove l’atmosfera che si respira riesce a renderla speciale, come poche altre cittadine americane. Forse il paragone che mi viene subito in mente è Bar Harbor, ma con le dovute accortezze: in fin dei conti il Maine è il Maine😉

dsc_0408dsc_0428dsc_0436dsc_0437dsc_0438dsc_0441dsc_0443

Tornando in città ci inerpichiamo lungo la salita di Marin Headlands, un punto di vista privilegiato sullo spettacolare Golden Gate Bridge, ancora più bello da questa angolazione, con la sempiterna fila di auto a invadere le sue corsie mobili e sotto l’abisso più profondo, solcato da navi,  vertiginose correnti e mulinelli.

dsc_0460

Stasera è una serata speciale: andiamo a teatro a vedere The Lion King, superba rappresentazione in chiave musical del celebre cartone Disney.

Il pupo è affidato alle amorevoli cure di nonna e zii (lezioni di inglese gratuite comprese😉), e anche se lo spettacolo è previsto per le 20, usciamo un po’ prima per concederci qualche momento per noi. Passiamo in spiaggia a goderci questo magnifico tramonto che ha dipinto il cielo di tutte le sfumature possibili di rosso e di rosa.

img_20161230_043921_499

Non mi sembra vero di poter passeggiare per le strade di una città straniera e provare a viverla, anche solo per un giorno, come una del posto, partecipando ecco, a un evento come, appunto, può essere uno spettacolo teatrale.

Prendiamo un Lyft, grazie all’omonima app fichissima, che permette di risparmiare moltissimo sugli spostamenti in auto in città, più di Uber o di un normale taxi.

In pratica, si chiama il driver indicando l’indirizzo di prelievo, il più vicino può decidere se rispondere e, in caso, ti porta dove vuoi. Nell’attesa puoi sbirciare il suo profilo, la sua foto, da quanto tempo lavora con Lyft ecc ecc.

Quale è la differenza? Questi driver sono persone comuni che spesso fanno questo come secondo o terzo lavoro per arrotondare mettendo al servizio del pubblico la propria automobile personale.

Per risparmiare ancora di più c’è la possibilità di condividere le corse con altri passeggeri. Io lo trovo un modo fantastico per conoscere altre persone, anche solo per fare esercizio linguistico, ma nel concreto questa fame di soldi, di dover arrotondare, tanto da spingere a inventarsi un lavoro, come direbbero gli inglesi “out of the blue“, dal nulla, mi lascia un po’ perplessa sulla condizione economica attuale americana, o per lo meno, di San Francisco.

Se non hai uno stipendio ottimo, sei out. C’è poco da fare. Bisogna guadagnare più che bene per potersi permettere questi affitti, questi ristoranti, questi supermercati, per potersi permettere il lusso di ammalarsi.

Melissa mi spiega che molti dei barboni che si vedono girovagare, soprattutto in centro nella zona di Tenderloin, sono ex veterani di guerra abbandonati dal governo oppure è gente con qualche malattia psichiatrica che non ha potuto permettersi un’adeguata assicurazione sanitaria.

Dal lavoro esce tutto e nella società del consumismo per antonomasia, come quella americana, con i soldi guadagnati ti compri anche una dignità.

Penso a tutto questo quando il taxi ci lascia al Teatro Orpheum, in zona City Hall. Il palazzo omonimo è tutto illuminato di verde e di rosso per le feste, stasera è particolarmente bello. Peccato che sia impossibile fare una passeggiata nei dintorni prima dello spettacolo, come c’eravamo prefissati. Con tutti gli homeless che ci sono, sembrano un esercito, ci sentiamo come in un grottesco episodio di The Walking Dead.

Ci limitiamo a prenderci qualcosa di caldo nel bar di fronte il teatro, che guarda caso non ha bagni o tavolini per evitare possibili bivacchi, e aspettiamo pazientemente in piedi che ci facciano entrare.

Il teatro è molto old fashioned, con pesanti stucchi e tendaggi. Stasera è gremito.

img_20161230_044853_273

Ovviamente non si potevano fare foto o video, ma per darvi un’idea di quello che abbiamo visto vi lascio una serie di estratti di alcuni dei momenti più belli ed emozionanti della rappresentazione.

Questo spettacolo, tra musiche, colori, costumi, coreografie è stata pura magia. Tra le cose più belle e commoventi che abbia mai visto!

(to be continued…)