Cinque luoghi da paura

La paura è quel sentimento ancestrale che ti fa rizzare i capelli e i tutti i tuoi sensi preparando chimicamente il corpo alla fuga. Se ci pensate bene senza la paura saremmo già estinti, quindi forse oltre che antica si potrebbe definire persino preziosa!

Tra gli aspetti che trovo più affascinanti ci sono le mille sfaccettature che si potrebbero dare al termine “paura”. Inquietudine, panico, persino connotazioni molto positive (“quel posto è da paura” è una espressione gergale che ogni tanto si sente usare…).

Volendo restare sul suo significato più stretto, Sandra del blog Passaporto e Colori ha raggruppato sotto il tag #5luoghidapaura le sue esperienze più terrificanti in giro per il mondo seguita da un’altra blogger che adoro, Silvia di The Food Traveler, che si è cimentata nel compito in maniera esemplare.

Questi sono i nostri #5luoghidapaura:

Il Downtown di Cape Town

Ci siamo innamorati di Cape Town tanto da vagheggiare di trasferirci a vivere laggiù, un domani. Siamo rimasti a bocca aperta di fronte la sua natura prorompente e il calore della sua gente, ma ecco una delle tante idiosincrasie della città. Il downtown non è sicuro, anzi, è “dangerous” a detta del gentile receptionist. Per motivi di lavoro siamo con l’albergo proprio nel cuore del distretto finanziario e uscire a piedi, di giorno come di notte, fa paura. Un uomo in piena mattinata si è avvicinato a noi tre- io, Vale e nostro figlio allora di appena 13 mesi – chiedendoci soldi e quando gli abbiamo risposto che non ne avevamo ci ha prima minacciato -“Mi sono fatto sei mesi di carcere, non voglio commettere altri crimini. Potrei prendervi la macchina fotografica, potrei prendervi il bambino, ma io non voglio commettere altri crimini”- e poi ci ha seguito. Per fortuna l’albergo non era troppo distante ed è bastato entrare nella hall per far immediatamente scattare due energumeni addetti alla sicurezza che hanno fatto velocemente allontanare il tizio. Non mi sono resa subito conto del pericolo, forse per via della lingua, ma se ci penso ora mi torna un po’ di pelle d’oca nonostante ad altri colleghi di Vale sia andata decisamente peggio, minacciati con un coltello e rapinati.

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La splendida spiaggia di Muizenberg

Belfast

Leggendo i feedback positivi di alcuni blogger che seguo volentieri e che sono stati a Belfast di recente, credo che la città dei Troubles oggi sia un po’ cambiata rispetto a quando l’abbiamo visitata noi. Ma nel 2009, alla fine di un road trip che ci ha visto seguire il periplo dell’isola, ci siamo fermati un paio di notti nella capitale dell’Irlanda del Nord e l’atmosfera era inquietante.

Siamo arrivati nel tardo pomeriggio e, tempo di fare il check-in, siamo subito andati in giro a dare un’occhiata. Ma per le strade non c’era un’anima, sembrava suonato il coprifuoco. Con noi nella piazza della ruota panoramica, da me ribattezzata come “Belfast Eye“, solo un paio di ragazzi giovanissimi acquattati in un’aiuola con ancora il laccio emostatico al braccio. Pensiamo sia meglio prendere la macchina, ma ci perdiamo a furia di girare per cercare i famosi murales e finiamo in un vicolo stretto tra due file uguali di casette basse di mattoni rossi. Non so come, ma ci ritroviamo in un classico riot di quartiere, fuochi accesi in mezzo alla strada, sassi e bottiglie che volavano da una parte all’altra. Siamo scappati di retromarcia perché il vicolo era cieco e non c’era sufficiente spazio di manovra. Per un attimo più che paura è stato proprio panico.

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Murale in ricordo della Rivolta di Pasqua del 1916

In aereo tra Buffalo e New York

Io non ho paura di volare, anzi, trovo che salire su un aereo sia una di quelle cose che non mi stancheranno mai e che mi emozioneranno sempre, ma una volta ha rappresentato per me un vero incubo.

Nel 2006 abbiamo passato una settimana particolarmente sfortunata dal punto di vista climatico perchè un ciclone si è abbattuto sullo stato di New York per sette lunghi giorni inzuppando la nostra vacanza. Tra le varie attività avevamo prenotato un volo interno per Buffalo per andare a vedere le Cascate del Niagara almeno dal lato americano. All’andata tutto bene, ma al ritorno una tempesta con tanto di fulmini e saette si è abbattuta sul nostro piccolo aereo creando dei vuoti d’aria che ancora ricordo per nausea e terrore. Me ne stavo irriggidita sul sedile stritolando i braccioli guardando preoccupatissima quelle secchiate d’acqua che, nonostante il buio, apparivano alle luci intermittenti posizionate sulle ali. Non so come abbia fatto Vale a dormire per tutto il tempo senza accorgersi di niente…gif

Venezia

Come già scritto nei #Raccontidel31Ottobre, la cugina di mia suocera ha una casa a Venezia Lido che affitta agli artisti e agli addetti ai lavori della Biennale.

Dall’alto della nostra immensa faccia tosta, pensiamo di chiederle ospitalità per tre giorni,  quando l’appartamento si svuota a cavallo tra Natale e Capodanno.

L’abitazione è al secondo piano in una palazzina ad angolo, a due passi dal mare. La facciata è stata ristrutturata da poco, ma dentro la pianta è quella delle case antiche e signorili, con un importante ingresso sul quale affacciano due grandi porte a specchio, una a destra che immette all’area notte, l’altra, di fronte, che nasconde il grande salone. Ci sistemiamo in quella che era stata la camera dei bambini a giudicare dai quadretti di Minnie e Topolino…

Peccato per il disagio. Un mio stato d’animo fisso ovunque mi trovi in casa, da quando sono entrata. Saranno queste maledette porte a specchio che deformano e proiettano ombre che mi fanno costantemente sentire seguita, spiata. Sono nervosa, devo assolutamente uscire. E in effetti, in quei tre giorni, tornavamo a casa solo per dormire la notte, approfittando di vedere quanto più possibile.

Ma la seconda sera mi sono seriamente spaventata.

Ci prepariamo per andare a dormire. È tardi, sarà quasi l’una di notte. Vale chiude la porta di casa e si mette a letto. Io spengo le luci, chiudo la porta della zona notte (forse per un inconscio istinto di protezione), quindi entro in bagno. Sono sovrappensiero finché un rumore mi riporta con i piedi per terra. Forse Vale si è alzato. Apro la porta del bagno e mi affaccio. Da sotto la porta della camera da letto filtra la luce della lampada mentre la porta del corridoio… E’spalancata! E le luci sono di nuovo tutte accese!

Sulle prime non mi impressiono, senz’altro Vale è andato in cucina e per attraversare mezza casa avrà dimenticato tutto acceso.

Ma quando entro in camera da letto Vale è addormentato, profondamente. Ha ancora gli occhiali mezzi storti sul naso, il libro che stava leggendo aperto a metà sul petto, la testa scomposta sul cuscino. Provo a chiamarlo, a scuoterlo un po’ finché non si sveglia in modo da fargli la fatidica domanda: “Ti sei alzato per andare di là?”

E lui, bofonchiando, mi risponde che non si è mosso, che si è addormentato quasi subito. Ne approfitta per togliersi gli occhiali, si volta su un fianco e si riaddormenta.

Resto immobile a fissare la sua schiena che ha già ripreso a respirare a ritmi regolari-ma come fa?- mentre io non so che pensare. Mi sbrigo a spegnere (di nuovo) tutte le luci, chiudo la porta del corridoio e quella della stanza e mi ficco sotto le coperte, terrorizzata al pensiero di dovermi alzare di nuovo.

La mattina mi sveglio con la pallida luce invernale che filtra dalla serranda. Mi alzo e trovo la porta del corridoio chiusa, come l’avevo lasciata. Tiro un sospiro di sollievo. Faccio per andare in cucina… Ma di nuovo le luci all’ingresso sono tutte accese!

Non posso essermi sbagliata due volte

Quando lo racconto a Vale però non ci crede, razionalizza (e probabilmente fa bene). Continua a dire che la casa è vecchia, così come il suo impianto, che ci sarà stato qualche falso contatto. Sarà. Io so solo che quando ce ne andiamo sono contenta perchè finalmente mi abbandona quella sensazione di sentirmi spiata dal buco della serratura, quell’istinto di voltarmi di scatto perché mi è sembrato sia passata un’ombra che però rimane accovacciata in un angolo. Forse ogni casa a Venezia ha il suo fantasma. E noi abbiamo incontrato il nostro.

Hiroshima

Hiroshima è catastrofe, è l’Apocalisse, è furia umana che prende la forma di un fungo velenoso e trasforma tutto in cenere.

E’ difficile provare a descrivere il Peace Memorial Park e le emozioni che comunica. Tutto è permeato da un particolare senso di solennità e drammaticità, amplificato dalla forza dirompente dei simboli che ovunque vi parleranno di tragedia, ma paradossalmente anche di speranza. Genbaku Dome che si staglia come uno scheletro ingombrante sull’orizzonte, il Monumento a Sadako, la bimba che credeva si sarebbe salvata dalle radiazioni costruendo origami a forma di gru (struggente vedere tutti i lavoretti che le scolaresche lasciano ancora oggi in suo ricordo), la Fiaccola della Pace, un fuoco che verrà spento solo quando al mondo sparirà fino all’ultima delle armi nucleari.
La visita al Museo è un’esperienza devastante. Non si ha o non si vuole avere percezione di quello che è realmente accaduto. È come se la mente non riuscisse a contemplarlo e, per difesa, lo rifiutasse. Ma poi vedi come sono stati ridotti i comignoli di latta, i giochi e gli abitini degli scolari,  ti sembra quasi di seguire con la mano i contorni dei cheloidi sui corpi straziati della gente…
“Davvero si impara dai propri errori?” E’ la domanda che mi sono fatta per tutto il tempo. E la risposta mi terrorizza.

 

 

Quali sono i vostri cinque luoghi da paura?

Se volete partecipare scrivete un articolo inserendo il tag #5luoghidapaura e ricordando la sua ideatrice, Sandra di Passaporto e Colori.