Barcellona 2015

Torno a Barcellona dopo la bellezza di diciassette anni. Se nel ’98, durante la gita del diploma, mi avessero detto che ci sarei tornata con mio figlio, probabilmente mi sarei fatta una risata. E invece, eccomi qui, carica di pappe e pannolini, curiosa di vedere come nel frattempo sia cambiata la città.

Partiamo venerdì sera con volo Ryan Air delle 19:10. Sono un po’ emozionata, è il primo volo del piccolo Sami, a soli sette mesi, e non ho proprio idea di come la possa prendere. Invece, come spesso accade, sono al solito più preoccupati e ansiosi i genitori di quanto realmente occorra. Sami sembrava più a suo agio di noi. Rideva, giocava, cercava gli sguardi e i sorrisi degli altri viaggiatori per fare amicizia e, ovviamente, ha mangiato e dormito come consueto. Sono proprio orgogliosa del mio ometto.

Atterriamo a Barcellona in perfetto orario. Compriamo l’abbonamento T10, che ci permetterà di prendere qualunque mezzo all’interno della zona 1, e ci mettiamo ad aspettare un treno e un paio di metro che ci porteranno in centro.

L’appartamento che abbiamo prenotato su Airbnb è in Calle de Rossellò, a davvero cento metri dalla Sagrada Familia. Avevo pernottato in questo quartiere anche la prima volta e mi ero trovata bene, essendo centrale e ben collegato, ma al tempo stesso lontano dalla calca delle Ramblas.

Sono le 23:00 passate, abbiamo una fame da lupi. Compriamo dei panini al Burger King e attendiamo l’arrivo del nostro host, Dimitriy, che arriva dopo una decina di minuti accompagnato da una ragazza per consegnarci le chiavi di casa. Lui parla un ottimo inglese, ma la sua attenzione è esclusivamente per Valerio: non si presenta né accenna a un saluto.
L’appartamento è al quarto piano di un antico palazzo residenziale, forse dei primi del ‘900. Nell’androne c’è ancora la vecchia lastra di marmo con sopra la pulsantiera che fungeva da citofono. Negli anni sono stati ricavati il doppio degli appartamenti, essendo anticamente solo due per piano. Il colpo d’occhio per la tromba delle scale fa venire le vertigini. Ogni rampa ha un specie di terrazzino che affaccia nel cortile interno, mentre dall’alto filtra una debole luce.

La casa è strana. Si sviluppa tutta in lunghezza e per passare da un ambiente all’altro bisogna necessariamente attraversare un lungo corridoio. Il salone è ingombro di un gigantesco divano a L e di un tavolo rettangolare non proprio pulitissimo. Purtroppo la scarsa igiene sarà una costante, come avremo modo di scoprire nei prossimi giorni… Un letto è rotto, rattoppato alla meno peggio con del nastro adesivo, polvere e capelli dappertutto, asciugamani lisi, lenzuola sporche, stoviglie unte. Che peccato… Si salva solo per la posizione.

Siamo stanchissimi, così ce ne andiamo a dormire. Domani sarà una giornata impegnativa.

Sabato splende un glorioso sole, ma tra spesa, colazione, brodo vegetale, docce e sonnellini non riusciamo a muoverci prima delle 11:00.
Passiamo a vedere la Sagrada, con la solita nutrita folla di turisti all’ingresso e le eterne gru che ormai fanno da cornice perfetta alle torri della basilica: mi sembrerebbe strana senza…
Quando la vidi per la prima volta rimasi colpita più dalla sua mole che altro. Non avevo mai visto edificio più grande e maestoso e ricordo che mi sentii quasi schiacciata al suo cospetto. Oggi, che di grattacieli e cattedrali ne ho visti in giro per il mondo, non mi fa più tanto quell’effetto, e anzi, mi è quasi sembrata – passatemi il termine – pacchiana. Troppa roba. Animali, frutta, fiori (nomi, cose, città…). C’è tutto su quella facciata. Non si sa bene neanche dove indirizzare lo sguardo, l’obiettivo della macchina fotografica. La Sagrada genera confusione e per questo preferiamo non entrare.

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Prendiamo la metro e scendiamo in zona Università, quindi siamo a Plaza Catalunya, con le sue belle fontane, gli edifici de El Corte Ingles e, naturalmente, l’Hard Rock Cafè. Si avvicina l’ora della pappa per Sami così, anche se è un pò presto, guadagniamo un tavolo per farlo mangiare con calma. Dopo un lauto pranzo, (il nostro a base di club sandwich e patatine indimenticabili), e l’immancabile maglietta ricordo per il mio nipotino, partiamo alla scoperta della Ciutat Vella inoltrandoci nella Rambla.

DSC_0155DSC_0174DSC_0182 DSC_0177DSC_0176Lungo questo allegro vialone alberato è pieno di gente, negozietti e bar. Di solito odio la calca, ma qui è stranamente piacevole passeggiare e ci fermiamo di tanto in tanto per scegliere qualche calamita con calma. Prendiamo a sinistra, all’altezza di una bella fontana con le maioliche colorate, e imbocchiamo Carrer di Portaferrissa, quindi Carrer Petritxol. I viali sono stretti e bui, ma è tutto talmente suggestivo che sembra di essere in un romanzo di Zafon. Non avevo notato quanto fossero belli i palazzi e le porte di Barcellona. Non me la ricordavo affatto così Liberty… Le saracinesche dei negozi, poi, sono per la maggior parte dipinte in stile street art, conferendo un contrasto notevole tra vecchio e nuovo. Troviamo un negozietto d’artigianato che vende articoli per tutte le tasche, dalle piastre in metallo raffiguranti pubblicità di inizio secolo di cioccolaterie o liquori spagnoli, a vasi e piatti di terracotta dipinti in stile cubista. Arriviamo all’imponente Basilica di Santa Maria del Pi, con il rosone più grande di tutta la Catalogna. Davanti l’ingresso alla chiesa, tante bancarelle disposte ordinatamente propongono prodotti bio, dal miele alla frutta secca all’olio d’oliva.
Attigua a questa piazza, quasi a formare un otto, c’è ne è un’altra completamente dedicata a pittori e ritrattisti che espongono le loro opere sotto ombrelloni bianchi, creando un’aria festosa.

DSC_0191DSC_0194DSC_0197DSC_0205DSC_0209DSC_0224DSC_0225DSC_0226DSC_022720151010_14465820151010_145152_HDRDSC_0228DSC_0231DSC_023320151010_145218_HDRDSC_0238DSC_0237DSC_0236Arriviamo a piedi alla Cattedrale, ma la fila per entrare ci scoraggia facilmente e preferiamo restare all’aperto a goderci un bello spettacolo di un artista di strada, un acrobata e il suo cerchio che sembrano un tutt’uno, la danza affascinante di un moderno uomo vitruviano. Ci fermiamo a bere qualcosa in un bar che ha i tavoli proprio sul retro della Cattedrale, entriamo gratuitamente nel cortile della Casa dell’Arcadia, un fresco giardino con fontane e palme, quindi siamo in Plaza di Sant Jaume, dove si trovano il Municipio e il Palau delle Generalitat. Prendiamo la stretta Carrer de Paradis per vedere gratuitamente quel che resta dell’antico tempio di Augusto, delle imponenti colonne all’interno del Centre Excursionista de Catalunya. Bellissimo.

20151010_150827_HDRDSC_0247 DSC_0246 DSC_0267 DSC_0269 20151010_151212_HDR20151010_151228_HDRDSC_026120151010_155617_HDRDSC_0275DSC_0277DSC_0282DSC_0281DSC_0284Torniamo sulla Rambla scendendo lungo Carrer de Ferran, adorna di lampioni dall’aria retrò, piena di negozi e posticini interessanti dove mangiare qualcosa, come il tempio del jamon, dove si possono trovare dei golosi conetti da passeggio pieni di ritagli di prosciutto o altri salumi. Entriamo nella stupenda Plaza Reial, una tipica piazzetta spagnola, a mò di arena, chiusa ai quattro lati da portici e, al centro, palme, bancarelle e i famosi lampioni di Gaudì.

DSC_0288 DSC_0290 DSC_0292 DSC_0294 DSC_0297 DSC_0299 DSC_0300 DSC_0301 DSC_0310Sbuchiamo sulla Rambla de Sant Josep, nei pressi del mercato della Boqueria, dove si trova l’originale Casa Bruno Quadros, un edificio della fine del 1800 adorno di draghi, dettagli orientali e ombrelli. Anticamente in questo angolo di Rambla c’era il mercato dei fiori, e ancora oggi è possibile trovare tanti chioschetti colorati a tema, che vendono piante e bouquet freschi. Attraversiamo la strada e ci troviamo al famoso Mercato della Boqueria, pieno di gente, sembra un alveare. E’ indubbio il fascino che su di me esercitano i mercati alimentari, l’allegria e la curiosità che riescono a suscitarmi. Pesce, frutta secca, spezie, dolciumi… ce ne è per tutti i gusti e cerco di raccogliere questa miriade di colori con la mia macchina fotografica.

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Attraversiamo la piazza sulla quale spicca Colombo che punta l’orizzonte, il Miradero, e siamo sulla banchina del porto. Il sole comincia a tramontare e i contorni delle cose si fanno languidi. Nel cielo mezzo pennellato di rosso le navicelle in controluce della funivia trasportano dalla terraferma al Mont Juic i turisti passando proprio sulla nostra fetta di mare, solcato da gabbiani ingordi, yacht infiniti, sculture galleggianti simili a omini del Subbuteo. Entriamo al MareMagnum, un centro commerciale vivace e ricco di localini lungo tutta la banchina dove si sta già celebrando il rito dell’aperitivo. Lo dico sempre che le città di mare hanno qualcosa in più. E qui la commistione di elementi è formidabile… il mare, il vento che sa di sale, i vecchi docks adibiti a rampanti food court, la pace del parco adiacente, la fretta del traffico serale, la vicina Barceloneta che si prepara a un’altra serata di movida… Barcellona è una metropoli completa e mai banale, anzi, riesco sempre a trovarla stimolante.

Siamo stanchissimi. Decidiamo di cenare comodamente a casa con i fantastici piatti indiani di una rosticceria qui sotto chiamata Taj Mahal.

Domenica splende di nuovo il sole. Partiamo col piede giusto per una esplorazione del Parc de la Ciutadella, tra l’Arco di Trionfo, Barceloneta e il Villaggio Olimpico. Scendiamo con la metro in prossimità dello zoo, il cui ingresso è gremito di famigliole con pargoli e passeggini. Costeggiamo il parco passando per un largo viale dove la gente pattina e va a correre, mentre al centro un manto verde di erba ricopre interamente il binario di un treno che potrebbe sembrare morto, ma che in realtà è ancora in piena attività; un paio di poliziotti a cavallo, il clop clop degli zoccoli sull’asfalto. Il parco è grande come lo ricordavo, solo che stavolta ho tutto il tempo di godermelo: la statua del mammuth, il laghetto artificiale, la passeggiata che conduce all’Arco di Trionfo e in più posso osservare la gente che vive il parco, un valore aggiunto, dall’artista che incanta con le sue bolle di sapone agli appassionati di yoga. L’altra volta ero rimasta talmente colpita dalla grandiosità della fontana che si trova al suo interno, sormontata su due lati da eleganti scale, che me ne andai appagata.

DSC_0407DSC_0406DSC_0409DSC_0410DSC_0413DSC_0418DSC_0419DSC_0424DSC_0425DSC_0428DSC_0439 DSC_0438Non sapevo che la piazzetta antistante la fontana fosse dedicata a un transessuale che nel ’91 venne barbaramente ucciso da un gruppo di naziskin. C’è una targa a commemorare questo fatto ignobile e ci sono ancora molti mazzi di fiori freschi in ricordo della vittima. Me ne vado pensando con amarezza a quanto le ideologie possano rendere ciechi e pericolosi mentre a piedi torniamo alla zona di Barceloneta, imboccando Passeig de Picasso, dove cerchiamo un posto per pranzare. Ci accoglie una incredibile moltitudine di trappole per turisti, ma inoltrandosi nel quartiere vero e proprio, che ancora conserva quel fascino popolare da villaggio di pescatori, si possono decisamente trovare locali più autentici. E’ il caso de La Bombeta, la classica taperia di inizio secolo, piccola e buia, con il bancone pieno di cose buone e sulla parete un monito che racchiude un po’ tutta la filosofia del locale:

” No hablamos engles però hacemos unas bombas cojonudas”.

E in effetti non avrebbero potuto essere più esaustivi di così. Le bombas sono la specialità della casa, una specie di crocchettona di patate ricoperta di una salsa cremosa e leggermente piccante. Sfiziosissime. Assaggiamo anche varie tapas di pescado, tra le quali una favolosa frittura di calamari. I camerieri hanno modi sbrigativi e hanno tutti quel piglio fiero da catalano doc che trovo perfetto, non solo per il locale, ma per il quartiere intero, non proprio in linea con la politica di apertura nei confronti dei turisti da parte della città.

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20151011_131708 20151011_131658Siamo un po’ appesantiti a fine pasto e per fortuna non ascoltiamo la vocina pigra dentro di noi che ci sussurra maligna di stravaccarsi su una qualsiasi panchina in riva al mare a sonnecchiare, altrimenti ci saremmo persi la visita al Parc Guell. E’ un viaggio arrivarci, specialmente da questa parte della città, e il tratto a piedi con il passeggino lungo queste vie ripide, te lo raccomando!
Il Parc Guell sorge sul cucuzzolo di una collina che dall’alto domina tutta Barcellona. Pensato anticamente come un comprensorio di case di lusso, unisce la tasca della nobile famiglia Guell alla genialità di Gaudì, anzi, lo stesso architetto vi abitò per un periodo. Ma ben presto il progetto si rivelò troppo ambizioso e venne abbandonato a causa delle difficoltà geologiche. Oggi è un parco molto ben conservato, e una volta varcata la soglia si ha la sensazione di entrare in una fiaba, in una dimensione psichedelica che ha deformato forme, geometrie, colori. Pezzo da novanta, la balconata dove le sedute a nastro sono deliziosamente decorate per lo più con materiali di risulta, cocci di bottiglia, pezzi di vetro, maioliche grezze. Geniale.

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DSC_0451 DSC_0457 DSC_0459 DSC_0464 DSC_0466 DSC_0467 DSC_0471 DSC_0472 20151011_155420 DSC_0498 DSC_0499 DSC_0500 DSC_0502 DSC_0505 DSC_0509

DSC_0517 DSC_0527 DSC_0528 20151011_160518DSC_0537 DSC_0553DSC_0558DSC_0559 DSC_0562 DSC_0556 DSC_0564 Tornando a valle ci imbattiamo in un fascinosissimo negozio che vende solo t-shirts, e io non posso non tornare a casa con quella che ritrae un Andy Warhol in chiave, ovviamente, pop art. Dopo un pomeriggio di relax usciamo in tarda serata cercando un posto possibilmente vicino per mangiare la paella. Per fortuna siamo a due passi dalla vivace Avenguda Gaudì, proprio dirimpetto la Sagrada, a quest’ora magicamente illuminata a giorno. Una appariscente ragazza che sembra una delle sorelle Kardashian ci invita a entrare nel locale che rappresenta, il Babilonia, un mega ristorantone che fa di tutto, persino la pizza! Aiuto! Ma siamo troppo stanchi per cercare altro. Guadagniamo un tavolo e inganniamo l’attesa con dell’ottimo prosciutto serrano e una gustosa tortilla di patate che amano accompagnare con una specie di panzanella al pomodoro. Peccato per la paella. Sembrava più un risotto alla pescatora… Ma d’altra parte non è un piatto tipico catalano…Ottima invece la sangria. Ne avrei bevuta a litri. Per il dessert scegliamo il Chocolate-Box, una rinomata pasticceria dove assaggiamo dell’ottimo gelato.

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Lunedì è prevista pioggia, quindi ne approfittiamo per qualche attività al chiuso. Decidiamo di visitare La Pedrera e Casa Batllò, ma per evitare più cambi della metropolitana, non sempre servita di ascensori, preferiamo raggiungerle a piedi. Spesso ci imbattiamo in gruppi di persone avvolti dalla tipica bandiera catalana, l’Estelada. E’ l’orgoglio catalano che scende in piazza dopo il referendum di questi giorni per ottenere l’indipendenza della Catalogna dal resto della Nazione. Sono moltissimi i balconi e le finestre che espongono con fierezza lo stesso vessillo. Vedremo se anche stavolta il Parlamento Spagnolo definirà il voto illegittimo.

DSC_0129 DSC_0128 DSC_0126Più ci avviciniamo al Passeig de Gracia più le case si fanno belle, i balconi più aggraziati, le strade più ampie. Al civico 92 sorge Casa Millà, o Pedrera per gli amici, un capolavoro, a mio avviso, una delle opere più riuscite di Gaudì. La facciata, sinuosa come un’onda, ricorda il mare, e le balconate di ferro aggrovigliato sembrano banchi di alghe nere. Quel che non sapevo è che molti appartamenti sono ancora abitati o adibiti a uffici. Penso a quanto possa essere strano vivere in un’opera d’arte, a ritrovarsi sempre qualche sconosciuto aggirarsi per gli spazi comuni… La fila per accedere agli ascensori sembra interminabile, più che altro perché abbiamo Sami nel marsupio, il passeggino non si può far salire… Il mal di schiena a fine giornata si sprecherà, ma ne è valsa la pena. Il tetto è la cosa più affascinante. Come sempre nelle opere di Gaudì si entra in un’altra dimensione e qui sembra si sia aperto un varco in un mondo surreale fatto di misteriosi personaggi in maschera, cavalieri, draghi. Entriamo anche nell’appartamento dei Millà, l’apoteosi del Liberty… adoro le porte fatte in questa maniera! Quando usciamo siamo stanchissimi e affamati. Entriamo in un vicino Starbucks e riprendiamo colore, poi ci facciamo una passeggiata per questo vialone elegante, tappa obbligata per gli amanti dello shopping, ma senza comprare nulla… prezzi da capogiro…

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Casa Batllò la vedremo solo da fuori, con il tetto a squame e una facciata spettacolare che ricorda maschere e conchiglie in un’apoteosi di colori, ma la fila ci invita a tornare indietro. Per la cena scoviamo una hamburgeria vicino casa, l’Hollyburg, che fa anche panini a portar via. E’ originalissimo questo posto. Ogni piatto ha nomi che ricordano Hollywood, i suoi divi e i suoi filmoni intramontabili. Il mio, per esempio, si chiama Audrey Hepburn.. Credo potrei mangiarne ancora e ancora senza stancarmi mai.

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Martedì 13 il cielo è nuvoloso. Prendiamo la metro e scendiamo a Plaza de Espanya, ai piedi del Mont Juic e a ridosso dell’ex Arena, dove si teneva la corrida, bandita da qualche anno grazie alla civiltà di questo immenso popolo. Al suo interno è stato creato un bel centro commerciale, dalla tipica pianta circolare. Un’ascensore porta sul tetto girevole, adibito a food court panoramico, e il colpo d’occhio è notevole, non solo sulle colline, ma anche sui palazzi che ci circondano, una goduria per me, appassionata di paesaggi urbani. Scendiamo a far colazione con dei churros pucciati nella cioccolata calda in un bar al pian terreno. Si sta talmente bene che di uscire di nuovo per arrivare al Mont Juic e alla Fuente Maravillosa (anche perché me li ricordo perfettamente, nonostante gli anni… Con la classe passammo una giornata intera alla Fondaciò Mirò) non mi passa per l’anticamera del cervello, ma a questo punto conviene stringere i denti e vedere tutto il possibile prima di ripartire questa sera. Arrivati ai piedi del Museo Nacional torniamo all’arena per pranzare velocemente con dei ramen squisiti in un localino chiamato Udon, quindi torniamo a casa a riposare e a finire di preparare le valige.

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Grandina quando arriva il momento di uscire. Ci balena l’idea di prendere un taxi, ma sarebbe un peccato per soli pochi metri di strada (giusto il tempo di arrivare in metro, poi è tutto un percorso al coperto), e preso anche l’ultimo treno, siamo in aeroporto. Il volo va liscio, le hostess di Ryan Air sono state carinissime con noi, mentre il piccolo Sami dorme tutto il tempo e credo non si sia neanche accorto di nulla.

Ora che il battesimo dell’aria è avvenuto, e chi ci ferma più? 🙂