Giappone 2013

Visitare il Giappone è come approcciarsi ad un pianeta alieno. I giapponesi sono talmente distanti dalla nostra cultura che un viaggio nella loro terra diventa qualcosa di più di una semplice visita a templi o musei: diventa un’esperienza antropologica, a contatto con tutta una serie di abitudini e modi di fare alla quale, mi viene da dire purtroppo, non siamo abituati.

Il popolo giapponese è testardo, germofobo, magari un po’ ingenuo, ma di una gentilezza, educazione ed eleganza senza pari. Adoro vederli passeggiare nei loro variopinti yukata,  meravigliosa armonia di fantasie e colori, o in versione cosplayer, quando si travestono per trasformarsi nel loro eroe preferito dei manga o degli anime, o ancora quando seguono la moda occidentale, sfoggiando con disinvoltura lussuosi capi firmati. L’aspetto fisico per loro è molto importante e tutti, uomini e donne, non perdono occasione per dare una sbirciatina ai propri capelli o per ritoccare il trucco in una delle tante specchiere poste lungo la banchina delle metro. E quando queste non ci sono, beh, c’è la fotocamera del cellulare…!!

I giapponesi sono folli e questa è un’altra caratteristica che adoro. Quando decidono di divertirsi non ce n’è per nessuno e non esistono vie di mezzo. C’è chi sceglie di rimbambirsi nel frastuono delle sale pachinko, chi canta a squarciagola nei centri karaoke, chi passa ore nei negozi specializzati in fumetti palesemente erotici, alcuni al limite della pedofilia, o chi non si accontenta dei fumetti e cerca vere donne (o veri maschietti…) nelle case d’appuntamento tutte platealmente pubblicizzate in quartieri appositi. Sono tutti rispettosi delle regole, sempre in orario, come i loro incredibili mezzi pubblici, hanno frecce nelle pulitissime stazioni per ordinare con successo i sensi di marcia in entrata e in uscita, in autobus si entra necessariamente dalla porta posteriore e si può pagare solo prima di scendere. E tutto funziona alla grande, senza sporcare, senza alzare la voce, si porge quel che si sta acquistando, a prescindere che sia un turista oppure no, si sorride e si fanno grandi inchini. E io questo senso di civiltà, specialmente nella mia città, non l’ho mai visto.

Viene da immaginarsi quanto sia stato piacevole il viaggio in aereo, mercoledì 14 agosto 2013, con persone così posate e silenziose, specialmente il tratto da Istanbul a Tokyo, quando una volta abbandonato il suolo turco, vivace e sprizzante energia, ci siamo immersi in undici lunghissime ore di volo che però sono trascorse anche grazie all’efficienza e alle comodità della Turkish Airlines. Pasti decenti, intrattenimento a go-go, ogni sorta di gadget possibile e immaginabile, toilette sempre pulite.

Il controllo passaporti all’aeroporto Narita è velocissimo e tutto senza procurare inutile ansie e nel massimo dell’educazione. Diciamo che un turista si sente davvero il benvenuto. Scendiamo in stazione per attivare il Japan Rail Pass, questione di un attimo, quindi prendiamo con qualche difficoltà un treno che in circa mezz’ora ci porta alla stazione metro più vicina. Fortunatamente Valerio, dopo i primi normalissimi attimi di smarrimento, sembra aver capito come funziona la metropolitana, un dedalo per me inestricabile di sigle, colori, numeri, e si orienta come un’oca canadese durante la migrazione. IMG_4427

La nostra fermata è su una linea un po’ infelice, la A, e ogni volta dovremo fare almeno un paio di cambi per raggiungere le varie attrazioni, quasi tutte sulla linea G, ma c’è da dire che il quartiere in cui alloggeremo per i prossimi cinque giorni, Asakusa-bashi, mi  piace moltissimo.

Usciti dalla stazione della metro sono circa le due del pomeriggio, fuori è una giungla di asfalto, ci saranno 40 gradi, siamo stanchissimi. Restiamo perplessi di fronte la mappa del quartiere: le strade non hanno nomi, ma codici numerici. Il nostro albergo, per esempio, è all’1-5-5 di Asakusa-bashi … sì, ma che vuol dire? Una signora giapponese si ferma spontaneamente per cercare di darci una mano e quel che più mi sorprende è che anche lei ha serie difficoltà! Ma allora mi chiedo, non sarà il caso di cambiare qualcosa nel sistema?!? Ci manda a sinistra, non siamo convinti, chiediamo all’autista di un autobus che però non parla una parola di inglese, finché un ragazzo che sembra in gambissima ci mette a disposizione il gps del suo cellulare.

Dopo tante peregrinazioni eccoci finalmente al MyStays di Asakusa-bashi! L’albergo è un palazzone azzurrino un po’ nascosto, moderno, con camere bonsai ma dotate di ogni comfort, dalle vestaglie alle ciabatte. Una volta in stanza cadiamo addormentati come pere per almeno tre ore, poi una bella doccia e siamo pronti ad uscire per esplorare la zona.IMG_4542

Asakusa-bashi è una sorta di città nella città sorta all’ombra della metropolitana sopraelevata, la Yamanote Line, che conferisce a tutto il quartiere un’aria romantica che mi ricorda tanto il film Blade Runner… manca solo la pioggia! Vicino scorre pigro il fiume Sumida, poi è tutto un susseguirsi di economiche trattorie di soba e negozietti che vendono un po’ di tutto. Siamo affamati così ci fermiamo senza troppi complimenti in una di queste bettole dove si ordina dalla macchinetta per poi essere serviti al tavolo. Ehm… ma cosa stiamo ordinando? Qui è tutto un ideogramma! E non sappiamo se il nostro pulsante corrisponde alla foto del menù! Ma stasera lo slogan è “mangiare qualunque cosa faccia ombra”, quindi spingiamo tasti a caso e dopo qualche minuto veniamo raggiunti da un omone in grembiule nero che ci serve due squisite ciotole di ramen fumanti, alghe, carne e non so che altro a galla, ma avevano un sapore incredibile! Fingiamo di non notare la scarsa igiene che regna qui dentro, tipo le bacchette che si pescano dal contenitore senza la consueta bustina protettiva, e mangiamo di gusto. Vorrà dire che ci faremo qualche anticorpo.IMG_4464IMG_4459

Finita la cena decidiamo di raggiungere a piedi il vicino quartiere dell’elettronica Akihabara. Che posto incredibile!!! E’ pieno di locali, di “butta dentro” con tanto di megafono e cartelloni pubblicitari che invitano a provare questo o quello, ragazzi travestiti come cartoni animati, coppie in kimono, e poi luci luci e ancora luci, musica, sale giochi, megastore di elettrodomestici. Che figata pazzesca!!IMG_4487

 

La mattina del 16 agosto partiamo alla scoperta del Parco di Ueno. Arriviamo con la comoda metro e cercando uno Starbucks per la colazione ci spingiamo in un mercatino dove si mescolano odori tra il forte e il fortissimo. Della sirena a due code però neanche l’ombra, così dobbiamo contentarci di un bar chiamato L’Ueno, proprio sotto le scale che conducono all’ingresso del parco, per una tazza di caffè annacquato e un mini strudel di mele. Valerio non resiste alla tentazione e prende una pasta formaggiosa a forma di panda.IMG_4565

Rifocillati, passeggiamo lungo i viali alberati del parco pubblico, dove si sentono solo le cicale, saranno milioni, e qualche corvo che sembra deriderci vedendoci così accaldati. A ridosso di un tempio scintoista c’è un magnifico stagno la cui superficie è completamente rivestita di piante acquatiche, forse fiori di loto, che danno un’aria quasi fatata al paesaggio. Dirimpetto, invece, un lago artificiale, con panchine e buffe barchette da noleggiare a forma di papera.IMG_4598IMG_4589

Dopo aver visitato anche un minuscolo tempietto buddhista decidiamo che è il caso di fermarci allo Starbucks vicino l’ingresso dello zoo per qualcosa di fresco. Non si può capire quanto caldo faccia oggi! L’aria è irrespirabile! Un corroborante cocktail a base di lime, ghiaccio e menta ci rimette al mondo, e ci sediamo ad uno dei tavolini all’aperto a godere dell’assolata piazza che si apre davanti a noi, tra il Museo Nazionale e la Scuola di Arte, accompagnati da un gruppo di musicisti che si cimenta in brani latino americani, che stranezza! Aldilà dello zoo un parco giochi per bambini, poi si entra in un’atmosfera mistica e suggestiva, è il tempio di Kanei-ji, uno dei più importanti centri buddisti all’epoca Edo. Oggi rimane una enorme pagoda a più piani e l’edificio principale immersi in un grande giardino e in una pace irreale. IMG_4657

Terminata la visita riprendiamo la metro per andare ad Asakusa, dove c’è uno dei più antichi templi di Tokyo, il Senso-ji. L’uscita dalla metro immette direttamente nel mercato, alcuni negozi sono sotto una galleria e l’aria è ancora più soffocante. Lungo il viale che porta al tempio ci fermiamo ad una bancarella per acquistare qualche souvenir, dallo yukata per mio nipote, ai ventagli per mia sorella e qualche amica, da una tela, rappresentante una geisha, da incorniciare e appendere a casa nostra, alle consuete calamite.

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Il tempio è pieno di gente, non solo turisti, molti sono qui per pregare. Prima di entrare bisogna purificarsi alla fontana raccogliendo dell’acqua in un mestolo di legno o latta con la mano sinistra, versarla sulla mano destra, quindi sciacquarsi la bocca. Nell’aria l’odore acre degli incensi. Il tempio è molto bello, con soffitti decorati con maestria, con temi floreali e Buddha dall’aria serena.

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Scegliamo un ristorantino nei paraggi per mangiare qualcosa. Pranziamo con del sushi e uno squisito chirachi,  tè verde e un brodino a base di prezzemolo, caldo ma al tempo stesso rinfrescante, che ci offrono alla fine del pasto per sciacquare la bocca dal sapore del pesce.IMG_4726

La sera siamo nella sfavillante Ginza, piena di negozi d’alta moda e lussuosi grandi magazzini. Restiamo abbagliati con il naso all’insù per fotografare i grandi palazzi che ospitano griffe internazionali, ma quello che mi ha più colpito è senza dubbio il palazzo della Sony, che contiene  dei magnifici acquari con squali, murene e fotogenici pesci tropicali.IMG_4802IMG_4807

Per cena entriamo in una trattoria che in totale avrà una dozzina di coperti e neanche un menù in inglese. Dai plastici in vetrina, però, si capisce che fanno solo tempura. Mi piace che ci sia un posto così semplice nel brilluccichio di questo quartiere… Aiuta a ricordare che un tempo qui c’erano solo paludi, atmosfere molto meno sofisticate rispetto quelle di oggi… Prendiamo una combinazione di riso bianco, tempura di gamberi e verdure e zuppa di miso, quest’ultima come sempre  immangiabile per me. Siccome è ancora presto per tornare in albergo, usciti dal locale decidiamo di spingerci fino al quartiere di Minato per vedere la Torre di Tokyo, un’ antenna che somiglia alla Torre Eiffel, a quest’ora illuminata di blu. Si trova all’interno del Parco di Shiba, sede anche di un maestoso santuario credo dedicato ai bambini, perché quasi completamente circondato da lugubri statuine di pietra incappucciate di rosso con accanto una girandola colorata: sembra un esercito di infanti. Vediamo poco però, la zona è quasi completamente al buio. Nonostante tutto ci sediamo sulle scale che conducono al luogo sacro, ancora calde del solleone della giornata, senza avvertire neanche il minimo senso di disagio o di paura. Per la prima volta nella mia vita ho davvero la sensazione di trovarmi in una città sicura. Restiamo per un po’ a goderci la brezza tiepida, cullandoci all’idea di trovarci dall’altra parte del mondo, a sette ore di fuso con Roma… Pazzesco!

La mattina del 17 agosto ci svegliamo all’alba per andare a visitare il mercato del pesce  di Tsukiji, quartiere Chuo. Arriviamo ancora rimbambiti di sonno insieme a una ciurma di altri turisti, ma quando finalmente entriamo in una aerea piena di capannoni e gente col muletto a tutta birra, un gentile guardiano ci mostra un foglio sul quale è scritto che non si può accedere prima delle 9:30. Ma sono le 06:30, che facciamo fino a quell’ora? Intorno sembra non esserci niente, solo lavori stradali e uno smog talmente pesante da sentirmi prudere il viso. Il tablet ci suggerisce uno Starbucks nei paraggi quindi, seguendo le indicazioni, arriviamo con non poca difficoltà a quella che mi piace definire la “città del futuro”, un’area nuova, modernissima, completamente rivestita di marmo, con grattacieli, ascensori trasparenti, scale mobili e palazzoni a specchio, tra i quali quello della Panasonic. IMG_4881

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Ci sediamo su una serie di tavoli e sedie all’aperto, sotto una monorotaia rialzata da dove scendono alcuni pendolari pronti ad affrontare la giornata lavorativa. Il centro commerciale è chiuso. Peccato, adesso un caffè latte ci starebbe proprio bene! Per poco non mi riaddormento finché Vale, andando in perlustrazione, non scopre un bar aperto, il Tully’s. Facciamo colazione poi, con calma, torniamo alla zona del porto, dove scoviamo una incredibile fila di turisti che cerca di consumare una colazione a base di sushi in uno dei tanti localini nei paraggi. Sarò all’antica, ma a me la colazione piace ancora col caffè!

Entriamo nel mercato vero e proprio, finalmente, dove, oltre a tante macchine fotografiche, ci sono anche massaie a fare la spesa giornaliera. Le foto che ho fatto qui dentro sono tra le mie preferite: teste di tonno mozzate, salmoni sotto ghiaccio, ostriche, calamari, stelle marine giganti, paguri, polpi dai grandi tentacoli rossi … L’ho sempre detto che i banchi del pesce mi mettono allegria.

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Quel che mi fa poco ridere, invece, sono questi pazzi furiosi a bordo di muletti pericolosissimi che potrebbero investirci da un momento all’altro. Quando usciamo vorremmo arrivare a piedi alla baia, ma oggi si boccheggia, così madidi di sudore abbandoniamo l’idea e preferiamo fermarci ad una serie di vending machine al coperto, una aerea ristoro, per fortuna davvero a ogni angolo della strada, per qualcosa di fresco, quindi riprendiamo la metro per andare a vedere il Palazzo e i Giardini Imperiali. E’ molto bello questo quartiere, Chiyoda, ricco di larghi spazi, con dei giardini pubblici immacolati, dove l’erba è minuziosamente tagliata e i pini nani offrono ombra e un minimo di refrigerio ai senza tetto e ai maniaci del fitness.IMG_4943Il Palazzo Imperiale è completamente circondato da alte mura di cinta, con tutto un fossato pieno d’acqua che offre scorci incantevoli, anche grazie alle numerose carpe e agli immancabili cigni. Entriamo, più per un botta di aria condizionata che altro, in un mini museo nel quale sono gelosamente conservati gli abitini dell’imperatore quando era un bambino. Arriviamo alla sala delle guardie, quindi ce ne andiamo, davvero troppo stanchi e accaldati per proseguire.

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La sera siamo a Shibuya, il quartiere dei divertimenti per i giovani.  Già in metropolitana è facile incontrare ragazzi e ragazze tirati a lucido, chi in kimono, chi con il vestitino di Alice nel Paese delle Meraviglie, con tanto di borsa a forma di orologio. Fuori la stazione la statua di Hachicko, il fedele akita-inu portato sul grande schermo da Richard Gere, e un marasma di gente!! Non per niente è l’incrocio più attraversato del mondo! E’ davvero emozionante aspettare che scatti il verde a uno dei quattro angoli della piazza e poi buttarsi nella mischia con tanti altri sconosciuti intorno.. Le strade qui sono una figata pazzesca, piene di luci, musica, negozi di abbigliamento, karaoke.

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Per cena decidiamo di tornare nei pressi dell’albergo. All’andata avevamo adocchiato un ristorante thailandese interessante … Quando entriamo veniamo accolti da una giovane donna che non parla una parola di inglese. Basti pensare che ha avuto difficoltà a capire le parole “water” e “coke”, così ci siamo dovuti contentare del solito oolong thè ghiacciato che tutti ti offrono nei ristoranti non appena ti accomodi. Ordiniamo alla cieca, semi-guidati dalle foto sgranate del menù, ma la cameriera credo capisca male e ci porta tutto doppio quando in realtà tanti piatti avremmo preferito dividerli. Intanto dietro di noi una coppia di uomini, forse clienti abituali, sfotte amichevolmente la proprietaria e tutti, cuoco compreso, continuano a guardarci come fossimo una specie rara, secondo me pensando “questi si sono persi”. La cena sarà comunque squisita, i ravioli alla piastra e gli involtini primavera, specialmente, erano da dieci e lode. Al momento del conto la proprietaria ha rinunciato alla mancia, secondo me sentendosi anche un po’ in colpa per come ci ha serviti.

Il mattino seguente facciamo una capatina nel quartiere di Shinjuku, il distretto finanziario, cuore degli uffici governativi. Facciamo colazione all’interno di un fresco centro commerciale, dove si respira aria europea nelle colorate confezioni di macaron dalle vetrine di una pasticceria. Ci fermiamo da Dean & De Luca, catena di bar che ha preso sicuramente spunto dal celebre marchio di Seattle negli arredi e nei concetti base, ma secondo me migliorandolo, offrendo ai clienti un’incredibile scelta di leccornie dolci e salate. Prendo un espresso fortissimo che mi sveglia immediatamente, quindi siamo pronti ad affrontare una altra bollente giornata. IMG_5086

Mentre mi fermo in un vicolo per fare una foto, vengo abbordata da un ragazzo il quale,  riconoscendomi come italiana, forse per fare amicizia con più facilità, si presenta come spagnolo, ma poi si scopre che viene dal Costa Rica e che vive in Canada. Non credo cerchi di rimorchiarmi, piuttosto penso abbia bisogno di compagnia, e mi chiede dove si trovi il famoso incrocio, confondendosi con Shibuya. Nel frattempo è intervenuto Valerio, piombando da non si sa dove come un falco pellegrino, posso quasi sentirne il verso. Il ragazzo capendo che ha sbagliato quartiere se ne va un po’ mogio, ma la cosa mi ha fatto riflettere su quanto possa essere alienante essere qui in viaggio, soprattutto da soli. I giapponesi sono gentilissimi, sì, ma non danno confidenza, e preferiscono starsene tra di loro, quindi per un viaggiatore solitario, e ne abbiamo visti tanti, può diventare davvero difficile fare amicizia o semplicemente scambiare due parole con qualcuno. IMG_5105IMG_5103

I palazzi qui intorno sono davvero imponenti, soprattutto le torri del governo, talmente dispendiose in fase di costruzione da essere soprannominate “le torri dello spreco”. Sotto, un interessante piano metafisico su cui affacciano statue bronzee di epoca contemporanea  che offrono spunti per belle foto in bianco e nero. Prendiamo qualcosa di fresco, poi proseguiamo nella zona est, ricca di negozi e divertimenti.

La sera siamo nel quartiere Roppongi, il più cosmopolita di tutti, l’unico dove è possibile trovare cucina che non sia a base di pesce e riso. E infatti ci sono ristoranti greci, turchi, catene di fast-food come Wendy’s, ma soprattutto l’Hard Rock Cafè. Mi aspettavo qualcosa di imponente, invece è un locale piccolino, quasi nascosto in una viuzza rispetto la strada principale. Ci fanno accomodare al piano di sopra, riservato ai non fumatori, e tra video classici e altri che non c’entrano nulla, tipo Black Eyed Peas o Lady Gaga, ci vengono serviti, da un cameriere un po’ sallucchione, due panini strepitosi! Non pensavo il cibo occidentale potesse mancarmi tanto!

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Il 19 agosto partiamo per Kyoto. Facciamo quindi esperienza dei velocissimi quanto puntuali treni Shinkansen. Prendiamo il diretto che in circa due ore e mezza ci porta a destinazione, ma non mi sono quasi accorta di niente perché ho dormito come un ghiro. All’arrivo noto con disagio quanti turisti ci siano, ma un “aò, aa’ stazione ce semo arivati” mi fa rabbrividire. Quasi di corsa prendiamo la metro e quando usciamo ci saranno 40 gradi. Ce la facciamo a piedi con zaini in spalla e valige, fino al nostro albergo, il SunRoute Hotel, ignari che il servizio autobus in questa città sarà eccellente e capillare. Quando entriamo nella fresca hall ci sembra quasi un miraggio. La lobby ha una moquette terribile e un discutibile angolo souvenir che conferisce un aspetto quasi sciatto nell’insieme. La concierge ci fa accomodare, perché ci vuole ancora un po’ per preparare la camera, così mangiamo qualcosa nel Cafè Brillier, al piano di sotto, restando per l’ennesima volta stupiti da tanta gentilezza, non solo delle bariste, ma anche di una simpatica signora, un po’ in là negli anni che, indefessa, continua a lucidare il corrimano delle scale inchinandosi e sorridendo ad ogni nostro passaggio. Quando arrivano le 14:00 torniamo per richiedere la stanza, ma la tizia è un po’ tonta perché non si ricorda di noi! Finalmente facciamo il check-in e voliamo, bisognosi di un po’ riposo, all’ottavo piano. La stanza è enorme rispetto agli standard giapponesi. Abbiamo persino un piccolo angolo salotto, con tanto di poltrone e tavolino per guardare la tv (anche se, dopo essermi imbattuta in un anime porno, sono rimasta abbastanza scioccata dalla qualità dei loro programmi).

IMG_5578Usciamo sul tardi, un po’ frastornati, per esplorare la zona dietro l’hotel, a ridosso di un fiume che conferisce un’atmosfera fresca e romantica, complici forse anche i numerosi locali con palafitte illuminate da lanterne. Proseguendo si arriva ad una strada che dire commerciale è poco. C’è talmente tanta gente che diventa difficile fermarsi per fare una foto. In compenso è pieno di negozi di artigianato, quindi ne approfitto per acquistare qualche altro ventaglio e un portafortuna a forma di samurai. C’è molta confusione però, specialmente nella zona a nord di Gion, il quartiere delle geishe, una serie di vie tutte lastricate con basse casette di legno tradizionali. Qui è pieno di ryokan e ristoranti costosissimi, ma manca quel fascino che mi sarei aspettata per via della moltitudine di taxi e pullman, o semplicemente della gente che sbuca da tutte le parti.

IMG_5276 A questo punto siamo davvero stanchi, affaticati e soprattutto affamati. Non tocchiamo cibo da ore. Ma non sappiamo dove andare, quindi, quasi per la disperazione, entriamo in una trattoria specializzata in udon, una specie di spaghettone fatto con acqua e farina. Ci accomodiamo al bancone che si affaccia nella cucina e guardiamo i cuochi lavorare con agilità e precisione. E’ difficile ordinare, i piatti che abbiamo visto poco fa in vetrina non somigliano affatto alle descrizioni del menù in inglese. Alla fine scegliamo due piatti di udon con tempura di gamberi, ma sono gelati. Il mio piatto viene divorato da Valerio che nel frattempo si è spazzolato anche il suo. Poverino, aveva davvero una fame da lupo! Chiamo il cameriere, l’unico che sembra parlicchiare un po’ di inglese, e gli chiedo se è possibile avere degli udon caldi ma senza brodo. Mi dice che non è possibile (in effetti pure io che vado a chiedere la pastasciutta!), così per disperazione prendo degli udon caldi con tempura di pollo. Mamma mia. Ma come si fa a mettere del pollo fritto dentro il brodo? C’era tanto di quel grasso che galleggiava… E per di più il mestolo con il quale avrei dovuto sorbire il brodo era di legno, unto e bisunto e puzzava del brodo di qualcun altro! Mangio solo gli udon con le bacchette, ma lascio tutto il resto. Andiamo a dormire presto. Domani ci aspetta una lunga giornata.

Il giorno seguente ci fermiamo in un vicino Daily Family per acquistare qualcosa per la colazione. Mangiamo direttamente in autobus, destinazione Kinkaku-ji o Padiglione d’Oro. Ecco, credo che questa sia in assoluto la cosa più bella vista in Giappone, così evocativa, così serenamente orientale. Per arrivare bisogna attraversare degli splendidi giardini, poi di fronte si spalanca un placido lago, circondato da pini nani. Protagonista assoluto il Padiglione, ricoperto dal nobile metallo, con all’interno il serafico Buddha e una fenice sul tetto. Emana calma, tranquillità, quasi si rimane ipnotizzati dal suo fascino, resterei ore a godere del suo riflesso sull’acqua. IMG_5322

A pochi chilometri da qui un’altra celebre attrazione di Kyoto, il Ryoan-ji, che ospita, all’interno di un meraviglioso parco con tanto di stagni ricoperti di rigogliosi fiori di loto e circondati da filari di bambù, un giardino zen di pietra. Bisogna entrare rigorosamente scalzi, fermarsi qualche minuto magari seduti lungo la balconata rialzata e contemplare la pace che queste pietre dovrebbero suscitare. Forse ci saranno stati troppi turisti o forse con i nostri frenetici ritmi occidentali non sappiamo più neanche cosa voglia dire “calma”, fatto sta che mi sembrano quattro pietre messe su un letto di sabbia bianca, niente di più. All’uscita, che meraviglia ascoltare i commenti dei turisti italiani! Una ragazza siciliana asserisce che questa visita è stato un viaggio nel viaggio … eh, lei sì che è riuscita a tendere all’infinito! E con il suo completo Lacoste all’infinito ci arriva pure griffata!

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Ci facciamo un paio di chilometri a piedi per arrivare all’ultima attrazione presente lungo questa strada, il Ninna-ji, un centro di preghiera nel quale sono raccolti diversi templi tra i quali una meravigliosa pagoda a cinque piani. Ogni piano appartiene a un ordine diverso e vederla lì così, immersa nella vegetazione, è di grande impatto. Terminata la visita agli altri templi ce ne torniamo in albergo visibilmente provati. Fa un caldo che si boccheggia, stiamo perdendo litri di acqua e andiamo avanti a integratori di sali minerali.

IMG_5526 La sera andiamo a mangiare dello squisito sushi in un ristorante qui vicino consigliato dal fido sito TripAdvisor, si chiama Chojiro. E’ completamente gestito da donne, una di queste, preparatrice di sushi, parla un buon inglese e ci fa accomodare a un tavolo per non fumatori, vicino il nastro kaiten che però lascia scorrere solo proposte pubblicitarie. Ordiniamo tramite I-pad, un modo geniale per abbattere le barriere linguistiche, ma anche per poter controllare passo passo tutto quel che si è ordinato e il rispettivo budget. C’è un rubinetto di acqua calda al tavolo, così mi preparo un buon tè verde per ingannare l’attesa, e intanto ascolto la conversazione di altri due turisti sorpresi perché nel loro sashimi c’è un pesce che ancora si muove! La cuoca spiega che è una loro prerogativa: pescano il pesce direttamente dall’acquario a vista e una parte verrà usata per preparare gli onigiri, l’altra per decorare il piatto, fase questa  ovunque molto importante. Anche nella bettola più sperduta il piatto sarà sempre sicuramente bello prima, forse buono poi, a seconda dei gusti. Dopo questa cena faraonica (il sushi con il riccio di mare o il roll con all’interno un gambero perfettamente fritto erano qualcosa di straordinario!) siamo più contenti che mai e decidiamo di buttarci nella movida giapponese.

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Facciamo acquisti poi entriamo in una sala giochi. Mi diverto come una matta tra giochi in 3-D, dove la missione è sparare a più zombie possibili, e melodie da seguire a ritmo di tamburo. Fantastico! C’è anche lo stand di Creamy visto che ricorre il suo trentesimo anniversario. Sono cresciuta con questo cartone e come una bambina comincio a canticchiare la sigla a loop .. parimpampù, eccomi qua…

IMG_5618Il giorno dopo ci svegliamo presto per arrivare al santuario di Fushimi-Inari, reso celebre dal film Memorie di una Geisha. Per farlo cambiamo due autobus, uno per arrivare in stazione, l’altro, il 5 accompagnato da un illeggibile simbolo che io ho tradotto come “barrato”, per raggiungere una zona un po’ fuori mano della città. Facciamo colazione allo Starbucks della stazione e per un soffio perdiamo il bus delle 09:30. Aspettiamo quasi un’ora sotto un caldo micidiale il prossimo mezzo, non sapendo che proprio dalle 09:30 in poi le corse da due si limiteranno a una! Arriviamo praticamente già stanchi e madidi di sudore. Raggiungere poi il luogo di culto scintoista è una faticaccia, perché è tutto in salita. Caratteristica del posto, infatti,  è la lunga passeggiata di circa 4 km sotto i torii rossi, porte che delimitano la soglia a un luogo sacro, lungo i pendii della collina che poi portano al santuario vero e proprio. Ma anche all’interno del bosco e sotto queste porte non si respira per il gran caldo e per la fatica. Arrivati neanche a metà facciamo dietrofront e ce ne torniamo alla nostra fermata del bus.

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Dobbiamo aspettare una mezz’oretta prima che giunga la prossima corsa, così invece che aspettare sotto il sole andiamo a mangiare qualcosa a caso in una delle tante trattorie incontrate lungo i binari del treno. Prendiamo due ciotole di riso con uova strapazzate e tempura di gamberi. La vecchietta che è un po’ tutto fare, da cameriera a cassiera, ci porta due tazze di tè oolong che puzzano di pesce e quando finalmente arriva la nostra portata ci rendiamo conto che, a parte il fritto, poco altro si può davvero mangiare: avranno messo quattro uova qui dentro, sento quasi il mio fegato ribellarsi! Usciamo letteralmente di corsa dal locale e per un pelo riusciamo a non perdere anche questo autobus. Sono davvero stanca, non vedo l’ora di farmi una doccia. Ma non è ancora giunto il momento di tornare in hotel. Prima andiamo a visitare il Castello di Nijo, sede dello shogunato e una delle rare fortificazioni del Giappone.

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Ci fanno entrare scalzi, ma già il tetto da fuori, con il magnifico frontone di legno intarsiato rappresentante pavoni e scene bucoliche, ci conquista. All’interno il legno conferisce ancora più tepore ed è un vero supplizio gironzolare tra le varie stanze e gli ambienti di rappresentanza del castello, tutti rivestiti di meravigliose grandi lastre di legno, posso sentirne le nervature al tatto, che al minimo accenno di passaggio emettono un suono simile al canto di un usignolo: in questo modo era più facile avvertire la presenza di estranei. Le porte inoltre sono tutte dipinte dai maestri Kano, porpora d’oro e i classici temi naturalistici, tigri, pantere, oche selvatiche in scenari invernali. I giardini sono ancora più belli, curati nel minimo dettaglio, con stagni, ponticelli e cascate.

La sera un monsone si abbatte sulla città. Con la scusa della pioggia, ma soprattutto per la stanchezza, passiamo al vicino Daily Family per comprare la cena. Per un attimo mi era balenata l’idea di andare al decimo piano del nostro albergo, dove c’è un ristorante italiano, o presunto tale, Viale, dal quale pare si goda una bella vista del fiume, ma vedendo le foto poco allettanti del menù ho cambiato presto idea: la pizza margherita sembrava di gomma.  Nello store prendiamo a caso dei bento a portar via e ce ne andiamo a mangiare in camera.

Il 22 agosto decidiamo di spezzare la giornata. La mattina ce ne andremo al Padiglione d’Argento, mentre il pomeriggio visiteremo la vicina Osaka.

Il Padiglione d’Argento è una semplice costruzione di legno e nei secoli, nonostante il nome, non è stato mai rivestito d’argento neanche una volta. Si trova nel bel mezzo di un delizioso giardino zen, con scalinata in pietra che porta a una balconata in altura da dove si abbraccia la città in un colpo solo.

      025Vicino parte la cosiddetta Passeggiata del Filosofo, da un professore universitario di filosofia il quale, agli inizi del Novecento, usava far sempre questa camminata di circa 1 km e mezzo prima di andare a lezione. Sulla guida era scritto che il sentiero si snodava tra negozi di artigianato e boutique, ma qui non c’è niente, neanche qualche albero per ripararsi dal forte sole, anzi c’è la strada da una parte e un fiumiciattolo dall’altra. Se penso alle belle passeggiate che abbiamo noi lungo il Tevere mi viene un po’ da sorridere, quindi prendiamo al volo un autobus e andiamo a vedere quel che resta di Kyoto, ovvero il complesso scintoista di Yasaka, altro luogo immortalato in Memorie di una Geisha. Ma una volta entrati e fatto qualche foto ci rendiamo conto che i templi cominciano a sembrarci tutti uguali, quindi preferiamo tornare in albergo per riposare. 044

Prima di prendere il treno delle 16:00 per Osaka ci fermiamo al food court della stazione per un boccone. Scegliamo dei piatti a base di carne, stavolta, ma il pasto sarà al limite del disgustoso visto che ci viene servita della carne di maiale grassissima e per di più panata sul classico letto di riso, un brodino di carne con strani pezzi gelatinosi che venivano a galla, forse cotenne, insalata e una ciotolina di roba bianca che al sapore aveva un non so che di membranoso … non voglio neanche immaginare che parte del maiale fosse … 052

In 27 minuti d’orologio siamo a Osaka.  La stazione è gremita di gente. Una gentile signora al centro informazioni ci dà una mappa e ci spiega come arrivare a  Dotonbori, praticamente sopra di noi. Siamo venuti apposta per vedere questo quartiere che di sera si accende di luci!

Per la prima volta da quando sono qui ho trovato le strade sporche e puzzolenti. In compenso è pieno di giovani, soprattutto ragazze, truccate come bambole, dai tacchi mozzafiato e con acconciature elaborate.  Gironzoliamo un po’ sopra e sotto il fiume, tra cattivi odori di cibo, bancarelle che vendono polpette di polpo, una specialità qui, insieme al granchio e al pesce palla, bazar e sale giochi.

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Ci fermiamo per una bibita rinfrescante da Starbucks, uno dei più belli che abbia mai visto, con una vastissima area biblioteca al piano di sopra, tra poltroncine e divanetti. Stiamo aspettando che accendano le luci per le ultime foto, poi vorremmo davvero tornare in albergo. A Kyoto abbiamo avuto la brillante idea di sbagliare l’uscita della stazione. Sembra quasi si sia aperto uno stargate per un’altra dimensione, davvero, non siamo mai passati di qui manco per sbaglio. Dove siamo? E quanto è grande questa città?

La mattina del 23 agosto partiamo per Nara, antica capitale del Giappone. Piove, come l’altro ieri e come farà per i prossimi quattro giorni, e questo renderà il lungo viaggio a bordo di un vecchio trenino un pochino malinconico. Non appena arrivati notiamo la cosa più bella di questo posto: è pieno di cervi nani! Sono ovunque e non hanno minimamente paura degli uomini, anzi, sono piuttosto sfacciati e sembrano sapere che nessuno farà loro del male in quanto sacri per la religione buddhista.

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All’ingresso al tempio c’è un viale che puzza di selvatico (come è ovvio) e che si può percorrere solo facendo lo slalom tra i loro bisogni, ma è tutto molto bello. Uno di loro, un esemplare giovane, ha le corna piccole, mi si avvicina, io lo accarezzo sulla testa e lui, in tutta risposta, mi prende un lembo della maglietta e lo mordicchia, lasciando come ricordo un miscuglio di biscotto e saliva. Ma come? Io sono tanto buona con la natura, perché la natura si ribella? Scherzi a parte, il Todai-ji è tra i templi più maestosi mai visti. All’interno nasconde la statua del Buddha più grande di tutto il Giappone, un massiccio idolo ricoperto d’oro e bronzo. Ai lati del tempio due grandi pagode e l’antica campana.

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Inoltrandosi per il Parco di Nara, tra gruppetti di cervi giovani e anziani, si arriva al santuario di Kasuga, dove le donne portano i lunghi capelli legati in un bracciale argentato e la frangia stretta con un mazzolino di lavanda, sotto, una lunga gonna color arancio. Gli alberi qui presentano delle radici maestose, tassi secolari e leggeri arbusti rampicanti che hanno dato sfogo a qualsiasi forma e geometria. Natura allo stato puro.

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Siamo davvero molto stanchi quando torniamo a valle. Prendiamo al volo un bus che ci riporta in stazione, mangiamo in un vicino KFC (ma i fast-food qui in Giappone non hanno niente a che vedere con quelli occidentali…), e torniamo a Kyoto. La sera piove di nuovo. K-way e passiamo la nostra ultima cena qui al magico Chojiro. Sushi e sashimi da paura!!

Il 24 agosto partiamo alla volta di Hiroshima, sotto una pioggia fastidiosa che però non ha minimamente placato l’afa. Prendiamo il bus che ci porta alla stazione di Kyoto, colazione da Starbucks, primo Shinkansen per Shin-Osaka, quindi un altro per Hiroshima. Quando arriviamo la pioggia è sempre più torrenziale, ma nonostante la confusione, noto già delle cose secondo me di cattivo gusto, come ad esempio il Mc Donald’s (anche solo per una questione di principio io qui un punto vendita non lo avrei mai aperto…), o una fontana proprio fuori la stazione a forma di fungo atomico…

Per andare in albergo, l’Oriental, decidiamo di prendere un tram, che qui, e vedremo poi domani a Nagasaki, funzioneranno, manco a dirlo, alla grande. Sbagliamo fermata e, bagnati fino alle ossa, con gli zaini in spalla e le valige ce la facciamo tutta a piedi fino all’hotel, una scarpinata di dieci minuti.

L’albergo ha una hall che mette soggezione per quanto è lussuosa, ampia, elegante. All’ingresso, oltre a una donna che è pagata solo per ricevere gli ospiti chinandosi più e più volte, c’è una vasca d’acqua che, con una lastra di marmo e dei semplici faretti, crea un sofisticato effetto ottico, come se ci fosse davanti un velo morbido, mentre un lounge bar, che espone preziose opere d’arte, accoglie clienti vestiti come se dovessero andare a un gala. In effetti scopriremo poi che dal sesto all’ottavo piano del grattacielo sono presenti delle cappelle matrimoniali e delle sale ricevimento, quindi almeno questo spiegherebbe il perché di questi lunghi abiti sfarzosi o di quei filari di perle. Dobbiamo attendere prima che ci diano la camera, quindi, affamati, lasciamo le valige e andiamo a cercare qualcosa da mangiare nei dintorni dell’albergo.

La strada dove si trova viene chiamata gli “Champs Elysees” di Hiroshima, ma non ha niente a che vedere con il celebre viale dello shopping parigino, se non altro perché qui, a parte alberghi, appartamenti eleganti e uffici, non c’è un negozio manco a pagarlo. La via non sembrerebbe neanche servita dagli autobus e questo renderà l’alloggio particolarmente scomodo logisticamente parlando. Dopo giri a vuoto lungo viuzze che sembrano catalizzare la movida notturna di Hiroshima, ma dove a quest’ora è tutto miseramente chiuso, finiamo in una trattoria specializzata in triangoli di riso ripieni avvolti in alga e soba. Comincio a sognarmi piatti di pasta o di pizza, ma ora non abbiamo scelta, e dopo una attesa lunghissima finalmente passano a prendere le nostre ordinazioni. Due combo, con zuppa di miso, soba in umido, i triangolini di cui parlavo prima, e dei rolls. In quello di Valerio c’è anche del tempura. Devo dire che ci ha detto particolarmente bene: il fritto di Vale e i brodini erano tra i più buoni mai mangiati fin ora, anche se il posto era molto carente a livello d’igiene, i piedi si appiccicavano al pavimento, e eravamo circondati da giapponesi che succhiavano con piacere il brodo degli udon, in segno di grande apprezzamento.

Tornati in albergo ci danno la stanza, la quale non ha niente a che vedere con tutto quello visto all’ingresso.  E’ graziosa e al diciannovesimo piano, offrendoci una buona vista, persino un pezzo di baia, ma è piccola, l’aria condizionata non funziona un granché e in bagno c’è una terribile puzza di fossa biologica. In compenso i pigiami e i prodotti per il bagno sono eccellenti. Restiamo giusto il tempo di una doccia, poi siamo di nuovo in stazione per andare all’isola sacra di Miyajima, circa 40 minuti di treno, poi un traghetto il cui costo è compreso nel Japan Rail Pass.

L’isola è caratterizzata dalla presenza di un bel santuario scintoista, ma il consueto tori rosso vermiglio che sempre delimita i confini di un luogo sacro questa volta è in mare.  Quindi sarebbe bellissimo poterlo vedere con l’alta marea, quando la porta sacra sembra fluttuare sull’acqua. Invece, nonostante la pioggia, troviamo il mare in secca, ma devo dire che l’effetto è suggestivo comunque.

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All’attracco subito veniamo raggiunti da un cervo, sembra che sia arrivato fin qui per darci il benvenuto, e riceve foto e carezze a destra e a manca. L’isola è davvero affascinante e oggi, con queste montagne dai profili dolci completamente avvolte nella nebbia, ha un non so che di misterioso. Il vialetto che porta al primo tori di pietra e dal quale si ha un colpo d’occhio su una grande pagoda è pieno di negozi di souvenir che vendono soprattutto delle strane palette piatte di legno, forse dei talismani, e bancarelle che vendono cibo.

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Ci fermiamo a mangiare una strana pagnottella morbida ripiena di carne o pesce, davvero bollente e gustosa, e al ritorno, la specialità dell’isola, ostriche alla griglia, buonissime. Non visitiamo il santuario, ma facciamo una bella passeggiata esterna tra lanterne in pietra, pini nani e cervi che ci seguono in cerca di cibo.

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Alle 20 chiude tutto e i commercianti si affrettano per prendere gli ultimi traghetti. Torniamo piuttosto stanchi e bagnati, acquistiamo la cena in un supermercato al piano di sotto della stazione, fornito di tutto tranne che di cibo occidentale pronto, così prendiamo due bento, yogurt e qualcosa per la colazione di domani, e mangiamo in camera.

La mattina del 25 agosto piove inesorabilmente, ma la visita al Peace Memorial Park non accetta contrattempi, quindi  lasciamo i bagagli al deposito dell’albergo e, dopo qualche tentennamento da parte di Valerio, decidiamo di chiamare un taxi, risparmiandoci una bella faticaccia di almeno due chilometri a piedi sotto il diluvio.

Il parco, dedicato alla memoria di quel che successe il 6 agosto 1945, la prima bomba nucleare mai lanciata nella storia, è di tragica bellezza.

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Io ho avuto la sensazione di trovarmi in una grande tomba. Sarà che è quasi completamente lastricato di marmo immacolato, sarà che troviamo una scolaresca in divisa, tanti ombrelli neri schierati di fronte all’altare, che prega inchinandosi a coppia sbattendo ripetutamente le mani, fiori colorati lasciati sotto gli occhi attenti dei corvi che non potevano scegliere trespolo più azzeccato, mi ricorda tanto un funerale, fatto sta che tutto è permeato di una tragicità spessa e tangibile, e il silenzio che ne deriva riesce a essere assordante.

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Dietro l’altare una grande vasca d’acqua e poi la Fiaccola della Pace, un fuoco che verrà spento solo quando al mondo sparirà fino l’ultima delle armi nucleari. Raggiungiamo una cupola poggiata come un tripode, figure esili di infanti sulla cima sembrano spiccare il volo,  all’interno una campanella legata a una gru di metallo che nella forma ricorda tanto un origami,  una targa con poche semplici parole: “Questo il tuo pianto. La nostra preghiera. Pace nel mondo.” E’ una delle cose più commoventi che abbia mai visto, un monumento dedicato a una bambina che morì, lentamente, a dieci anni, per via delle radiazioni ma lei, Sadako, cuore ingenuo, era convinta che riuscendo a creare 1000 gru di carta ce l’avrebbe fatta perché così raccontavano le leggende. Ora è consuetudine che tutti i bambini del mondo in visita a Hiroshima lascino una gru di carta in un’urna.

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Sull’altra sponda del fiume IL monumento che per antonomasia evoca morte e follia umana: Genbaku Dome o A-Bomb Dome. Si trattava di un rinomato centro culturale e commerciale della città, progettato da un architetto ceco, fu una delle poche costruzioni a rimanere in piedi al momento della deflagrazione di Little Boy,  ad appena 600 metri da lì. Oggi è Patrimonio dell’Unesco, dopo tante controversie, simbolo fortissimo di pace e speranza. E’ impressionante pensare che lì dentro, sotto quella che un tempo era una cupola, alle 8:15 di quel tragico giorno estivo siano tutti istantaneamente morti sul colpo, spazzati via, disintegrati.

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Lasciamo per ultima la visita al museo, una testimonianza importante per capire, anche grazie all’aiuto di filmati d’epoca, fotografie, cimeli, plastici, cosa sia realmente successo, anche se passando per quei corridoi non si ha, o non si vuole avere, la percezione della realtà. C’è comunque una parte di te che non vuole ammettere che tutto ciò sia DAVVERO accaduto. Ma poi vedi come sono stati ridotti i comignoli di latta, le divise degli scolari e i loro giochi,  le schiene delle persone dopo le ustioni, tatuaggi disegnati dal diavolo in persona, bambini nati microcefali per le radiazioni e immaginare tutti quelli che per lo stesso motivo, non sono proprio riusciti a nascere. Una visita qui è forte come un pugno in faccia. Ma, come ho già detto l’anno scorso per il Cimitero Americano, ad Omaha Beach, anche qui penso che una visita, almeno una volta nella vita, sia d’obbligo.

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All’uscita, ancora un po’ provati, chiamiamo un taxi che ci porta in albergo per recuperare i bagagli e quindi direttamente in stazione. Anche oggi ci aspetta un lungo viaggio in treno, così prendiamo degli hamburger a portar via e saliamo a bordo del primo shinkansen, che ci porterà ad Hakata, quindi un kamome, un bullet train, che farà un tragitto bellissimo lungo il Kyushu, profondo sud del Giappone, tra placide baie, porticcioli, risaie, villaggi tranquilli di campagna che sembrano del tutto disabitati, fino a condurci a Nagasaki. Fuori la minuscola stazione ci aspetta il consueto temporale. Saliamo a bordo di un taxi e per nemmeno 1000 yen arriviamo nel quartiere di Shianbashi, dove alloggeremo. Il Richmond è un albergo che coniuga a perfezione bellezza e funzionalità. Le camere sono strepitose, decorate con gusto, con un bagno nel quale si può miracolosamente entrare in coppia. Restiamo per un po’ sul letto, aspettando che fuori spiova, e ci facciamo una doccia corroborante sperando che attenui un po’ di questa stanchezza. Adesso capisco perché pochissimi turisti si avventurano fin quaggiù. Il viaggio è molto lungo, davvero. Usciamo in serata e scopriamo che il nostro quartiere è pieno di ristoranti e locali notturni, e che è ben servito dalla rete di tram.

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Ne prendiamo uno per raggiungere la parte vecchia della città, sede di uno dei ponti in pietra più antichi del Giappone, il Ponte degli Occhiali, così chiamato per via del riflesso sul fiume delle due arcate tonde. In realtà è tutta la passeggiata lungo l’artificiale corso d’acqua ad essere accattivante, vuoi per le lanterne appese che si stanno accendendo adesso e che conferiscono un’aria tipica al posto, vuoi per i filari di salici piangenti le cui fronde si muovono al vento di una nuova tempesta in arrivo.

Prendiamo un altro tram ed andiamo verso la baia. Piove a catinelle, ma facciamo comunque una breve passeggiata correlata da qualche foto passando dal retro del Museo di Arte di Nagasaki, una splendida costruzione moderna, un mix perfetto di vetro, luce, legno, marmo, acqua.

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Mi piacerebbe domani mattina passare qui di nuovo, magari per vedere la mostra di Iwago Mitsuaki, un fotografo naturalista giapponese, in programma proprio in questi giorni. Intanto proseguiamo a piedi lungo i canali di acqua salata, stando attenti a non calpestare i moltissimi granchi che con questa pioggia sono usciti allo scoperto. C’è un bel parco alla nostra destra, si sta svolgendo un concerto di musica tipica e c’è un sacco di gente. Credo sia uno dei tanti festival di mezza estate che il Giappone adora organizzare, kermesse interessanti per lo più di musica e danza. Siamo bagnati fradici, così, dopo aver curiosato un po’ nell’angolo merchandising del museo, decidiamo di cercare un posto al riparo per mangiare e asciugarci. Al wharf, proprio di fronte una serie di yacht, catamarani e una perfetta riproduzione di un antico vascello olandese, ci sono tutta una serie di ristorantini uno più gustoso dell’altro. Ne scegliamo uno specializzato in sushi e donburi, ovvero ciotole di riso cosparse di pesce fresco, la mia passione. Il posto è davvero caratteristico, con tutta una serie di tavoli bassi e larghi sopraelevati su piani di legno dove poter accedere solo scalzi.

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Ci sono delle enormi vasche di pesce vivo davanti alla cassa, e io rimango come ipnotizzata dalla bellezza delle mante che tentano di fuggire spingendosi fin oltre l’orlo dell’acqua. La cena è a dir poco squisita e mentre paghiamo veniamo attirati da alcuni botti che spingono i più curiosi a uscire in banchina. Stanno sparando dei fuochi artificiali meravigliosi, altra mia passione, e il cielo si illumina ora di rosso, ora di verde, ora di giallo. Non piove più e solo adesso che è sparita la nebbia noto che in fondo alla baia si erge un magnifico ponte che mi ricorda nella forma tanto il Bay Bridge a San Francisco. Ci ripromettiamo di tornare qui domani, sperando che almeno con la luce del giorno si riescano a fare delle foto decenti.

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Il mattino seguente fa un caldo appiccicoso insopportabile ed è nuvoloso. Torniamo alla zona della baia, dove troviamo uno Starbucks a ridosso di un centro commerciale e di un ponte che ricorda in piccolo quelli di Calatrava.

Nagasaki ha un non so che di europeo, e forse è proprio per questo che mi ha colpito. Mi sembra una città estremamente proiettata al futuro, sensazione questa avvertita qui più che altrove, ed è sbalorditivo, considerando che tutto il territorio del Kyushu è rimasto chiuso per secoli al mondo occidentale per volere dello Shogun, il quale dichiarò illegale il cristianesimo portato sull’isola insieme alle mercanzie portoghesi e olandesi. E in effetti, leggendo la guida, si scoprono tantissime chiese e missioni cattoliche, compresa una dedicata a ventisei martiri cristiani che vennero fatti decapitare come monito per i ribelli. Ma non abbiamo il tempo per vedere tutto. Il museo, purtroppo, è anche chiuso, quindi, fatte altre foto, torniamo in albergo a recuperare i bagagli e prendiamo un taxi.

E’ un massacro tornare a Tokyo. Sono circa otto ore di treno, ma non esiste un diretto, quindi prendiamo il solito bullet train che ci porta a Hakata, uno skinkansen che ci conduce a Osaka, quindi un altro per la capitale, infine altri tre cambi di metro e siamo ad Asakusa-bashi. Mi mancava questo quartiere! Con tutte le valige, stremati, decidiamo di tornare dalla nostra amica thailandese a cena, ma stavolta si è organizzata, ha chiamato rinforzi. Il figlio le fa da cameriere e prende le ordinazioni capendo un po’ d’inglese, ma senza parlarne una parola. Meglio di niente. Se non altro ha capito “coke” e abbiamo potuto bere. Io sono affamata, (il bento che abbiamo mangiato in treno a pranzo era alquanto insoddisfacente …) e mi spazzolo qualunque cosa come un’idrovora.

In camera, chiacchierata su Skype con mia sorella, o meglio, io parlo lei scrive, visto che non riesco a sentirla, e quel fenomeno di mio nipote, che si è emozionato vedendomi sul video, ha cominciato a battere le manine dal box. Bono il nano di zia!!! Mi sono emozionata anch’io.

Il giorno dopo siamo ancora piuttosto provati. Mettiamo il cartello “non disturbare” sulla porta (qui le pulizie cominciano prestissimo, già alle 09:30) e ci svegliamo con calma.

Abbiamo visto praticamente tutto di Tokyo, quindi, per non sprecare la giornata, prendiamo un treno che in cinquanta minuti ci porta nella vicina Kamakura, circa 140 chilometri da qui. Moltissimi blog e diari di viaggi parlavano di questa cittadina come tappa imperdibile del Giappone. Persino il ragazzo che si è occupato del nostro check-in a Fiumicino ce l’ha consigliata! Dal canto nostro non l’avevamo neanche messa in programma, ma visto che il tempo c’è …

Una volta arrivati decidiamo di affittare delle bici per arrivare ai vari punti di interesse turistico. Grosso errore, visto che per 2200 yen ci daranno due pesanti biciclette del tipo “graziella,” difficilissime da portare per vie urbane affollate e trafficate e per di più senza i freni che funzionano a dovere. Le riportiamo al punto rental in neanche mezz’ora. Peccato.

Prendiamo quindi un bus e arriviamo al Daibutsu, una grande statua bronzea di Buddha, alta 13,5 metri, che ha la particolarità di essere leggermente reclinata verso i fedeli e gli spettatori, cosa unica, mai vista, quindi, a piedi, raggiungiamo il vicino santuario di Hasedera. I giardini zen sono spettacolari, poi salendo per la collina si arriva al tempio vero e proprio, circondato dalla solita campana, la fontana per purificarsi, ma in questo caso anche comodi tavoli pic-nic al coperto e un belvedere sulla baia, da dove possiamo ammirare una pittoresca schiera di wind-surf.

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Mangiamo qui i tramezzini presi questa mattina da Starbucks, entriamo in una caverna detta “della contemplazione” che usavano i monaci per pregare, scomodissima perché bisogna entrare e uscire curvi, poi torniamo verso la zona della stazione, da dove parte una via congegnata per lo shopping di tutti i tipi. Troviamo un negozio completamente dedicato al grande regista Miyazaki e io non posso uscire senza il salvadanaio e le calamite di Totoro! Troppo bello!!

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Usciamo dal circuito commerciale ed entriamo in un lungo viale che ha diviso la strada principale in due carreggiate a senso unico. In primavera vi fioriscono i sakura e deve essere uno spettacolo. Anche oggi però la passeggiata è molto bella, ombreggiata, e ci porta direttamente all’ingresso di un santuario che però vediamo solo in lontananza, a ridosso di un magnifico ponte di pietra con la schiena ad asino esageratamente arcuata. Ai lati due ponti pedonali più piccoli del classico legno rosso che compone i templi scintoisti, ma la cosa più sorprendente sono degli splendidi pini nani nei paraggi, dai tronchi attorcigliati, e un tranquillo stagno semi rivestito di fiori di loto. Avevano ragione a consigliare questa località!

IMG_6524         Quando torniamo a Tokyo cambiamo programma.  Saremmo dovuti andare a Roppongi per un panino all’Hard Rock Cafè, ma una volta nel nostro quartiere la prospettiva di farsi la doccia e uscire di nuovo non ci alletta granché. Oltretutto Valerio ha ritrovato quella spettacolare trattoria di ramen a pochi metri da qui … Ordino lo stesso brodo della scorsa volta, un po’ piccante all’inizio, ma poi è una goduria completa, e un piatto di deliziosi ravioli alla piastra. Una delle migliori cene della mia vita.

L’ultimo giorno in Giappone prevede la visita a Nikko. Ci svegliamo presto perché dobbiamo prendere due treni. Il tragitto soprattutto a bordo del secondo è magnifico, in mezzo a incannucciate di bambù e boschi rigogliosi. In effetti osservando la cartina ci si rende conto che è tutto parco nazionale, e nel vagone è pieno di persone di tutte le età con attrezzatura da trekking.

“Nikko is Nippon” racconta la pubblicità in stazione e forse è vero. Sembra una piccola cittadina di montagna … persino la stazione è costruita con i tetti spioventi, come fosse una baita … Non ho fatto altro che immaginarla con la neve … deve essere un sogno … I templi, anche se hanno ingressi un po’ più costosi rispetto agli altri,  sono in assoluto tra i più belli mai visti. Nel santuario dedicato allo shogun le decorazioni sono mirabolanti, sui temi della natura in un tripudio di colori vivaci e oro. Particolari sono le tre scimmie sagge, bassorilievi intarsiati nel legno, allegoria del ciclo della vita.

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Torniamo a Tokyo stanchissimi, ma abbiamo deciso di passare la nostra ultima cena in Giappone tornando all’Hard Rock Cafè, quindi entriamo nonostante siano appena le 19:30. Mangiamo uno straordinario jumbo combo e una fajita, tra le incursioni di una cameriera fin troppo gentile che ogni minuto veniva a chiederci come fosse il nostro pasto o se avessimo bisogno di altro. Una piattola.

In albergo mi faccio un bel bagno caldo che se non altro smorza un po’ del mio mal di testa. Vorrei buttarmi svenuta sul letto, ma i miei mi chiamano su Skype e inoltre ho la valigia da preparare …

Il 29 agosto, presto, prendiamo la Yamanote Line per arrivare alla stazione di Tokyo, (che dramma doversi interfacciare con i pendolari nell’ora di punta … ), prenotiamo i posti per il Narita Express quindi siamo nel loro splendente aeroporto.

Il check-in è tra i più veloci ed efficienti mai visti: la hostess ci fa addirittura scegliere i posti. A bordo 11 ore non passano mai. Avrò dormito una cinquantina di minuti in tutto, per il resto mi sono fatta una maratona di film.

L’aeroporto di Istanbul alle sei del pomeriggio pare un mercato. Prendiamo qualcosa da bere da Starbucks e restiamo in attesa che ci chiamino al gate fino alle 22:30. Siamo esausti, ormai siamo in piedi da più di 26 ore.

Il nostro approccio con il taxista a Fiumicino, che è stato capace di chiederci un supplemento inesistente per le valigie pur facendo mille infrazioni in pochi chilometri, ci fa drammaticamente capire di essere tornati a Roma, con la sua maleducazione, arroganza, furberia.

E ho capito che il Giappone non è solo un posto felice sulla Terra. E’ un modello cui aspirare, uno stile e una qualità di vita alla quale, purtroppo, noi italiani non arriveremo mai.

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