Mauritius 2014

Quello che ha reso particolare questo viaggio è il momento in cui è capitato. Valerio che viene arruolato a lavorare per un mese abbondante alla Bloomberg di New York tra luglio e settembre: sembra impossibile riuscire a ritagliarsi un periodo di ferie tutto per noi, ovvero solo una decina di giorni ad agosto, tra una partenza e l’altra, con la farmacia che  manco chiude. Ma riesco miracolosamente a convincere la boss a darmi comunque tre settimane di ferie, che bello, prenotiamo un viaggio diverso, al mare, ma lontano però, perché non andiamo a rilassarci a Mauritius?

In quattro e quattr’otto prenotiamo volo e b/b, ma proprio qualche giorno prima che Vale parta per la Grande Mela scopro di essere incinta.

E chi se lo scorda quel 17 di luglio? Paura, panico, ansia.

Quelle prime settimane senza Vale passano farraginose, tra lavoro massacrante in farmacia e analisi varie, ma il ginecologo mi dice che con qualche precauzione si può partire lo stesso, quindi comincio la curetta da lui prescritta e finalmente io e Vale, che nel frattempo è tornato sabato 9 agosto, possiamo partire insieme il lunedì.

Penso con un mezzo sorriso che se tutto va bene questo è il primo viaggio che facciamo insieme a “Fagiolino”, battezzato affettuosamente così da amici e genitori ormai, ma la cosa mi rende ancora più ansiosa, quindi faccio finta di niente, infilo le mie calze-antiviolenza-a compressione graduata e andiamo a Fiumicino.

La tratta Roma-Parigi passa indolore, quasi non me ne accorgo, poi sono ben 12 ore fino a Mahebourg!

L’aereo della Air Mauritius è imbarazzante. Sembra una carretta del cielo. Di sicuro è molto vecchio, sarà degli anni ’80, quando ancora si fumava sugli aeromobili, e infatti ci sono ancora i posacenere sui braccioli. Le cappelliere sono di quelle basse, adatte a rendere ancora più claustrofobico l’ambiente, e i sedili sono di una scomodità incredibile. L’intrattenimento è pressoché inesistente. Su un monitor che sarà grande quanto il mio portacipria viene proiettata a loop la stessa sequela di film, per lo più in lingua francese e senza sottotitoli, e se per caso ti scappasse di fare la pipì tra una scena e l’altra, potresti scegliere se perderti il resto della trama, visto che non c’è neanche la possibilità di mettere in pausa, o di fartela addosso. Poco importa a quel punto, perché tanto l’unico film in lingua per me comprensibile era La Meravigliosa Vita di Walter Mitty, non proprio un inedito. Le hostess ci danno una pochette che sembra rubata a un bambino che è andato in gita allo ZooMarine, dove dentro ci sono i soliti gadget inutili, mentre la coperta pare fatta di carta … si gela!

Saranno ore di agonia, ma il peggio deve ancora arrivare.

Mauritius ci aspetta con le sue nuvole passeggere e le verdi montagne dell’entroterra, ma al nastro la valigia di Vale arriva subito, la mia no. Con la flemma, che scopriremo essere endemica tra la gente del luogo, una responsabile di Air Mauritius prende i nostri nominativi e, soprattutto, quelli della struttura dove alloggeremo, promettendo che il bagaglio verrà recapitato quanto prima.

Io sono preoccupatissima, non tanto perché non ho manco una mutanda di ricambio, io che già mi sento così sporca da desiderare solo una bella doccia calda, ma soprattutto per le medicine che stupidamente non ho messo nel bagaglio a mano. Chiediamo dove sia la farmacia più vicina, ci dicono che è proprio all’uscita dall’aeroporto, così svelti andiamo a ritirare la macchina che abbiamo preso a noleggio, una Citroen C1 con una ruota che avrà la simpatica abitudine di sgonfiarsi almeno una volta al giorno, e fatto un po’ l’occhio con la guida all’inglese, dopo una serie di rotonde arriviamo in una piccola aerea commerciale dove trovano posto un benzinaio, una tavola calda, un supermercato e la nostra farmacia. Faccio fatica a definirla tale perché chiaramente ho presente il concetto occidentale di essa, non Questo. E’ un buco, buio, con le pareti coperte di poster pubblicitari di vitamine ed integratori vari messi alla rinfusa, senza un ordine apparente, poi c’è il banco di legno e dietro due donne indiane con sari colorato e mendi sulla fronte. Alle loro spalle una vetrina dove trovano posto articoli disparati, dai dentifrici, ai preservativi, e una scala conduce credo in soffitta dove chissà cos’altro terranno. Come siano riuscite a trovare in quel marasma l’esatto quantitativo di acido folico e di acido acetilsalicilico che mi occorrevano è e resterà un mistero, fatto sta che ora posso prendere le mie medicine.

Stanchi, ma almeno in parte rincuorati, torniamo in autostrada e dopo qualche km usciamo a Quatre Bornes. Un alveare, non una città. La gente è ovunque, in strada, al mercato, alle fermate dell’autobus, si accalca su pullman pilotati quasi sempre da pazzi scatenati e tutti, tutti, si sentono quasi in obbligo di dover sorpassare! Sono tutti flemmatici, ma quando si tratta di guidare secondo me seguono una specie di codice d’onore, qualcosa del tipo “se non superi non sei uomo”. Forse lo insegneranno in autoscuola, se andranno all’autoscuola!

Impieghiamo un tempo lunghissimo per passare, c’è un ingorgo per certi lavori stradali, e tra uno sbadiglio e l’altro, noto quanta gente indiana ci sia, non africana come invece mi sarei aspettata, e una quantità inverosimile di negozi e quincallierie nei quali ancora oggi non ho capito cosa si vendesse.

Il mare si comincia a vedere proseguendo per Flic en Flac, una distesa azzurra tra sterminate coltivazioni di canna da zucchero. Incrociamo vari shopping mall tra Cascavelle e La Preneuse, e superate le saline di Tamarin, con qualche difficoltà riusciamo a trovare la traversa per il nostro b/b. DSC_0525

Il Marlin Creek è una deliziosa struttura immersa in un giardino tropicale. Appena parcheggiamo ci viene incontro quello che presumo sia il proprietario, un ragazzo pallido dagli occhi azzurri e i capelli biondi, Christophe. Potrebbe sembrare francese o olandese, ma in realtà ci spiega di essere nato nella vicina isola di Reunion da mamma mauriziana. Ci chiede come è andato il viaggio, gli spieghiamo il disagio dovuto allo smarrimento del bagaglio e lui subito si assume la responsabilità del recupero, ci dice che non dobbiamo preoccuparci di niente, che penserà a tutto lui, che noi non dobbiamo far altro che rilassarci e non perdere neanche un minuto di vacanza. Ci accompagna alla nostra stanza al primo piano. Enorme. Per un attimo ho pensato ci fosse stato un errore, che per sbaglio ci avesse accompagnato a una suite. E’ arredata in stile creolo, con mobili e porte in wengè e il colore delle terre di Chamarel alle pareti. C’è una doccia gigantesca e il lavabo è separato dalla zona notte da un’originale tendina di canapa e legno. Ci sono due balconcini:uno dà su una bella piscina in pietra circondata da lettini dal design moderno, l’altro, un po’ più grande, ha un tavolino di legno e una sdraio dall’aria davvero comoda! C’è anche un piccolo angolo cottura con microonde e minifrigo. Christophe si dilunga in dettagli, (come funziona la cassaforte, come telefonare alla tariffa più conveniente, dove andare a fare shopping ..), ma alla fine, dopo averci regalato un cappello di paglia per Vale e un pareo colorato per me, ci lascia finalmente soli. Crolliamo letteralmente dal sonno per ore. DSC_0011

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Alle 18 fa buio. Usciamo per dare un’occhiata a un centro commerciale qui vicino chiamato Ruisseau Creole. Sembra molto elegante, con il guardiano, e il tenore dei negozi lo dimostra. Siamo solo in ricognizione però, in realtà stiamo morendo di fame, quindi preferiamo rimandare a domani la ricerca di un mio nuovo mini guardaroba e andiamo a mangiare in una bisteccheria, il Medium Rare. I prezzi sono come i ristoranti di carne in Italia, ovvero cari. Ma domani ci renderemo conto che sarà altrettanto anche per altri articoli, come abiti e scarpe. Che bella la globalizzazione, che ha uniformato i prezzi nel mondo…

I giorni successivi non saranno affatto entusiasmanti. Un po’ per il tempo instabile, un po’ per le ore trascorse, mio malgrado, per negozi. Tra una vetrina e un’altra approdiamo alla vicina spiaggia di La Preneuse, quasi per caso, finendo in un vicoletto stretto sotto lo sguardo curioso di due operai che stanno ridipingendo un muro di cinta. Ci sono molte ville lungo il litorale con giardini colorati di bouganville, il mare è una tavola, la sabbia è talmente bianca da sembrare borotalco. Mi tolgo le scarpe, raccolgo la gonna e entro in acqua, quasi come per toccare con mano che mi trovo qui, in un paradiso, anche se fino ad ora non è stato affatto conciliante con me. Siamo in mezzo a tante barche ormeggiate come capita, e Vale comincia a raccogliere pezzi di corallo, ricci viola e stelle marine con l’entusiasmo di un bambino.

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Più tardi torneremo per goderci il tramonto, seduti, in silenzio, circondati da due cagnetti simpatici che vogliono solo un po’ di compagnia. DSC_0030DSC_0036DSC_0042Per cena andiamo a mangiare una pizza in un chioschetto chiamato I-Pizza. È sempre aperto ed è gestito da ragazzi gentilissimi che ci trattano come fossimo in un ristorante di lusso. Optiamo per una margherita e una specie di capricciosa con salame piccante. Molto molto buona devo dire. Certo, fatta nel forno a legna sarebbe stata divina, ma siamo in Africa, tutto mi sarei aspettata tranne che trovare pizze anche solo lontanamente edibili! Quando me ne vado dico al cameriere che la pizza era deliziosa e che veniamo dall’Italia, quindi si può fidare. Beh, credo di non aver mai fatto così contento qualcuno in vita mia!

Il 14 agosto andiamo a Le Morne, un luogo sì, bellissimo, per la lunga spiaggia bianca, per il mare, talmente trasparente da sembrare finto, con le onde in lontananza che si infrangono su quel confine sottile che è il reef. DSC_0074DSC_0076Ma soprattutto Le Morne è un simbolo, fortissimo, di libertà. Al di là del bosco di conifere, che quasi sempre fa da preludio alle spiagge vere e proprie, svetta il promontorio che durante la colonizzazione francese diede riparo a centinaia di uomini nel tentativo di sfuggire al giogo della schiavitù. La storia vuole che l’esercito inglese salì su in cima per dichiarare che la schiavitù era stata abolita, ma i poveretti, vedendo le divise, pensarono che piuttosto che tornare a essere trattati come animali sarebbe stata preferibile la morte, e in massa si suicidarono gettandosi dalla montagna. Era il 1835. A valle, proprio di fronte la prima delle tre spiagge pubbliche di Le Morne, c’è un monumento che ricorda quello sciagurato episodio. DSC_0091

Le altre due spiagge sono molto più ventilate, ideali per chi pratica kite surf, quindi torniamo sulla prima, molto più larga,  dove siamo solo noi e un’altra coppietta lontana. L’acqua è gelata, impossibile fare il bagno. Questo vento poi e il passaggio veloce di nuvole che portano sole e pioggia quasi contemporaneamente, non invitano molto, quindi ce ne stiamo un po’ sdraiati, coperti da felpa. Da lì ci spostiamo a un’altra spiaggia molto famosa, quella di Flic en Flac, letteralmente “lunga e larga”, come la soprannominarono i primi coloni francesi quando videro questa spiaggia bianchissima che pare sconfinata. A me però piace poco. Innanzitutto c’è troppa gente, troppe bancarelle. Sembra Ostia per quanti locali e ristoranti ci sono! Restiamo per pranzo, ma con questo sole caldissimo non resistiamo più di tanto. DSC_0097

La sera decidiamo di andare a vedere la capitale dell’isola, Port Louis.

Avremo impiegato un’ora per neanche 30 km. Abbiamo scelto la litoranea, evitando l’autostrada, ma è stato un calvario tra traffico, pullman pazzi, cani randagi davvero a ogni angolo e che sbucano fuori dal niente, (quello del randagismo qui è un vero problema ..), pecore, galli, biciclette condotte spesso da gente ubriaca, folla ovunque che sembra debba rientrare prima di un coprifuoco. In pratica arriviamo già stanchi e provati al Waterfront, a detta della Lonely Planet, tappa irrinunciabile della città, ma qui è tutto buio e chiuso e sono solo le 19:30. Che delusione, non pensavo una capitale nel mondo potesse essere tanto triste.

Oltrepassiamo il pacchiano casinò, presieduto da brutte facce, e passando sotto una promenade di ombrelli aperti, saliamo al piano di sopra di un centro commerciale per andare a mangiare indiano al Namaste. Il ristorante è enorme, ma forse è solo un effetto del vuoto che regna anche qui dentro. Le cameriere sono delle impiccione in sari, ma quella della curiosità è tipica del popolo indiano, maschi o femmine, anziani o giovani che siano, e quando entra una coppia indiana in pompa magna, davvero troppo somiglianti tra loro per non sembrare almeno cugini in luna di miele, si mettono tutti in sala a godersi lo spettacolo come fosse la balconata di un teatro.

La cena sarà squisita: gamberi, pollo e montone in salsa curry … mmm!

A Ferragosto il tempo fa schifo. Decidiamo di andare a visitare il Parco Nazionale di Black River Gorges, altra tappa imperdibile per la guida, così ci avventuriamo su strade di montagna dove, tra un nuvolone e l’altro, si riesce persino a intravedere una magnifica vista sulla baia lontana.

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DSC_0112Il Parco consiste in più punti panoramici su gole e cascate e qualche sentiero per fare trekking. Nel primo parcheggio ci sono troppe bancarelle per i miei gusti, e la vista è bella, sì, ma niente di trascendentale. Prende qualche punto solo perché i posti macchina sono presieduti da un micetto che miagola sperduto, dio solo sa come sia finito qui, e da scimmie! Sono bellissime, dispettose, golose, curiose e in certi momenti anche un po’ aggressive. Scopriremo davvero essere l’unica cosa per la quale valga la pena salire fin quassù, perché anche gli altri due punti panoramici, sulle Cascate Alexandra e il Blanc Bassin, deludono in pieno.DSC_0122 - Copia

Nel pomeriggio faremo altro shopping obbligatorio e un po’ di spesa per poi tornare a riposarci in camera, finché non sentiamo bussare alla nostra porta. Christophe mi ha fatto il regalo di ferragosto: mi ha riportato la valigia! E intatta per giunta! Che gioia nel rivedere la mia roba! Soprattutto le mie lenti a contatto, che qui sembravano introvabili. Si può dire che la mia vacanza è cominciata oggi …C’è da dire che anche il nostro ospite è stato eccezionale. Questa è stata solo una delle tante attenzioni nei nostri confronti …

Più tardi andiamo a cena nell’unico ristorante che sembra aperto stasera: Le Bonne Chute. Pare sia uno dei locali più antichi della costa, aperto addirittura dal ’62. Musica tribe, ambiente che ricorda un misto di cultura francese e coloniale, cosa che si riverserà piacevolmente anche nei sapori. Assaggio una buonissima zuppa di verdure e divido un mega piatto di pesce alla griglia perfettamente cotto con Vale. Ci voleva!

Ci addormentiamo con i suoni sinistri e inquietanti della jungla, in particolare i litigi dei pipistrelli fruttivori che ogni sera si servono dei manghi ancora immaturi che penzolano dall’albero tra i nostri due balconi. Mentre Maurizio& co., un simpatico gechetto dalla coda rossastra che tutte le sere mi fa compagnia alla luce delle candele,  prende posto con i suoi soliti tre compagnucci sul soffitto del balcone.

Sabato 16 splende un glorioso sole che conferisce tutta un’altra luce all’isola intera. Stamattina andiamo al Parco di La Vanille, a Sourillac, per vedere i coccodrilli. Evitiamo l’autostrada preferendo la panoramica lungo  la costa a sud di Le Morne e abbiamo fatto bene: gli scenari qui sono da cartolina, e in giro non c’è nessuno … possiamo fare tutte le foto che vogliamo …

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Paghiamo il biglietto, entriamo e subito veniamo raggiunti da una addetta della riserva che tra le mani ha un cucciolo di coccodrillo di appena 6 mesi. Per avere lo stesso privilegio bisogna pagare una spicciolata di rupie, e infatti la donna è circondata da bambini che guardano i genitori con occhi imploranti .. tra questi anche Vale. Avessi potuto l’avrei fatto anch’io! Maledetta paura della salmonellosi! Il cucciolo sembra finto per quanto è fico! Sapete quei pupazzetti di plastica che vendono alle edicole? Vale è al settimo cielo! Mi dice che era freddo e coriaceo al tatto …

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Lì vicino una vasca piena di parenti del cucciolo, belli nutriti, immobili, con scarti di un povero pollo a far loro compagnia …  Non arriva proprio un odore salubre, così ci allontaniamo per vedere le altre gabbie, i pipistrelli fruttivori, i nostri nuovi vicini di stanza, in pratica, le scimmie, le stesse, dispettosissime dell’altro giorno, che corrono da un parte all’altra di un tempietto, fa molto Il Libro della Jungla, e le splendide iguane.

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Ma secondo me le vere protagoniste del parco e che sono un po’ il simbolo dell’isola insieme agli, ahimè, estinti dodo, (la guida li descrive come uccelli molto facili da predare perché poco avvezzi al volo e dall’aspetto grassoccio .. personalmente è bastato questa frase per renderli i miei miti in assoluto), ovvero le tartarughe giganti.

C’è una intera radura a loro dedicata, dove sono libere di scorrazzare. Sono bellissime, veri fossili viventi, non tanto lente come mi sarei aspettata, o forse ho beccato le più vispe solo io: una ha quasi tentato di assaggiare il mio polpaccio! Vale riesce ad accarezzarle, e dice che ha avuto la sensazione di toccare la terra, ma con più morbidezza. DSC_0213

DSC_0214 Per dar loro da mangiare bisogna pagare delle rupie a parte … assurda sta cosa, comunque. Per un po’ di foglie fresche non trovo giusto dover pagare un sovrappiù: o aumentate il prezzo del biglietto d’ingresso o non si spiega cosa ci fate uscire con quei soldi! Mi da fastidio che tanti bambini si siedano sui loro gusci a mò di selle equine, ma il custode non dice loro niente, quindi forse si può fare, anche se avevo letto da qualche parte che così facendo si affaticava il loro cuore. Boh, forse vale solo per le testuggini marine … Andiamo a vedere la nursery, dove ci sono le tartarughe appena nate, e poi le altre celle dove a seconda dei bitorzoli sul carrapace si può provare a indovinare se davanti si ha un individuo giovane o anziano: più il guscio è liscio e ovviamente grande, più l’animale è datato.

Continuiamo la nostra passeggiata per la foresta pluviale e ringraziamo iddio di essere venuti a visitare questo posto in inverno. Non oso immaginare l’umidità qua dentro durante i loro mesi estivi! Vediamo altre vasche di coccodrilli e di anguille d’acqua dolce, poi i cervi, anzi, ce ne è uno che se ne va libero e indisturbato con il suo collarino rosso al collo, a mò di mascotte. I bambini fanno a gara a mettersi in posa con lui e a me resta solo che guardare. DSC_0242

Per pranzo andiamo nel ristorante del parco, Le Crocodile Affamè. Lo staff è gentilissimo, come sempre abbiamo notato anche altrove. Non importa dove ti fermerai a mangiare, se in una bettola o in un ristorante quotato, i camerieri ti serviranno sempre da bere, ti metteranno il tovagliolo sulla ginocchia, ti domanderanno se va tutto bene o manca qualcosa, sempre con grandi sorrisi. La gente del posto è la ricchezza dell’isola.

Temo di far impazzire il mio cameriere quando gli ordino un cheeseburger senza lattuga, senza pomodoro, senza cipolla, senza maionese e con la carne ben cotta ( panico da toxoplasma!). Invece mi arriva un panino perfetto, addirittura con doppia razione di formaggio … meglio di così!

Siamo circondati da francesi, tanto per cambiare. Ho idea che prediligano posti dove la loro lingua la faccia ancora da padrona, quindi ce ne sono a bizzeffe, sembra quasi che l’isola sia ancora una loro colonia. E forse in un certo senso lo è, visto il boom edilizio a cui assistiamo in questi giorni. Ovunque ci sono cantieri e cartelloni pubblicitari che invitano a andare a visitare questo o quel residence di nuova costruzione, dove magnifiche ville da acquistare o affittare a partire da tot euro si affacciano sul mare o sul vostro nuovo campo da golf … Christophe ci ha detto che in realtà una legge dell’isola vieta ai non residenti di acquistare proprietà, ma secondo me hanno già provveduto a trovare un escamotage più o meno legale .. Se no non si spiega … Alcuni di questi centri sono davvero belli, come quello sponsorizzato dalla  Sofitel, incontrato proprio venendo qui: dei magnifici bungalow immersi nella vegetazione, costruiti in modo tale da confondersi quasi con le architetture e i colori del posto … splendido … Certo, io e Vale abbiamo provato a immaginare quest’isola tra 20 anni. Ci saranno ancora tutte queste spiagge pubbliche? E quanta costa disponibile resterà? Sarà tutta delle grandi catene internazionali? Chissà, forse siamo riusciti a vedere Mauritius in un momento ancora di purezza virginale …

Dopo pranzo sono un po’ stanca,  ma è di nuovo uscito uno splendido sole quindi sarebbe un peccato non andare a dare un’occhiata alla vicina spiaggia di Blue Bay. Mi addormento come niente e in una ventina di minuti arriviamo in questo lembo di sabbia diviso da un pontile dove trovano posto svariate imbarcazioni pronte per portare i turisti al largo a fare snorkeling. Ci ripromettiamo di tornare qui domani per arruolarne una. Per il momento scegliamo un pezzetto di spiaggia incontaminata, un fazzoletto bianco in mezzo a tanti scogli neri pece, e ci godiamo questo magnifico solleone, che evidenzia con particolare forza le varie nuance di blu dei fondali. DSC_0260DSC_0267

DSC_0261Intorno a noi un lungomare dalla vivacità contagiosa. Intere famiglie di indiani si sono apparecchiate per i loro picnic sotto la pineta, mentre i più piccoli si scalmanano in acqua a giocare, quasi sempre sotto gli occhi attenti di una donna completamente vestita che raramente entra in mare con loro. Gli uomini sembrano riuniti per una foto di gruppo, tutti seri sotto le fronde a non perdersi una curva di quelle sgualdrine delle occidentali che addirittura osano mettersi in costume da bagno. All’inizio questo atteggiamento mi dava sui nervi, poi ho capito che con loro deve valere la regola “se si limitano a guardare non mi disturba”. Arriva odore di cibo, carne alla brace, cetrioli in insalata, roba al curry, ci sono musica e bancarelle che vendono un po’ di tutto, dai gelati, ( e qui non può mancare quell’irritante e inquietante musichetta che dovrebbe avvisare i bambini che c’è un pedofilo nelle vicinanze), articoli per la spiaggia, cibo, in particolare delle papaie da bere con cannuccia e delle strane piadine scure sulle quali si può mettere sopra roba pescata da grandi barattoli che sembrano pieni di formalina.

Aspettiamo un po’ a fare il bagno, ma l’acqua è fresca e trasparente, impossibile resisterle. Passiamo un bel pomeriggio, oserei dire finalmente. Questa vacanza sembra partita al rallenty.

Torniamo nel tardo pomeriggio passando per l’autostrada. A ridosso della pista del vicino aeroporto alcune macchine si fermano apposta con intere comitive a guardare le fasi di atterraggio degli aerei alla luce del tramonto. L’ho trovata una cosa semplice, ma al tempo stesso romanticissima. La sera non abbiamo molta voglia di uscire, ma siamo affamati, non abbiamo scelta. Nel b/b si potrebbe mangiare qualcosa, ma bisogna dare la propria disponibilità entro le 9:30 del mattino, dopo aver consultato il menu sulla lavagnetta a colazione, molto spesso di sole due portate, di solito non a meno di 800 rupie. Non vale la pena, insomma.

Andiamo in un ristorante fortemente raccomandato su Trip Advisor, Le Moustache Bistrò. Si tratta di una enoteca con annessa cucina. Ha pochi tavoli all’interno, qualcuno è all’esterno, ma con questo freddo è solo per i temerari. Non abbiamo prenotato, quindi ci danno un minuscolo tavolino all’ingresso, circondati da disegni di baffi di tutti i tipi, alcuni ritratti a mano in maniera impertinente su personaggi famosi come Scarlett Johansonn o Audrey Hepburn. Ha stile, questo posto, c’è una bella musica di sottofondo, e mi sembra ben frequentato, per lo più da francesi benestanti in vacanza nei residence qui intorno, gente che se in affitto, prende sempre la stessa villa tutti gli anni, perché tra loro si conoscono e si salutano tutti.

Il proprietario si scusa perché per dare un’occhiata al menu dobbiamo alzarci e consultare la lavagna vicino il banco del bere. Il guaio è che scritto solo in francese .. Lui si offre di tradurcelo, ma abbiamo avuto la sensazione di passare dal francese scritto a quello parlato, nient’altro. Rientra ovviamente nello stile del locale. Ci sono altre lavagne intorno a noi dove sono scritte frasi celebri sul vino in inglese, quindi volendo aiutare un certo tipo di clientela si sarebbe potuto scegliere universalmente l’inglese. Invece secondo me il posto ci tiene a non scadere nel “turistico” e per questo si affida ancora al francese.

Sono in evidente difficoltà, ma quando sento le parole “pesce” e “riso” lo fermo e mi prenoto. La cena si rivelerà squisita! Accostamenti originali e sapori incredibili! Il mio riso al bacon con salsa di burro all’aglio e lime si accompagnava a perfezione al mio filetto di cernia ben cotto e spinato. Anche la torta di mele come dessert era tra le migliori mai mangiate sin ora. Peccato non aver potuto assaggiare il vino, secondo me sapeva il fatto suo. Si sprigionavano certi odori quando l’ostessa, una ragazza del posto in elegante grembiule, apriva con gesti precisi le varie bottiglie di bianco e rosso .. Di solito non mi manca l’alcol, ma qui mi è costato parecchio dover rinunciare.

Domenica 17 è il giorno che tanto aspettavo: andiamo a fare snorkeling! Christophe ci ha detto che uno dei posti migliori dell’isola per farlo è proprio al Blue Bay e ci suggerisce di scegliere una compagnia in particolare, perché fa prezzi onesti, che comunque non dovranno mai superare le 400 rupie. Partiamo con calma e con l’autostrada arriviamo verso mezzogiorno.

Troviamo subito il centro indicatoci dal gestore del b/b, paghiamo e nel giro di pochi minuti ci troviamo a bordo di una colorata glass boat. Il nostro capitano è un bel ragazzo del posto, ma potrebbe sembrare giamaicano, si chiama Olivier. DSC_0285 - Copia

La barca è tutta per noi. Provo a fare qualche foto, ma la mia attenzione è già rapita dai coralli che sfilano dal vetro sotto di noi. Sembra un incantato giardino calcareo. Sono enormi, di svariate fantasie e colori, ma c’è da stare attenti, a detta della nostra guida per la maggior parte sono velenosissimi. Ci  porta un po’ al largo, dove sono già attraccate altre barche tipo la nostra, ma cariche di turisti.

E’ il momento di buttarsi in acqua. Che emozione!

Non facevo snorkeling partendo da una imbarcazione al largo dal lontano 2000, quando andai a Sharm el Sheick con i miei per festeggiare il loro venticinquesimo anno di matrimonio. Fu un’esperienza strepitosa!

L’acqua è gelata, ma Olivier mi spiega che è solo l’effetto del vento. Mi passa la mia attrezzatura, prima le pinne poi la maschera e il boccaglio, e via, una volta ambientata e anche un po’ aiutata dalla corrente, mi trovo già abbastanza lontana dalla barca. Torno indietro perché vedo Valerio un po’ emozionato, così lo aspetto sotto la scaletta per poi esplorare insieme, mano nella mano. Che cosa bella ragazzi! C’è un po’ di sospensione, è vero, però sembra di essere in un acquario, e se provo a star ferma, spontaneamente mi circonda un branco di pesci curiosi che quasi mi sfiora. Sensazione unica al mondo, diventi pesce anche tu per pochi minuti, ospite nel loro regno.  Le correnti cominciano a farsi sentire: ho freddo, sono senza muta, e qui nelle vicinanze sbocca anche un fiume .. questo in parte spiega non solo la corrente, ma anche la sospensione. Torno a bordo ad asciugarmi e torniamo a riva, peccato. Sarebbe stato bello aver la barca per sé per tutta la giornata. C’è un’isola al largo, pare sia privata. Qualcuno ha avuto l’originale idea di chiamarla The Happy Island, e ne ha fatto un resort esclusivo da 1000 euro a notte con annesso un ristorante di lusso dove, per poter trovare un tavolo, bisogna prenotarsi a una lunga lista d’attesa.  Salutiamo la nostra simpatica guida e torniamo al posto di ieri pomeriggio per passare una giornata di mare.DSC_0298 Fa caldissimo, il sole è spietato, non facciamo che mettere crema solare o proteggerci con gli indumenti. Ce ne andremo verso le 17. Non ce la faccio ad aspettare il tramonto come vorrebbe Vale, ma abbiamo almeno una cinquantina di minuti di strada da percorrere e chissà quanto traffico incontreremo. Strada facendo ci fermiamo a fare un po’ di spesa: stasera ceniamo in camera. Apparecchiati al fresco sul nostro terrazzino speciale ci sentiamo in luna di miele. Questo posto è stato il valore aggiunto alla nostra vacanza.

Lunedì 18 splende di nuovo il sole! Facciamo colazione e per fare una cosa diversa andiamo a Nord, a visitare i Giardini Botanici di Pamplemousses. Questa volta prendiamo l’autostrada per arrivare a Port Louis, in buono stato e a due corsie, con cartelli che invitano a decelerare al limite del macabro. In uno, su sfondo rosso, è raffigurata la morte e la scritta dice: “If you drive like hell you’ll be soon there” Mamma mia …

Anche alla luce del giorno la capitale fa schifo. Ingorghi, traffico, smog. E la veduta dal waterfront è tra le più insulse mai viste, su silos industriali e grandi navi cargo. Fortunatamente ce la lasciamo alle spalle in fretta e in poco tempo arriviamo a Pamplemousses. Parcheggiamo vicino a una scuola, da dove proviene l’eco degli scolari intenti a ripetere la lezione.

I giardini sono strepitosi! Varcata questa imponente ed elegante cancellata verniciata di bianco si entra in un luogo di pace. Preferiamo girarlo da soli, senza l’ausilio della guida che, per invogliarci, ci regala un pezzetto di legno di canfora. Per carità, ne ho studiata fin troppa di botanica, oggi voglio solo rilassarmi passeggiando nel verde. Il parco è tenuto abbastanza bene. C’è una casa coloniale all’interno dedicata a Sir Seewosagur Ramgoolan, il rappresentante del Commonwealth che negli anni ‘60 portò l’isola alla repubblica democratica che conosciamo oggi. Un santo per loro. Ovunque si trovano statue o targhe commemorative. DSC_0331DSC_0323

Ce la prendiamo con calma e passeggiamo tranquilli tra palme tropicali, alberi da frutto, arbusti rampicanti, colorate bouganville. Arriviamo nella zona degli animali, dove oltre alle solite tartarughe, trovano spazio anche i cervi e le oche. In realtà è soprattutto pieno di gatti, che credo trovino il modo di dar sfogo a tutto il loro istinto cacciatore … deve essere pieno di topi qui, specialmente nella parte destra del parco, dove c’è anche un vecchio rudere preso d’assalto dalle gramigne. E’ stata l’unica nota stonata in tutto il giardino. Non se ne capisce né il senso né l’utilità, porta solo disordine e sporcizia.

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Sgranocchiamo qualche mela in macchina, poi andiamo a Grand Baie. Questa è la zona più turistica dell’isola. Negozi, boutique, ristoranti aperti a tutte le ore, musica, luci, addirittura! E’ pieno di gente e quando un posto è molto di moda si traduce automaticamente in molti italiani. E infatti ne troveremo a mazzi quando ci fermiamo alla bella spiaggia di Pereybere, dove un abile artista sta plasmando una statua di sabbia che dovrebbe rappresentare tritone e un’altra creatura marina, ma che a guardare bene somigliano in maniera impressionante a Gandalf e Gollum de Il Signore Degli Anelli.DSC_0411

A destra le solite boe di protezione delimitano il confine fin dove possono spingersi i bagnanti e i natanti, mentre sulla sinistra la spiaggia è talmente vuota da sembrare privata. E in effetti è pieno di ville che hanno l’ingresso direttamente sul mare, ma a noi poco ce ne cale: ci mettiamo in uno spazietto minuscolo e ci sdraiamo al sole. L’acqua è irresistibile. E’ fresca, pulitissima, e con questa luce gloriosa di un colore mozzafiato. Mi godo il mio meritato bagno e intanto noto il passaggio quasi maniacale di due anziani italiani che quasi stanno scavando un solco a forza di fare su e giù lungo il bagnasciuga. Ho immaginato venissero sempre qui, residenti in affitto nelle medesime ville, perché vedo come salutano la cameriera del bar e come sembrano padroni del posto, insomma quella tipica arroganza che solo i vecchi benestanti italiani possiedono. La cosa che mi lascia perplessa è che pure in vacanza, di nuovo, in questo paradiso, entrambi sono imbronciati, anzi, parlano incazzatissimi di quello che non va, specialmente uno dei due, i cui discorsi “pericolosità stradale” e “traffico sulla Colombo” (era evidentemente di Roma) lo coinvolgono particolarmente. Ma io dico, ma proprio non ce la fate a non staccare la spina, manco in vacanza, manco qui?? L’uomo è un essere che per natura è scontento e imperfetto. Ne ho le prove.DSC_0418

Pian piano cominciano ad arrivare altre turisti, in particolare due indiani davvero bizzarri. Uno sembra indeciso sul dove stendere il proprio telo e continua a vagare solo con il suo sacchetto a tracolla per scegliere il posto migliore. Decide che il criterio da adottare è guardare tra le gambe delle occidentali in costume: più si riesce a vedere, migliore sarà il posto. Resto di stucco quando si piazza proprio di fronte a me per guardarmi dritto tra le cosce. Ho chiuso istintivamente le ginocchia e l’ho guardato quasi con tono di sfida come a dire “allora?finito lo spettacolo?”. Un altro arriva, questa volta alle mie spalle, dove in realtà non c’è molto spazio, solo uno stretto passaggio di sabbia e il muro perimetrale di un locale che ha i tavoli all’aperto. Ma lui non vuole sdraiarsi. Vuole solo fare il bagno. E per far questo deve mettersi il costume. Con molta non chalance si toglie semplicemente il calzoncino e resta così, come mamma lo ha fatto, per qualche secondo finchè non trova il verso giusto del boxer da indossare. Poi comincia tutta una serie di esercizi ridicoli di stretching, manco fosse la Pellegrini che deve entrare in vasca, e finalmente si butta. A volte rimango scioccata dalla loro primitività. Sembrano animali che stanno imparando solo ora a relazionarsi con il mondo circostante, e neanche troppo bene.

Intanto in acqua cominciano le lezioni di scuba di una coppia orientale, forse coreana. Hanno la miglior attrezzatura possibile addosso, tutto nuovo, si vede che vogliono imparare, in fretta e senza badare a spese. Non oso immaginare quanto abbiano pagato il loro istruttore. Se lo hanno assunto ad ore credo siano sulla soglia della bancarotta ormai. Il povero maestro fa di tutto anche solo per provare a farli stare a proprio agio all’interno di quel nuovo elemento, ma non c’è niente da fare, i due ragazzi sono completamente negati, e annaspano agitati tra le risate stupidine di lei. Il ragazzo non è da meno. Continua a passeggiare con le pinne mentre si abbassa con la maschera sulla superficie dell’acqua, tra le urla dell’istruttore … ” Flat! Flat!” In poco tempo sono diventati l’attrazione della spiaggia e giuro che a un certo punto si è formato un capannello di curiosi per osservare le mirabili gesta di questi due campioni.

Ce ne andiamo che il sole sta tramontando. Esploriamo meglio il villaggio di Perybere, pieno di centri diving, bancarelle che vendono frutta e verdura, ristorantini all’aperto, e passiamo per la bella spiaggia di La Cuvette, dove i servizi di certo non mancano: vuoi un gelato? Preferisci un panino? Dimenticata la crema solare?  No problem! Con tutti i chioschetti che ci sono è impossibile non trovare quel che serve. Niente a che vedere con il nostro tratto di costa, dove c’è solo natura e di quelle selvagge. Molto meglio così. DSC_0431 DSC_0445

Decidiamo di trovare un posticino qui intorno per mangiare per poi tornare con calma al Marlin. La guida ci parla di uno spettacolare ristorante thailandese a pochi metri da qui, ma per nostra sfortuna oggi è chiuso per riposo settimanale. Vale è tentato da un posticino che fa cucina creola, ma la trovo troppo speziata e pesante (non per niente siamo circondati da ciccioni di colore con chissà quanto colesterolo nelle arterie), così optiamo per un take away colorato e da dove proviene musica, il Mississippi Fried Chicken. Prendiamo un fish’n chips da dividere e una porzione di chicken mc nuggets. Il ragazzo, con la sua flemma, ci dice con lo stesso tono di voce “mangiate qui? Portate via? Ci vorranno 5 minuti.” Ci invita ad accomodarci in sala per poi tornare immediatamente a chattare sulla sua pagina Facebook. La tv sta trasmettendo una specie di Telegatti Show ma in versione hindie. Vengono premiate le eccellenze indiane nel campo della cultura e dello spettacolo, il tutto intervallato da balletti e canzoni in perfetto stile bollywood. Come si fa a non restarne affascinati!? Questi spettacoli conservano un po’ l’ingenuità dei piccoli numeri che si preparavano con tanta passione a scuola, e ho scoperto, esercitano una  specie di potere ipnotizzante su di me. Come distogliere lo sguardo da quei sorrisi da fotoromanzo? O da quegli abiti colorati e brilluccicosi? E poi il lieto fine è quasi sempre garantito, c’è anche il premio finale, cosa si vuole di più?

La cena è meravigliosa, mai mangiato un fritto così perfetto, asciutto e leggero. Prendiamo un’altra porzione di bocconcini di pollo e dei gamberetti fritti da mangiare in camera, poi comincia un lungo viaggio verso casa, stando sempre molto attenti a non investire qualche cane randagio sbucato da chissà dove. Mi fanno una pena … Mi chiedo perché non venga spontaneo alla gente del posto l’adottare un animale, come si riesca a convivere col pensiero “oggi il cane c’è, domani, chissà .. magari se ne andrà dove c’è più cibo o magari morirà”. La spiegazione che più mi piace è che questo popolo ha subito anni di schiavitù, quindi l’istinto di restare liberi ad ogni costo si ripercuote inevitabilmente anche sugli animali. Ma Vale, aldilà di ogni considerazione poetica, mi spiega che questo è tipico delle tribù, dei villaggi, quello di mettere tutto in condivisione, un sistema arcaico in cui non esiste ancora il mio o il tuo, bensì il nostro. Devo dire che il cuore si fa piccolo piccolo quando si passa per quegli agglomerati di casette fatte solo di lamiera, quasi sempre con un po’ di terra battuta sul davanti e tanta sporcizia sul retro. E tra bambini che giocano a nascondino tra i rifiuti spesso può capitare di veder razzolare un gallo, un gregge di poche pecore smunte, cani rognosi all’ombra delle mangrovie. Le case in muratura, dai colori vivaci e  spesso di orrenda architettura coloniale, sono indice di benessere, uno status symbol di agiatezza e prosperità. Ma sono poche. Specialmente nei piccoli centri.

Torniamo a Riviere Noire che è buio. Scaldiamo il cibo al microonde, vediamo un film e ce ne andiamo a letto.

Martedì il tempo è di nuovo una ciofeca. Sono stanca, insonnolita e anche un po’ annoiata. Comincio a pensare che forse dieci giorni qui siano stati un po’ troppi da prenotare, che forse ne sarebbero bastati sette o otto, ma abbiamo pensato non convenisse stare così poco dopo un viaggio di 12 ore. Sarà anche che il b/b da domenica si è praticamente svuotato, siamo gli unici ospiti, e questo un po’ ci imbarazza e forse ci fa sentire soli.  Sarà che siamo più portati a fare altri tipi di vacanza .. o forse in un resort, con tutto a disposizione, spiaggia compresa, probabilmente sarebbe stato diverso. Di sicuro se non fossi stata incinta avremmo fatto molte più escursioni, per esempio all’Isola dei Cervi, invece abbiamo preferito evitare di stancarci troppo, vivendo dei ritmi per noi inconcepibili in viaggio. Insomma, non so cosa c’è che non va. Forse è solo il solito scompenso ormonale.

Piove, il cielo è nero. Andiamo a Moka per vedere quella che è considerata un capolavoro dell’architettura coloniale: la Maison Creole. Nel corso degli anni è appartenuta a più proprietari, ma venne chiamata Eureka dal suo ultimo inquilino, il quale pare pronunciò entusiasta la famosa espressione di Archimede quando riuscì ad accaparrarsi l’abitazione nel corso di un’asta. DSC_0495

Entriamo in un giardino tropicale poi in una casetta dai colori chiari. Dentro c’è la biglietteria e un piccolo angolo souvenir, ma noi abbiamo già comprato tutto o quasi al parco dei coccodrilli a Sourillac. Una ragazzina ci dice di proseguire lungo il sentiero: davanti a noi c’è la dimora vera e propria con annesso ristorante, i giardini e le cascate sono sul retro. Entriamo in casa, la quale ha un bel colpo d’occhio su questo primo pezzo di giardino, il quale, una volta ambientati, capiremo essere l’antico retro della abitazione, dove c’erano gli alloggi dei servi e dei giardinieri. La villa si sviluppa tutta su un piano ed è piacevolmente arredata con mobili del periodo coloniale: c’è la sala per la musica, lo studio, il salone, la sala da pranzo, che dà su un meraviglioso porticato, la sala da bagno, con ancora l’antica caldaia che veniva usata per riscaldare l’acqua e i contenitori in pietra separati che servivano alla raccolta dei bisogni “grandi” e “piccoli”. Prendiamo un delizioso cocktail a base di frutta al ristorante poi proseguiamo la visita andando in giardino. Questo è molto vasto, con un roseto curato e aiuole colorate, e se ci si addentra nel bosco, ci sono anche delle panchine in mezzo a una radura di palme tropicali. Sul retro della casa svetta un’imponente montagna dai pendii verdi e dolci: mi fermo un po’ qui a ascoltare il suono del vento, pensando che la bellezza salverà il mondo,  mentre Vale scende per andare a vedere le cascate. Sono un po’ preoccupata quando, passata mezz’ora, non lo vedo tornare. Gli altri turisti scendono e dopo poco risalgono, quindi immagino le cascate siano proprio là sotto, non c’è davvero motivo di ritardare tanto, a meno che non sia successo qualcosa, una caduta, una caviglia slogata. Sta anche ricominciando a piovere di brutto. Rientro in casa pensando che Vale tornando su non mi abbia notata, ma dentro non c’è. Sono senza soldi, senza documenti, senza cellulare. Ha tutto lui nello zaino. Comincio davvero a impaurirmi. Finalmente dopo ormai 40 minuti lo vedo risalire con il fiatone e la tachicardia. Si è perso per andare a vedere le cascate, seguendo sentieri impervi che con i miei sandali non avrei mai potuto percorrere. DSC_0504

Ce ne torniamo in albergo, con l’idea di andare in spiaggia qualora il tempo migliorasse, ma dormiremo tutto il pomeriggio, e sarà già buio. Per cena andiamo in un ristorante consigliato su TripAdvisor, The Zub Express. Si trova lungomare a Flic en Flac, ed è un localino gestito da un omone indiano, massiccio, con gli occhiali, che presumo essere Zub, un cameriere che sembra un infiltrato di Al Quaeda, e il figlio di Zub, un ragazzino grassoccio di circa 10 anni che ciabatta con aria scocciata da lavoratore già consumato dalla fatica: un mito. Sembra tutto molto pulito ed è pieno di famiglie di indiani che mangiano voraci. Avevo letto che la specialità del posto è l’aragosta, ma ci dicono che ce ne è solo una, così la ordino io, ma in maniera sbagliata. Mi sarebbe piaciuta semplice, grigliata, magari con l’immancabile burro fuso all’aglio a parte, invece me ne arriva una affogata in una salsa indiana rossa con curry e anice stellato e una spolverata di formaggio grattugiato sopra. Buona sì, ma troppo speziata. Zub non fa che passare per sapere cosa ne penso e scrive un panegirico sulle aragoste che serve, senza testa, il che significa non solo non surgelate, ma soprattutto adatte a non sprecare niente. Peccato che il grosso del sapore in cottura derivi proprio dalla testa! Buoni invece i samosa, anche se ho dovuto fare attenzione a scansare i pezzetti di cipolla crudi. Peccato per il finale. Vado a pagare alla cassa al bambino-uomo, che pochi minuti prima ci ha chiesto un po’ intimorito e curioso se fossimo russi. Proprio lui, dopo avermi restituito la carta di credito, mi da un biglietto da visita del locale, lo gira sul retro per farmi leggere a penna “Grazie per essere venuti, scrivete i vostri commenti su TripAdvisor”, con una faccia e un’espressione da mafioso che non mi sarei mai aspettata da un ragazzino. Che delusione! Non si possono chiedere recensioni, è contro lo spirito del sito! Se tutti facessero così il portale farebbe meglio a chiudere…

Il giorno seguente, manco a dirlo, piove e tira un vento fortissimo. Impossibile andare in spiaggia, bisogna inventarsi un programma alternativo. “Perché non andiamo a visitare la rhumeria di Chamarel?” Vale aveva letto di questo posto su un blog di viaggi, ma a me non interessava granchè. Stamattina però rischiamo davvero di dovercene restare in camera tutto il giorno se non pensiamo a un piano b, quindi torniamo sulle colline di Chamarel. DSC_0106

Nel parcheggio delle distilleria ci siamo solo noi, poi, pian piano, cominciano ad arrivare altri turisti, spinti fin lì sicuramente per il nostro stesso motivo. Alla biglietteria prima di noi, due quarantenni toscani. Si vede che stanno bene economicamente e che fanno sport tutto l’anno: hanno fisici tonici e allenati. Peccato che non facciano che parlare …

Arriva Melodie, la nostra guida, una deliziosa ragazza del posto che parla un perfetto inglese. Per fortuna non capitiamo in gruppo con i due connazionali! Parlando francese hanno diritto a un’altra guida, e meno male perché, noterò più tardi, sarà impossibile per gli sciagurati capitati con loro seguire le spiegazioni e godersi la degustazione, con la tipa che non fa che interrompere e ciarlare!DSC_0540

Ci addentriamo nei meandri della distilleria. Bellissimo posto, curato in ogni dettaglio, con fontane e decorazioni floreali da albergo 5 stelle. Melodie parte dal raccolto della canna da zucchero, rigorosamente all’alba, e passa poi alle fasi della lavorazione. Quindi comincia la fermentazione .. gli odori che si sprigionano dai silos sono intossicanti … segue la distillazione vera e propria, dove l’acquavite si arricchisce di aromi .. Infine, la conservazione in botti di quercia, dove il rhum prende il suo tipico colore ambrato, altrimenti avrebbe il colore della comune grappa… e io questa cosa non la sapevo mica! DSC_0563

Entriamo in una grande stanza dove il protagonista assoluto è il tavolo, un enorme tronco d’albero,  sul quale c’è una bella mostra di bottiglie di rhum. Melodie ci propone una ricca degustazione, ma mi tocca rinunciare, purtroppo. Lei non si scompone, mi offre da bere un ottimo e freschissimo cocktail analcolico e comincia a versare shottini a Vale. Poi sarà la volta dei mieli e dei tipi di zucchero che vengono prodotti, meno famosi ma altrettanto buoni. Quando entriamo nel negozio souvenir non possiamo non portarci a casa almeno una bottiglia di rhum! Questo posto ci ha stregati! Non solo affascina per la location oggettivamente splendida, ma forse proprio per il concetto di “fabbrica”in sè, che ispira disciplina e rigore. E poi, se dici Mauritius dici rhum. E’ di uno di quei prodotti al mondo che ti rimanda immediatamente alle tradizioni di un luogo. DSC_0543 DSC_0552

Usciamo davvero soddisfatti, ma il tempo è ancora strano e non sono neanche le 12:00, è presto per andare a mangiare, che si fa? Passiamo davanti al Curious Corner, ci guardiamo e pensiamo “ma sì, dai”, così parcheggiamo, paghiamo il biglietto ed entriamo. Il posto è un po’ sciocchino, quasi ingenuo. Sono tutte illusioni ottiche, giochi di prospettiva, trucchetti per bambini, ma se dovesse capitare una giornata di pioggia come a noi, lo consiglierei senz’altro, per passare un’oretta allegra. C’è il labirinto degli specchi, la stanza di Ames, varie immagini e filmati presi da internet e magari anche già visti, ma mi rendo conto quanto tutto debba sembrare magico, specialmente ai bambini lì in visita con la famiglia. Pezzo forte dell’Odditorium è la stanza capovolta, dove è quasi obbligatorio fare le foto, anzi, c’è una guida rompiballe, l’unica, gli altri sono tutti simpatici, che ti dà delle vere e proprie indicazioni su come posare, dove metterti, da dove scattare … ma uffa!!! DSC_0578

 

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Quando usciamo siamo affamati. Passiamo per quel tratto di costa meraviglioso che passa per la minuscola frazione di Case Noyale, facciamo qualche foto e andiamo a vedere se il Corner Bistrò è aperto a pranzo: ormai ce lo siamo messi in testa, dopo che lo abbiamo sempre trovato chiuso nelle ultime tre sere. DSC_0658

Miracolo, troviamo aperto, guadagniamo un tavolo sotto il patio e ordiniamo un meraviglioso panino con hamburger bello cotto, ketchup e doppio formaggio, mentre Vale si innamorerà perdutamente dei loro calamari alla griglia con riso al burro d’aglio. La fama che lo precede su TripAdvisor è più che giustificata. E poi mi piace troppo qui! E’ tranquillo, lo staff è gentilissimo, e poi con questi ombrelloni all’aperto fa subito vacanza ai tropici!

Una volta pagato è uscito addirittura il sole, decidiamo di andare alla vicina spiaggia di La Preneuse per aspettare il tramonto. Il bello di questo pezzetto di litorale è che non c’è mai anima viva. 20140821_151847

Ci stendiamo con i nostri teli mare e ci addormentiamo pacifici come due bambini. Sarà impossibile fare il bagno, un po’ per le folate di vento, un po’ per l’acqua gelida, un po’ per quello che ci siamo mangiati. Quando alle 17:00 comincia a tramontare il sole è un autentico spettacolo. Il cielo diventa da rosso ad arancione, e il sole sembra annegare all’orizzonte. In spiaggia si è creato un piccolo capannello di romantici per assistere allo stesso spettacolo, molti si sentono quasi in dovere di passeggiare mano nella mano con la propria compagna lungo il bagnasciuga. 2014-08-21-16-55-28

Il giorno seguente non faremo un granché .. per lo più ci riposeremo in camera, cenando in balcone o guardando qualche serie tv al pc, mentre  impiegheremo la mattinata alla ricerca degli ultimi souvenir, tra i quali una bella statua di legno e latta e altre bottiglie di rhum.

Sembra tutto tranquillo, ma proprio la mattina della partenza (avremmo avuto il volo alle 20:35), ci arriva un’e-mail che avvisa: partirete domani all’alba. Avremmo potuto prendercela con calma, adesso non solo dobbiamo pagare una notte in più in hotel, ma anche un giorno extra di noleggio auto. Valerio spende gran parte della mattina a parlare al telefono con Air Mauritius prima e con Air France poi, pregando che ci mettano sul primo aereo disponibile, soprattutto perché lui il 25 deve ripartire per New York. Ma non c’è niente da fare. Scendiamo per la colazione che sono da poco passate le 9:30 e … hanno già sparecchiato! A parte questo, Christophe ci concede un’undicesima notte senza problemi e, scopriremo più tardi, gratuitamente. Anche la Sixt non fa problemi, possiamo lasciare la macchina all’addetto che sarà in aeroporto … alle 3:00! Argh!

Andiamo in un chiosco qui vicino per fare colazione, una deliziosa omelette con formaggio e tè caldo. Poi facciamo una spesa leggera per il pranzo, quindi penseremo solo a riposare. Dobbiamo risparmiare le forze, abbiamo la sveglia all’una di notte. Voglio morire …

Nel pomeriggio torneremo in spiaggia per vedere il tramonto e, che bello, troviamo il set fotografico di un matrimonio.DSC_0746

La sposa è bellissima nel suo abito candido, e le damigelle sembrano fatine dorate. Per cena ci trattiamo bene, andiamo nel vicino residence di La Balise Marine, dove c’è il Coral Tree. Christophe ci ha consigliato questo posto e, mio dio, è pazzesco! Il colpo d’occhio su quella piscina, la musica di sottofondo, le sdraio elegantemente aperte lungo il bordo. E poi la mia zuppa malese, la Laksa, era eccezionale, latte di cocco, gamberi, porcini e carote, tutto legato da curry e lemon grass. Ha cancellato persino le aragoste che sono arrivate dopo …

All’una la sveglia suona come le trombe dell’apocalisse. Ci mettiamo in macchina sotto il diluvio, per poi scoprire, una volta arrivati in aeroporto, che alla rimessa della Sixt non c’è nessuno. Decidiamo di entrare per fare il check-in, ma non c’è possibilità di fare quello online, non ci rimane che metterci in fila aspettando che aprano. Arriva uno stuolo di hostess le quali, con molta flemma, cominciano lentamente a lavorare, anche se mi è difficile usare questo termine visto quello che accadrà poco dopo. La nostra hostess è una deficiente, ci richiamerà al desk almeno tre volte prima di riuscire a imbarcare noi e i nostri bagagli. Intanto si viene a sapere perché hanno posticipato il nostro volo: l’aereo non era in condizione di volare … cominciamo bene … Dalle tre di stamattina abbiamo impiegato tre ore solo per il check in . Allucinante. Mangiamo un croissant al volo, saliamo a bordo e dopo una colazione micragnosa a base di pane e cacio ci addormentiamo come pere. Quando mi risveglio sarà da poco passato mezzogiorno. Faccio in tempo a vedere un film intero (io, Vale non ha la tv funzionante), ma quando arrivano le 15:00 comincio a preoccuparmi perché nessuno del personale di bordo è mai passato per chiedere se volessimo bere o mangiare qualcosa. Mi attacco al campanello, arriva uno steward dall’espressione viscida, e gli chiedo in maniera acida, ma cercando di essere educata, se è possibile bere dell’acqua e se vogliono servirci il pranzo o qualcosa che gli somigli, visto che sono anche incinta. Per fortuna comincia a svegliarsi anche altra gente infuriata come me, e nel giro di poco ci serviranno un pranzo al limite del mangiabile.

A Parigi pensiamo di avercela quasi fatta, ma è solo una sensazione. La deficiente stamattina non ha pensato a registraci sull’ultima tratta, quindi dobbiamo rifare la fila per un nuovo check-in. Fortuna vuole che troviamo un fantastico assistente di terra che fa duemila telefonate solo per trovarci due posti disponibili sul primo aereo in partenza. Lo avrei baciato tra lacrime di gioia.

Una volta a bordo, è impossibile dormire, c’è molto fermento, tra un gruppetto di ragazze iraniane entusiaste di andare in Italia, il ragazzo americano che le ha stregate raccontando che è in giro da solo per l’Europa solo con il suo zaino e il suo piccolo diario di bordo, (e chi non ne rimarrebbe affascinata?!), le sorelline francesi che mi sono sedute a fianco, due birbe che non staranno un attimo ferme, il tutto nel via vai delle ridicole hostess dell’Alitalia, due ex avventuriere che non provano a comunicare in inglese manco per sbaglio.

Quando atterriamo a Roma mi viene quasi da piangere, ma al nastro le valigie non arrivano, quindi perdiamo almeno un’altra ora per fare la denuncia. Una dipendente dell’Alitalia, stranamente gentile, ma forse si è solo ammansita dopo la quasi rissa che è scoppiata al ritiro bagagli tra passeggeri inferociti dopo ore di vana attesa e l’esercito, (ebbene sì, è dovuto intervenire l’esercito!),  ci assicura, tra mille scuse,  che i bagagli arriveranno domani a casa nostra tramite corriere. Mi sembra troppo bello per essere vero … e faccio bene a non fidarmi! Il giorno dopo aspetteremo invano fino alle 17:00 finché non dovrà essere Valerio ad andare a Fiumicino a riprenderselo, nonostante un sms lo avesse avvisato che il corriere con la valigia (perché ne è arrivata solo una) fosse partito alle 13:45. Vergognoso!

Mi domando come tutte queste disavventure logistiche possano non influire sulla riuscita o meno di un viaggio del genere, verso una meta costosa, lontana e incredibilmente dispendiosa quest’anno anche per il mio stato di salute. Mi spiace dirlo, ma non riuscirò a non pensare a Mauritius senza prima ricordare la ridicola compagnia aerea, le valigie perse, una all’andata, l’altra al ritorno, roba da guinness, il disagio del portare la stessa biancheria lavata 200 volte perché con sé non si ha altro. Sarò ingiusta, ma purtroppo di questa vacanza ricorderò tutto questo, poi, forse, il resto. Se è vero che un viaggio ci cambia sempre un pò, cosa di cui sono convinta, mi chiedo come questa esperienza mi abbia modificata … spero non indurendomi… sarebbe un enorme peccato, proprio ora, con un bimbo in arrivo.

 

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