New England-Canada Orientale 2011

New England e Canada Orientale. Questa la meta per la nostra estate 2011. Un’estate importante, che ha visto la laurea di Valerio dopo tanti anni di studio, stancante, per la mia situazione lavorativa, rivoluzionaria, per il matrimonio di mia sorella. I chilometri percorsi sono stati 6000. Ormai siamo abituati a fly and drive particolarmente impegnativi, ma devo dire che questo viaggio ci ha davvero messi alla prova. Forse perché vedendo una semplice cartina geografica non ci si rende davvero conto di quanto sia grande il paese da visitare, fatto sta che spesso il sentimento più frequente è stato la frustrazione. Uno si sveglia presto la mattina, si mette in macchina e ci rimane per 7-10 ore filate, arriva nel tanto agognato albergo nella tanto agognata località, si mette la sera felice davanti alla cartina per toccare con mano la fatica appena trascorsa e, perché no?, anche per avere un po’ di soddisfazione e quello che vede  … è solo un minuscolo tratto di strada in un mare di altre strade, boschi, laghi!!! Col senno di poi forse avremmo fatto bene a dividere le due località, magari tenersi il New England per un’altra occasione, o forse tagliare qualcosa in Canada, perché la stanchezza in certi giorni si è fatta davvero troppo sentire, fatto sta che è stato un viaggio ricco di sorprese e che ci ha insegnato tante cose,  non solo l’uno dell’altra.

Il 12 agosto 2011 partiamo dall’aeroporto di Fiumicino alle 5:50 del mattino. Che dramma doversi svegliare alle 3:00, ma devo dire che la placida calma della notte fonda mi piace. Arriva a prenderci sotto casa di Valerio alle 3:30 precise un taxista anonimo, con una Stilo anonima, che ci ha accompagnati in aeroporto facendo il giro del mondo. In volo fino ad Amsterdam abbiamo dormito alla grossa, svegliandoci solo per una colazione a base di panini al formaggio e al tacchino gentilmente offerti dalla KLM. Peccato non aver avuto più tempo per una breve escursione della capitale olandese. Dall’alto tutti quei canali al posto delle strade hanno solleticato non poco la mia fantasia. Passiamo subito il controllo passaporti e subiamo l’ennesima perquisizione. A me stavolta è toccato il body scanner completo di  palpeggiamento di una guardia donna che senza guanti è arrivata a corrermi con le mani nelle mutande! Arriveremo a Boston con la Delta Airlines, altra compagnia con cui ci siamo trovati benissimo, intorno alle 14:00, ora locale. C’è una fila pazzesca per il controllo passaporti e io, memore dell’esperienza infelice dello scorso anno, sono un po’ agitata. Stavolta però ci capita una simpatica donna in divisa da poliziotta che tenta di scambiare qualche battuta con noi e che cerca addirittura di parlare in italiano. Una volta recuperati i bagagli usciamo al caldo sole di Boston per prendere una navetta gratuita che ci porterà alla stazione metro più vicina. Arriviamo senza troppi problemi al nostro albergo, il John Hancock Hotel and Conference Centre, una vecchia costruzione a due passi dalla centralissima Copley Square. La stanza me l’aspettavo più accogliente, viste anche le accattivanti foto sul sito, invece ha un mobilio semplice, macchie di valigie di chi è passato prima di noi alle pareti e un cubo male illuminato come bagno, con un’inquietante grata impolverata nella doccia dalla quale sembra che debba uscire qualcosa o qualcuno da un momento all’altro. Ci riposiamo un po’, poi verso le 17:00 usciamo per esplorare la zona.

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Copley Square ha un grande prato dove la gente ama giocare a baseball proprio dirimpetto l’enorme Library, da una parte, e la severa Trinity Church, parzialmente in restauro, dall’altra. Dietro la fontana con le statue bronzee di una lepre e di una tartaruga, tanti clochard dall’aria tranquilla chiacchierano tra loro, portandosi dietro carrozzine piene di vitali cianfrusaglie. Passeggiamo per Newbury Street, la strada dello shopping, dove le curate botteghe sono ricavate dai piani bassi di deliziose case di epoca vittoriana che conferiscono al quartiere intero un’aria più da città europea che americana. Facciamo il giro dell’isolato all’altezza del Public Garden, e tra grattacieli dorati alla luce del tramonto decidiamo di andare a mangiare in un ristorante mediorientale caldamente suggerito dall’infallibile guida Frommer’s che ci è stata utilissima, molto più di quelle Mondadori e National Geographic, dispersive e poco precise nelle indicazioni stradali. Il locale è in una traversa di Commonwealth Street, un po’ nascosto, si chiama Cafè Jaffa.

IMG_8078 All’interno ventilatori a pale muovono aria calda in questo ambientino semibuio, dai tavoli di legno colorato, pareti calde con dipinti del deserto e preziose lampade che pendono dai soffitti. Ordiniamo due insalate greche freschissime, felafel in salsa humus e il kebab più tenero e saporito del mondo. Noto tra un boccone e l’altro quanto siano estroversi e comunicativi gli abitanti della Beantown, a discapito di quel che si dice di loro, e cioè che siano degli spocchiosi con la puzza sotto il naso solo perché nati nel Massachusetts, the Spirit of America, la culla della cultura e della civiltà americane. In realtà sono degli allegri chiacchieroni che sembra non aspettino altro per discorrere e ciarlare un po’. Niente a che vedere con altre città americane dove c’è comunque gente simpatica, ma che tende a farsi i fatti suoi.

IMG_8076      IMG_8072La mattina del 13 agosto ci svegliamo presto tutti contenti di trovarci in una città straniera dall’altra parte del mondo. Ci prepariamo in un baleno e alle 8:30 siamo già a spasso tra i grattacieli della città.

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Nel Public Garden c’ è una grande statua del primo presidente americano a cavallo circondata da aiuole colorate e siepi curate, un laghetto artificiale con suggestivi salici piangenti a lambirne le rive e romantiche barchette a forma di cigno ancorate al centro. Prima di gironzolare per il Boston Common saliamo su per la collina di Beacon, il quartiere chic della città, dove le case sono tutte di mattoni rossi, con porte e finestre smaltate secondo la moda inglese, una delle più belle strade di Boston.

IMG_8124  Scendiamo a visitare il vasto Boston Common che la città si è svegliata. Il grande parco è popolato da gente che fa jogging, che porta a spasso il cane, animatori vestiti da Padri Pellegrini che si accendono una sigaretta e fermano i turisti per una foto ricordo. Al Frog Pond ci fermiamo un po’ a riposare chiedendoci perché mai sia stato dato un nome così curioso a una vasca così ampia e pulita. Il mistero è presto risolto arrivando all’altra sponda, dove troviamo una coppia di simpatiche statue raffiguranti due ranocchie a guardia della fontana. Seguendo il sentiero di mattoni rossi che serpeggia per tutto il centro città ci addentriamo nei luoghi che hanno reso possibile la Costituzione Americana, sto parlando del Freedom Trail.

IMG_8143Mi sento un po’ come Dorothy che seguendo il sentiero di mattoni gialli arriva nel regno del grande Oz, e così, canticchiando “We’re off to find the wizard, the wonderful wizard of us…”arriviamo alla State House, dalla cupola dorata, scendiamo verso la Park Street Church, quindi siamo alla King’s Chapel, a ridosso di quel che si dice sia uno dei cimiteri più antichi d’America. Siamo in una bella piazzetta, piena di gente, bancarelle che vendono magliette con la nota scritta “Boston University”, frutta e verdura, fiori.

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Arriviamo alla zona del porto, al Quincy Market dove, all’interno c’è lo strepitoso Faneuil Hall. In pratica l’ex mercato coperto è diventato un mega fast-food, dove i turisti comprano il cibo proveniente da ogni parte del mondo in una delle tante bancarelle a disposizione e lo gustano ad uno dei tavoli del secondo piano. Intorno tantissimi localini, caffè, negozi di souvenir, animazione per grandi e piccini.

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Prendiamo un’insalata di frutta fresca per colazione, poi pranziamo con un lobster sandwich e un teriyaki, seguiti da un goloso cupcake. Una volta salutata la simpatica bostoniana che con la nipotina ha diviso il tavolo con noi, approfittandone per scambiare due chiacchiere, usciamo da questa vivace zona per addentrarci nel wharf, da dove partono i traghetti per i vari whale watching e per le isole del Massachusetts. Vorremmo entrare all’Acquario, con la biglietteria a forma di barca, ma dobbiamo contentarci di ammirare le dolcissime foche che sguazzano allegre in una vasca coperta all’esterno, perché c’è troppa fila. Notiamo quello che sembra un ottimo ristorantino appollaiato su una palafitta in mezzo al porto, ci ripromettiamo di tornare qui domani per la nostra ultima sera a Boston. Nel frattempo continuiamo a passeggiare verso la zona nord del porto, passando per il quartiere di Little Italy, dove è in corso una festa dedicata alla santa protettrice, Lucia, la cui statua è gelosamente conservata sotto una marea di pizzi azzurri e il verde delle banconote che i devoti hanno legato ai nastri al momento del voto. Sacro e profano. La parte settentrionale del wharf dà sull’alto obelisco tipico di Charlestown, dall’altra parte del fiume. Qui non mi sembra un granché, è una zona per niente turistica, ma forse ci permette di vedere un angolo vero di Boston, con i vecchietti impegnati in una partita a bocce, ragazzi che giocano a basket, una piscina stracolma di ombrelloni aperti.Torniamo in albergo stremati, anche perché oggi ha fatto davvero molto caldo. Il guaio è che una volta fatta la doccia e messo il pigiama non riesco proprio a scendere dal letto, così per la cena Valerio è costretto a prendere degli hamburger take-away da Wendy’s, proprio lì vicino.

Il 14 agosto è il nostro ultimo giorno a Boston e, come tale, intensissimo. Come prima tappa decidiamo di fare un tuffo nel passato tornando in quello che per un anno è stato il quartiere di Valerio quando ne aveva 12. Arriviamo comodamente con una metro e un trenino scoperto all’1111 di Beacon Street, un quartiere tranquillo, alla mano, ma nello stesso tempo elegante.

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Davanti l’ex appartamento di Valerio un grande prato dove da bambino giocava a football d’estate e a palle di neve d’inverno, campi da tennis e da baseball. Facciamo colazione in un Dunkin’Donuts e a piedi facciamo una lunga scarpinata nel tempio dei Red Sox, andiamo allo stadio di Fenway. Ero un po’ scettica, cosa potrà esserci di tanto interessante in una squadra di baseball? Invece saranno stati i colori, l’atmosfera di festa, gli animatori, il ricchissimo merchandising, la storia e le leggende legate alla nota squadra dai calzini rossi, non so, fatto sta che ne sono stata letteralmente contagiata.

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Riprendiamo la metro e ce andiamo appena fuori Boston, a Cambridge, dove entriamo in quello che forse è il più celebre ateneo del mondo, Harvard. Tutta questa “intelegentia”però, alla lunga, comincia a darmi sui nervi, anche perché siamo circondati da italiani, così riprendiamo la metro e scendiamo in zona ChinaTown.

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Siamo stati fortunati. Stanno allestendo uno spettacolo di strada con tanto di tamburi incalzanti, costumi tipici e maschere di draghi. E’ il Mid Moon Festival che comincia proprio nei giorni centrali del mese di agosto. Restiamo per un po’incuriositi a seguire la pantomima che si sta svolgendo sul palco, poi tra negozi e bancarelle che vendono spezie e bonsai, arriviamo alla porta colorata che delimita i confini del quartiere, dove si sta svolgendo un altro spettacolo di musica e poesia in lingua cinese.

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A piedi arriviamo al Financial District quindi all’altro capo del wharf. Ormai abbiamo una fame pazzesca, non vediamo l’ora di arrivare al Quincy Market per il tanto desiderato pasto. Soddisfiamo i nostri appetiti con dei piatti orientali, poi ci riposiamo sotto il fresco porticato della zona sud del porto. Sta cominciando a piovere. Avrei una voglia matta di tornarmene in albergo a riposare, ma Valerio insiste per restare fino all’ora di cena, forse perché teme di dover fare la fine di ieri sera, chiuso in una stanza d’albergo a mangiare un panino sul letto. Così restiamo seduti su una panchina a osservare la gente di mille nazionalità diverse che ci passa davanti, i vari cani lasciati liberi a scorrazzare per quei prati immacolati, a vedere partire le barche oramai non più ormeggiate. Approfittando del cielo grigio facciamo alcune foto a parer mio bellissime, oggi c’è una luce molto particolare. Nel frattempo sta scendendo la marea, restiamo come due bambini sporti dalla banchina a vedere cosa il mare celi sotto di sé, cosa si è fagocitato negli anni. Chissà perché sott’acqua è tutto più affascinante, persino una bicicletta arrugginita o un bidone della spazzatura…

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Finalmente arrivano le 19:00, ora di punta per le cene degli americani, così prendiamo posto in quel ristorantino visto già ieri sera in zona, il Boston Sails and Loft. Il tavolo è apparecchiato proprio accanto alla finestra da dove si può godere un’ottima vista sul mare. Assaggiamo una deliziosa clam chowder, davvero mai mangiata così squisita, un cocktail di gamberi e un fisherman’s plate, in parole povere ogni sorta di pesce e mollusco rigorosamente fritti. Tutto ottimo, anche se è una faticaccia tornare in albergo in metro e con questa laboriosa digestione in corso. Domani la sveglia, oltretutto,  suonerà prestissimo.

A ferragosto lasciamo una piovosa Boston e con la metro e due valigie pesantissime torniamo in aeroporto perché, tramite la Alamo, abbiamo una macchina già prenotata via internet da casa. La cosa si rivela abbastanza complicata perché non ci sono indicazioni precise per i rental car, non si sa bene quale autobus prendere né dove scendere, c’è solo un autista che ogni tanto urla le prossime fermate e tu devi stare attentissimo a non perderti una virgola, tra il rumore generale del mezzo, delle persone, della pioggia. Al banco dell’Alamo ci aspetta Priscilla, un donnone di colore che caldamente ci invita a non prendere la macchina tipo Toyota Yaris che avevamo scelto sul sito perché troppo scomoda, ha solo tre porte e dietro non entrerebbero due bagagli, tutte notizie diligentemente omesse dal sito. Ovviamente la scelta cadrà su un modello più caro, ma devo dire che alla fine di un viaggio così stancante senza la macchina giusta con noi sarebbe stato probabilmente ancora più stancante. La cosa fantastica dell’Alamo, poca chiarezza a parte, è che una volta stabilita la tipologia di macchina poi il modello lo scegli tu. (Oltre al fatto di essere l’unico rental car a permetterci il drop on in territorio americano e il drop off in quello canadese, ovviamente!). Una volta sbrigate le varie formalità quindi ci portano alla rimessa e Valerio sembra un bambino indeciso su quale regalo aprire per primo sotto l’albero di Natale. Saliamo a bordo di una Ford Focus berlina nuova di pacca, una compagna di viaggio preziosa, con cambio automatico e tutti gli optional che si possono immaginare.

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Sotto una pioggia che più passano le ore più si trasformerà in temporale prima e uragano poi partiamo per Plymouth, il porto che ha dato i natali ai primi coraggiosissimi Padri Pellegrini che sbarcarono qui a bordo della MayFlower. La cittadina è molto tranquilla, ad appena una quarantina di chilometri da Boston, con il porticciolo dove c’è ormeggiata la MayFlower II, una copia pare abbastanza fedele dell’originale, e dentro un tempietto la Rock of the Fathers, la prima pietra toccata dagli inglesi nel lontano 1620. Mi scaldo con un cappuccino bollente nel Dunkin’Donuts locale poi partiamo per Cape Cod, il celebre golfo del Massachusetts, fino ad arrivare alla punta, Provincetown, nota località di ritrovo per artisti e comunità gay. Troviamo faticosamente un parcheggio alla non modica cifra di 14 dollari e ci avviamo a piedi verso il centro del paesino, ovvero una strada principale sulla quale si riversano negozi, ristoranti, case colorate. Valerio vuole a tutti i costi fare oggi il whale watching, ma io credo fermamente che all’ultimo, causa mal tempo, la nave non salperà. Paghiamo una quarantina di dollari  e ci avviamo, ormai fradici, al molo. Ci sediamo al calduccio su questi divani nuovi color acqua di mare e penso con sconforto che presto saranno inondati dal vomito dei numerosi bambini che si trovano a bordo. La nave parte puntuale alle 14:30 nonostante il tempaccio e per circa tre ore non si fermerà arrivando nell’oceano più aperto, più rabbioso e affascinante che abbia mai visto. Intorno a noi molti uccelli, un’isola avvolta nella nebbia all’orizzonte, forse Nantucket, un faro acceso che ci conforta da lontano, ma di balene ancora niente. A un certo punto la barca si ferma e il capitano invita a rimanere con gli occhi aperti perché dal radar risulta un branco di almeno 30-40 balene. Restiamo muti a contemplare il filo che divide il mare dal cielo, dello stesso colore grigio, con l’unica compagnia dello sciabordio delle onde e degli altri turisti che cominciano a salire in coperta. Improvvisamente, a poca distanza da noi,  esce dall’acqua quel che sembra un palazzo di circa 30 metri e si getta pesantemente sulla superficie del mare sparendo nuovamente. Non riesco a credere ai miei occhi, sono a bocca aperta, inebetita, tra gli OH MY GOD!!!!!! di quelli che mi circondano. Valerio passa da una parte all’altra della barca con la fotocamera ingorda di nuovi esemplari, nuovi salti, nuove danze. Il capitano, il quale sembra più emozionato e incredulo di noi, spiega che forse proprio per la tempesta hanno questi atteggiamenti insoliti, probabilmente per non far perdere il resto del branco. A pensarci bene la situazione è piuttosto inquietante, ovunque ci voltiamo vediamo balene saltare, sbuffare, nuotare. Dei giganti sono sotto di noi e meno male che sono mansueti altrimenti ce la saremmo vista brutta. Rifletto sul coraggio dei primi cacciatori che per campare dovevano affrontare simili smisurati animali con gli strumenti rudimentali del tempo e senza sapere nulla sulla loro effettiva bontà. Quando il branco a poco a poco si allontana siamo tutti stanchissimi e non vediamo l’ora di toccare terra. Il ritorno è più breve dell’andata e la gente comincia davvero a sentirsi male. Anche Valerio alla lunga comincia ad accusare un po’ di mal di mare, niente vomito, ma una cera che non fa presagire niente di buono.  Decide di starsene all’aperto per tutto il tragitto, l’aria fresca gli fa bene.

Una volta al porto piove, se possibile,  ancora più che all’andata. Mi riparo sotto la tenda di un negozio di souvenir, Valerio và a prendere al volo la macchina e insieme fuggiamo da questo paesetto che, nel frattempo,  si è completamente svuotato. Peccato non averlo potuto girare con la dovuta calma, doveva proprio essere una bellezza. In macchina l’aria calda si spreca, riprendiamo un po’ di colore e  per premiarci un po’, ma anche per festeggiare la fortunata gita, decidiamo di fermarci a cenare in uno dei tanti ristoranti di pesce che si incontrano lungo la strada. Il problema è che sono le 18:00 e non abbiamo nessuna prenotazione, sembra impossibile trovare un tavolo per due non prima di mezz’ora almeno. All’altezza di Eastham ci fermiamo in un localino famigliare con annessa pescheria dove si avvisa“bolliamo anche le aragoste che hai pescato da solo”. Non si rivelerà economico, spendiamo quasi 100 dollari in due, ma la clam chowder prima, e il piatto unico di aragosta intera, vongole al vapore, pannocchia di mais e patate novelle al forno poi sono stati un toccasana.

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E’ buio quando arriviamo ad Hyannis dove abbiamo prenotato una camera nel motel International Inn. La stanza è enorme, ma con quella punta di squallore tipica degli alberghi che affittano le camere a ore. Una doccia calda e un’aspirina sono quello che ci vuole. E domani si và nel Maine.

Il 16 agosto lasciamo una Hyannis grigia e fresca dopo aver gironzolato in macchina per il lungomare alla ricerca di un negozio aperto per un po’ di colazione o semplicemente per qualche souvenir. Non mi meraviglia che questa cittadina sia diventata famosa solo perché i Kennedy la scelsero come loro residenza estiva: non c’è nessun’altra attrattiva in particolare. Ci fermiamo un paio di ore a Salem che ha fatto di una sciagurata vicenda storica, quella dei processi a tappeto da parte della “Santa” Inquisizione nel XVII secolo, portando ad almeno venti donne innocenti al rogo, un business a tutti gli effetti, rendendo la visita alquanto monotona: ovunque ci sono streghe, negozi che vendono oggetti sul tema di Halloween, e persino un museo a tema. Annoiati e sotto un principio di temporale prendiamo la Highway 95, un mega stradone a pagamento che connette tra di loro i vari stati della costa orientale degli States. Passiamo quindi per il New Hampshire e poi nel Maine. Le nostre guide in italiano non ci hanno aiutato a pianificare la visita alle varie attrazioni presenti sulla costa, così perdiamo un sacco di tempo alla ricerca di quello che ci interessa vedere. A fatica troviamo York, in particolare il suo celebre faro, che avevo recentemente visto in un reportage di viaggi su DoveTv. Anche la città e la spiaggia sono molto carine, piene di ragazzi e di gente allegra. Il Nubble Lighthouse è molto suggestivo, appollaiato su un isolotto in mezzo al mare, dai vivaci colori rossi e bianchi e circondato da fanatici gabbiani che sembrano guardare  proprio in camera alla ricerca di un primo piano.

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Un altro faro che volevamo vedere assolutamente, ma che si è rivelato di difficilissima portata, è stato l’ancor più meraviglioso Pemaquid Lighthouse. Una faticaccia immane arrivare, ci siamo persi un paio di volte andando a finire in deliziosi vicoli ciechi a ridosso di laghetti placidi e immobili, per poi trovarlo qualche minuto prima del buio più assoluto permettendoci di fare delle foto indimenticabili alla magica luce del tramonto.

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Siamo in ritardo sul serio sulla tabella di marcia ora. Per fortuna a pranzo ci siamo fermati in un McDonald’s con annesso supermercato e abbiamo fatto un po’ di provviste per i prossimi giorni, altrimenti a quest’ora non so davvero cosa avremmo potuto trovare per la cena, che comunque sarà a base di biscotti e merendine. Viaggiamo un po’ preoccupati per paesini addormentati e apparentemente disabitati, per strette e spaventose stradine di campagna avviluppate dalla nebbia più fitta fino ad arrivare, oramai a notte fonda, al nostro motel a Trenton, vicino Bar Harbor, il Riverside Inn. La reception è chiusa. Per fortuna ci hanno lasciato le chiavi in una lettera all’interno della cassetta della posta, dove c’è scritto semplicemente “salite, stanza 14”. La scala esterna che porta di sopra è ripida e pericolante, ideale per portare due valige pesanti! La camera si rivelerà la più piccola della vacanza, carina ma davvero in due ci si sta a malapena. Inoltre è gelata, piena di spifferi, rumorosa perché dà proprio sulla strada e il water è intasato. Arricciamo un po’ il naso, ma d’altra parte che fare? Siamo stanchi morti.

Il giorno seguente è completamente dedicato alla visita dell’Acadia National Park. Sulla guida si consigliava di far provviste prima di entrare perché all’interno del parco non c’è nulla, così ci svegliamo presto e andiamo a Bar Harbor a comprare due panini per il pranzo da Subway. Questo paesino è meraviglioso! Il colpo d’occhio sulla baia è spettacolare, ci sono moltissimi locali e negozietti interessanti.

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Finalmente varchiamo i confini del parco, paghiamo il pass di circa 10 dollari e ci fermiamo ogni qualvolta sulla cartina ci sia un luogo di interesse turistico o un nome che ci incuriosisce. Vediamo la splendida Sand Beach, l’unica spiaggia di sabbia presente all’Acadia, il Thunder Hole, una gola nella scogliera che, quando schiaffeggiata dalle onde del mare emette un forte suono, un “bum” che ricorda proprio un tuono, poi saliamo su in cima alla Cadillac Mountain, da dove si abbraccia in un colpo solo tutta la baia, puntellata di isole e grandi navi da crociera. Decidiamo di continuare il tour del parco oltre il loop turistico che consigliano al visitor center, così dopo pranzo ci inoltriamo verso il Northern e il Southern Harbor, verso nuovi fitti boschi a precipizio sul mare. Siamo stanchissimi a fine giornata. Oggi ha fatto davvero molto caldo.

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Torniamo abbastanza presto in albergo, dove una buona doccia calda e una dormita miracolosa ci rimettono a nuovo. La sera, per festeggiare la nostra ultima sera qui nel magnifico Maine, Vacationland, e ora ho decisamente capito perché, andiamo a mangiare aragoste in un lobster pound proprio a due passi dal nostro motel e caldamente consigliato dalla guida. Già dal parcheggio della trattoria si sente un inconfondibile odore di aragosta bollita. I camini con lo scarico da vecchia stufa sono in piena attività e all’interno il locale brulica di clienti. Quando arriva il nostro turno il ragazzo ci chiede che tipo di aragosta vogliamo, grande o piccola, a guscio soffice o duro.

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Ne scegliamo una di un tipo e una dell’altro e aggiungiamo alla nostra cena faraonica delle cozze al vapore, e contorni di coleslaw e insalata di patate. Fuori, accanto a un fiume, i tavoli da picnic sono presi d’assalto da mangiatori voraci e moschini inferociti. Resto a controllare se si liberano almeno due posti e il tempismo è perfetto perché quando esce Vale con tutto questo ben di Dio l’area ristoro si è svuotata. Mangiamo straordinariamente bene sotto una tenda, al riparo dagli insetti e dall’umidità della sera. Quelle aragoste avevano un sapore meraviglioso, così come il resto, ottimo e abbondante. Andiamo a Bar Harbor per una passeggiatina digestiva. Sembra di stare in luna di miele. Questo angolo di America ci ha letteralmente conquistati. Quasi mi dispiace dover andare in Canada domani.

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Il 18 agosto varchiamo i confini del Canada. Calais è l’ultimo avamposto in territorio americano, e già il nome francofono crea confusione, destabilizza, dà un senso di scarsa appartenenza. Alla dogana ci fanno le solite domande di rito, quindi partiamo per un lungo viaggio attraverso il New Brunswick. Ci fermiamo solo per fare un po’ di spesa, poi guidiamo ininterrottamente per otto ore filate fino ad arrivare in Nova Scotia. Il motel dove pernotteremo stanotte si chiama Big Lake, una grande casa di legno sul cucuzzolo di una montagnola che si erge alla nostra destra. Il portiere, un opulento e simpatico signore che vorrebbe parlare in spagnolo con noi, ci accompagna fino alla nostra stanza salendo per la scala esterna. Davanti a noi si spalanca un magnifico lago, l’acqua tremula alla luce dorata del tramonto, circondato da un fitto bosco. Davvero romantico. La camera è grande, ma attempata. Ci facciamo una doccia che subito toglie tutta la stanchezza del lungo viaggio in macchina e senza sapere bene cosa fare o dove andare ci rimettiamo in cammino verso Peggy’s Cove.

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Che meraviglia viaggiare! A volte senza un piano preciso si possono trovare delle vere e proprie perle di cui non si è mai sentito parlare prima! Questo è esattamente quello che è successo a noi. Peggy’s Cove è stata una scoperta! Si tratta di un minuscolo villaggio di pescatori, un po’ bohemien, dalle casette di legno, i porticcioli privati, le nasse per le aragoste lasciate ad asciugare al sole. Improvvisamente su una scogliera piatta notiamo un magnifico faro. Ci affrettiamo ad arrivare prima che il sole tramonti del tutto e a piedi e sferzati da un vento potentissimo ci inerpichiamo tra le rocce fino ad arrivare all’ombra di questa “sentinella del mare”. E’ un luogo semplicemente magico, lontano dal tempo e dal resto del mondo. Una volta buio comincia a fare davvero freddo.

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Abbiamo lo stomaco vuoto da ore, non sarebbe male mangiare qualcosa di caldo ora. Proprio accanto al faro c’è un capannone tutto fare, un po’ negozio di souvenir orrendi, un po’ centro informazioni, ma soprattutto ristorante. Si chiama The Sou’Wester. Dividiamo una crab cake come antipasto e assaggiamo del magnifico fish and chips e del salmone. Il tavolo poi era proprio vista faro, non potevamo capitare meglio! Usciamo che è notte fonda e la temperatura è sensibilmente scesa. Tornando in albergo rischiamo di investire una grassa istrice distratta che sembra essersi svegliata da poco. Elettrizzati per questo incontro inaspettato, come sempre quando ci capita di vedere degli animali dal vivo, saliamo su in camera con una gran voglia di avvolgerci intorno alle coperte calde. Fa impressione vedere solo una grande distesa nera ora al posto del lago e il vento tra gli alberi genera un suono inquietante, simile a un lamento, al gemito di qualche creatura. Con qualche brivido in più sulla pelle entriamo di corsa e ci mettiamo a letto. Il rumore del vento si sente anche da qui.

Il 19 agosto ci svegliamo molto presto e torniamo indietro verso Cape Breton. Sarebbe ideale arrivare intorno all’ora di pranzo in prossimità del Cape Breton Highlands National Park, per affrontare il leggendario Cabot Trail, così per le 7:00, con il lago nascosto sotto una spessa coltre di nebbia, partiamo. Passiamo per Halifax, grigia capitale di questo stato confederato. Saliamo su per la Cittadella per averne una visione d’insieme, ma quello che si apre sotto di noi è talmente deludente che scappiamo a gambe levate. Facciamo tutta una tirata in macchina, tra una dormita e l’altra, ma questa strada mi piace perché passa all’interno di deliziosi villaggi e ad ogni curva si apre davanti a noi un nuovo scenario da mozzare il respiro. Per pranzo ci fermiamo in una boulangerie. Panini con roastbeef, formaggio, prosciutto e la loro inconfondibile mostarda. Poi ci prendiamo gusto e acquistiamo anche dei dolci, due fette giganti di torta per Vale e un cinnamom roll per me, da gustare su uno dei tavoli da picnic all’esterno. A questo punto siamo pronti per entrare al parco, davvero spettacolare! Mi ha ricordato moltissimo i paesaggi irlandesi, soprattutto quelli nella penisola di Dingle, queste strade verdissime a ridosso della scogliera, a picco sul mare, mentre su in cima è un altopiano perfetto, curioso.

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Dopo ore di escursione comincia a sopraffarci un po’ di stanchezza, così ce ne andiamo al nostro motel, il Margaree Riverview Inn, a Margaree Forks, nell’omonima valle.

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Arriviamo dopo ore e ore di guida in questo grazioso motel, composto da tanti bungalow indipendenti e una piscina scoperta. Un signore tedesco di mezza età se ne occupa solo nei mesi estivi, che qui sono estremamente brevi, (pare che a luglio ci fosse ancora la neve!), mentre durante i mesi invernali scappa dalla moglie nelle Filippine. Che storia strana… alla ricerca dell’estate a tutti i costi… La camera è spaziosa, ma non c’è aria condizionata e poi è molto sporco, anche in bagno. Ci rilassiamo un po’, poi per cena siamo costretti a tornare a Cheticamp, ben 30 km andata e ritorno, perché più vicino non c’è proprio niente. Troviamo una trattoria dalle luci soffuse dove fanno musica irlandese dal vivo. Mangiamo un fish and chips scadente e un’aragosta insapore. Ma oggi meglio di così non potevamo trovare.

Il 20 agosto ci aspetta un’altra lunghissima giornata in macchina. Abbandoniamo definitivamente la Nova Scotia per addentrarci in territorio francofono, ovvero in Quebec e nella Penisola di Gaspesie e per farlo dobbiamo necessariamente passare per l’infinito e monotono New Brunswick.

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Dopo noiose e interminabili ore di viaggio, finalmente approdiamo a Miramichi, minuscola quanto insulsa cittadina sulla costa dove abbiamo prenotato una camera nel b/b The Regent House, in Regent Street, appunto. La casa è deliziosa, in perfetto stile inglese, attigua a una chiesa da dove proviene il suono festoso delle campane. Il proprietario è gentilissimo e ha un  meraviglioso accento british. La camera è curata, ha un bel letto comodo, un bagno pulito e fornito di tutto, abbiamo persino un balconcino privato tutto per noi. Per la cena possiamo andare solo lungomare, dove c’è un parco giochi per bambini, qualche negozio e pochissime imbarcazioni attraccate all’ombra di un faro ornamentale.

IMG_8905Ci fermiamo in un pub per un boccone, ma rimaniamo delusi per la qualità del pasto e soprattutto per il servizio estremamente lento. Quando rientriamo in casa il proprietario ci aspetta al varco per chiederci cosa ci piacerebbe mangiare l’indomani mattina, snocciolando le mille specialità che potrebbe prepararci. Noi vorremmo gentilmente rifiutare, per essere liberi di andarcene anche prestissimo, senza disturbare nessuno. Ma l’anziano insiste talmente per farci assaggiare almeno una omelette che alla fine non possiamo che accettare, a patto di una colazione davvero leggera.

Il mattino seguente il caro Tim, questo il suo nome, ci fa trovare una tavola apparecchiata e imbandita come quella di un re, con porcellane fini, coppe di frutta fresca, muffin profumati di forno, tè caldo e toast espressi. Valerio si lascia andare a una lunga conversazione su quanto sia più economica la vita qui in Canada rispetto all’Italia, dove per un viaggio simile avremmo speso cifre astronomiche anche solo per i caselli delle autostrade, mentre qui sono quasi tutte gratuite e in ottimo stato, e di quanto sia enorme questo paese. Io mangio tutto e non faccio che ringraziare. Spero che questo sia l’ultimo b/b nella lista per quest’anno. In casa d’altri, rispetto a un normale motel, mi sento sempre molto in imbarazzo.

Partiamo che sono le 7:30 del 21 agosto, ma la colazione ci ha aperto un buco spaventoso nello stomaco e non facciamo che spizzicare per tutta la durata del viaggio, forse anche un po’ per noia. All’altezza di Cambpellton ci fermiamo per fare benzina e già fa strano sentirsi dire “Bonjour!” rispetto al classico “Hi!”.Siamo nel Quebec, lo Stato che non dimentica, citando la loro targa, lo Stato che in assoluto presenta più amor patrio e forse più spessore culturale. Finora, infatti, ci siamo chiesti che cosa avesse di caratteristico il canadese medio, e alla fine siamo stati concordi nell’affermare che parlando in inglese questo popolo non ha fatto che uniformarsi al resto del nord America. Qui si parla solo francese, e questo, inevitabilmente, insieme anche a certe caratteristiche architettoniche e abitudini di stampo europeo, rende il Quebec diverso da qualunque altro Stato qui in Canada.

Ci fermiamo in un fast-food della catena Subway per il pranzo ed è un’impresa far capire alla giovane francesina che tipo di salsa vorremmo nel panino. Poi ci fermiamo in un supermercato e facciamo un po’ di provviste per i prossimi giorni, non solo succhi di frutta e biscotti per la prima colazione, ma anche pane e insalate già pronte. E’ lungo il tragitto attraverso la Gaspesie, finché il profilo della Roccia di Percè all’orizzonte avvolta nella nebbia ci conforta: da qui sono solo un altro centinaio di chilometri!!

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Abbiamo una stanza prenotata nel motel Du Haute Phare, località Cap-des-Rosiers, proprio a ridosso del Parco Nazionale di Forillon. Che dire … non potevano dargli nome più appropriato! Da qui si gode di una vista mozzafiato su quello che è il faro più alto del Canada, l’Haute Phare, appunto. A riceverci una timida anziana signora che parla solo francese, la quale prende i nostri nomi per poi accompagnarci alla stanza. Che splendore!! La camera è arredata con gusto, è spaziosa, e ha una grande finestra con un bel tavolo rotondo che dà proprio sull’oceano.

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Dopo una doccia usciamo per una passeggiata a Cap-de-Bon-Ami, all’interno del parco nazionale, dove una mareggiata ha lasciato numerose alghe e chele di granchio sulla lunga spiaggia. Per cena non abbiamo dubbi: tavola apparecchiata con vista su tramonto oceanico, insalate fresche e … foche a caccia sulla riva, spettacolo gentilmente offerto da madre natura!

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Il 22 agosto piove a catinelle.  C’è vento, c’è nebbia, una giornata terribile per noi che avevamo programmato delle escursioni a piedi nel parco. Avvolti nei nostri k-way e con ben altri tre strati sotto torniamo verso Percè, dove saliamo su in cima alla scogliera per osservare da vicino la Roccia, un mateteco di circa 900 metri davvero molto caratteristico, con un archetto naturalmente forgiato dalle onde e un faraglione, appunto, da qui il nome di Parc Du Forillon.

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Nonostante il tempaccio decidiamo di fare i biglietti per una crociera intorno alla Roccia e alla vicina Ile-De-Bonaventure, un’isoletta molto particolare in quanto santuario per le sule di mare che la scelgono in massa per riprodursi e per deporre le uova. La barca non è grande come quella che abbiamo preso a Provincetown per l’avvistamento balene, ma speriamo regga. Fino alla Roccia, splendida, non ci sono stati problemi, in quanto protetti dalla costa. Il guaio è stato raggiungere e circumnavigare l’isola, davvero invasa di uccelli, (ma tanti, da ricordarmi l’inquietante film di Hitchcock), perché le onde arrivavano anche a due metri di altezza. La maggior parte delle persone a bordo si è sentita male, chi vomitava a destra, chi scivolava a sinistra, bambini che piangevano spaventati, e intanto questo capitano spilungone dallo spiccato accento francese che non la finiva di parlare. Il viaggio del cordoglio. Finalmente torniamo a riva, e io continuo a domandarmi cosa spinga persone che sanno soffrire il mal di mare a prendere il largo con una  tempesta in corso magari dopo un’abbondante colazione. Tornati in paese vorremmo cercare un posto per pranzare, ma fa talmente tanto freddo che anticipiamo il nostro rientro in camera direttamente alle 16:00, dopo un breve pranzo al McDonald’s locale, dove l’odore buono del mare arriva fino al parcheggio. La vista che si gode dal salottino della stanza è impareggiabile, e rimango imbambolata per un po’ a seguire le gocce di pioggia scivolare sul vetro della finestra con l’inquietante urlo del vento di sottofondo.

La mattina del 23 agosto torna a splendere il sole. E’ talmente presto che la reception è ancora chiusa, così lasciamo le chiavi nella cassetta della posta e ce ne andiamo. Ogni volta che lasciamo questi posti incantevoli mi viene sempre in mente che tutto potrebbe essere stato frutto della nostra immaginazione, che non appena voltato l’angolo improvvisamente tutto possa sparire in un baleno, in un “puf”. Mi cullo con questa idea fanciullesca mentre viaggiamo per lo splendido Golfo di San Lorenzo, lungo la strada chiamata “delle balene”, perché sembra che, con un po’ di fortuna, si possano vedere persino da qui.

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Passiamo per minuscoli villaggi circondati da boschi e gabbiani mentre all’orizzonte ci fa da sfondo un oceano in tempesta, che con questo sole è di un blu profondo, mai visto. Tutto questo per i primi 200 km, fino a Saint Anne du Monts, perché, dopo ore e ore di viaggio, i villaggi cominciano a sembrarci tutti uguali, all’ennesimo campanile di latta a punta, all’ennesimo negozio che vende prodotti di artigianato, all’ennesimo nome strampalato tipo Troix-Pistoles.

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Arrivare a Quebec City è durissima!!! Siamo stati in macchina per circa 10 ore oggi, non ce la faccio più, mi sembra di impazzire e di non sentire più le mie gambe. Provo a dormire, a smangiucchiare qualcosa, ma non faccio che ripetermi cosa abbiamo sbagliato nell’abbozzo dell’itinerario, come avrebbe potuto o dovuto essere. Arriviamo nel nostro albergo che sono le 17:00, ma in realtà scopriremo più tardi con somma gioia che qui c’è un’ora in meno. Il giovane concierge parla un delizioso inglese con accento francese e non crede alle sue orecchie quando gli diciamo di venire da Roma. E’ molto chiacchierino, e ci dà un sacco di consigli su cosa fare, dove andare, come muoversi. La stanza mi piace da morire, inoltre c’è una bella vasca, ne approfitto per rilassarmi con un buon bagno caldo avvolta da morbida schiuma al rosmarino. Usciamo più tardi e … meraviglia!! Non immaginavo che questa città potesse essere così bella!!!

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Sembra un angolo di Normandia, con case e negozi caratteristici, un romantico castello dal quale si gode una vista bellissima sulla città bassa, alla quale accediamo a bordo di una funicolare dopo aver assistito allo spettacolo di uno dei molti artisti di strada. Anche di sotto la città ha un sapore tutto medievale. Le piazzette acciottolate, le  chiesette, i suonatori di arpa nei vicoli, le carrozze antiche trainate da biondi cavalli dalle zampe  poderose,  rendono l’atmosfera a dir poco fiabesca. Sembra quasi di poter immaginare gli abitanti girare in costumi d’epoca, un frate uscire sul sagrato, un marinaio tornare da un lungo viaggio.

IMG_9299Ceniamo in un perfetto bistrot francese chiamato Cafè St. Malo: tartare di salmone e la zuppa di pesce più buona che abbia mai mangiato! Mi metto a letto stanca ma perfettamente appagata, mi sento come  una regina. Non lascerei mai questo posto.

Il 24 agosto partiamo con calma perché la nostra prossima meta, Montreal, è ad “appena” 200 km da qui. Impieghiamo comunque tre ore per arrivare, anche per via dei limiti di velocità, davvero minimi. Parcheggiamo l’auto in una rimessa a pagamento vicino il Marchè Bonsecours, un grande palazzo dal tetto a cupola che da mercato col tempo è diventato un triste mall.

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Montreal è una città dalla forte connotazione francese, il senso di appartenenza qui è ancor più radicato che a Quebec City. Passeggiamo per il centro acciottolato, compriamo delle targhe da collezione come souvenir, alcune davvero introvabili, come quella del Massachusetts, cercata per mari e per monti, ci perdiamo nei vicoli dai nomi eleganti e lungo il porto, vivace e animato. Mangiamo in un locale particolarissimo, una specie di trattoria-pizzicheria, una charcuterie dai decori rustici e con un menu da capogiro.

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Ordino due crepes, una salata con brie e prosciutto crudo, l’altra dolce a base di frutta fresca e cioccolata belga. L’ambiente è delizioso, i camerieri sono gentili, anche se continuano a parlarti in francese nonostante ti sia rivolto loro in inglese, e poi il sottofondo musicale è davvero piacevole, ballate allegre a suon di fisarmonica, fa molto Mont-Martre. Una volta sazi lasciamo il centro storico per esplorare i quartieri moderni, dove trovano posto grattacieli e costruzioni antichizzate che vorrebbero somigliare a San Pietro o a Notre Dame de Paris. L’ingresso di una delle fermate della metropolitana nel financial district crea un deja-vu notevole, in quanto sopra le scale è bella esposta la stessa insegna in stile art nouveau della stazione Abbesses, vista a Parigi quattro anni fa.

IMG_9396Pare che l’avessero tolta, ma che tramite un referendum gli abitanti di Montreal l’abbiano reclamata a gran voce. Ancora non riesco a capire come si faccia a sentirsi più vicini a una realtà lontana miglia piuttosto che al confinante nord America. Non troviamo i varchi che permettono di visitare la Montreal sotterranea, una città parallela ideata apposta per permettere agli abitanti di spostarsi al calduccio senza dover morire assiderati durante i gelidi mesi invernali. Ce ne andiamo soddisfattissimi però, entrambi eravamo prevenuti su questa visita, la immaginavamo più triste.

Appena fuori Montreal ci fermiamo a fare un po’ di spesa, poi sotto una pioggerella fastidiosa ci mettiamo in viaggio per Ottawa, la capitale del Canada, già Ontario. L’alloggio da noi scelto per forza di cose, visto che dormire nelle città principali è un vero salasso, è quello che ci ha dato più da pensare, perché al momento della prenotazione avevamo mandato una e-mail per sapere se ci fosse almeno il bagno privato in camera, ma senza ottenere risposta. Il navigatore ci manda nel polo universitario, in particolare in quelli che sono gli alloggi dei professori o degli studenti. La struttura è squallida, sembra uno di quei residence dove trovano posto i più disagiati e sfortunati. Una volta effettuato il check-in ci danno le chiavi della stanza, una camera enorme con un bagno grande, due camere da letto e persino un angolo cottura. Temiamo che qualcuno possa prima o poi bussare per reclamare l’altra stanza da letto, ci sembra impossibile che per quel prezzo ci abbiano dato un appartamento intero, per di più pulito. Ceniamo con le insalate acquistate nel pomeriggio poi ce ne andiamo a dormire in un letto scomodo e stretto, ma non si può avere tutto nella vita.

Il giorno seguente, sotto un cielo plumbeo, partiamo alla visita della capitale canadese, che all’inizio vorremmo visitare solo in macchina, pensando  non valga la pena farsi altri chilometri a piedi per una città che sembra non avere nessuna attrattiva in particolare, ma poi pensiamo sia un peccato, e dopo l’ennesimo “e quando ci ricapita di vedere Ottawa?”, cerchiamo un parcheggio. Passiamo per il museo delle Beaux Arts, dove troneggia un’immensa scultura di un ragno che ricorda i mostri del film La Guerra dei Mondi, per i giardini, curati e coloratissimi di fiori insoliti e profumati, per l’imponente Chateaux, che avrebbe ospitato addirittura B. Franklin durante il suo vano tentativo di annettere l’Ontario agli altri stati americani.

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Ottawa, al contrario delle grandi città viste finora, ha una forte personalità britannica. Basti pensare che alle 10 in punto abbiamo potuto assistere addirittura al cambio della guardia, e la cosa mi ha fatto sorridere, perché non l’abbiamo visto a Londra, ma qui! Le guardie dall’aspetto fiero hanno le divise nere e rosse come quelle di fronte a Buckingam Palace, con quei cappelloni enormi di pelliccia, sotto i quali devono morire dal caldo, poverine. La loro marcia è accompagnata da un irresistibile suono di cornamusa eseguita da una banda in kilt verde e blu, poi, dopo essersi sistemati nel grande prato dirimpetto quello che sembra una copia del Parlamento Inglese, e quindi del Big Ben, arriva un altro gruppo di musici stavolta con ottoni e percussioni.

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Non nego che sia stato interessante dal punto di vista folkloristico, ma da quello pratico ho pensato ai poveri abitanti di Ottawa, che per non far tardi a un appuntamento devono necessariamente mettere in conto questa lunga liturgia che prevede anche alcune delle strade principali chiuse al traffico.

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Ce ne andiamo contenti di quel che abbiamo visto, quindi facciamo un lungo viaggio per le campagne dell’Ontario, dove i nomi dei villaggi ricordano quelli della Scozia e dell’Irlanda del Nord. Dopo aver incontrato due volpi dall’aria smagrita varchiamo i confini dell’Algonquin Provincial Park. Il nostro alloggio si chiama Algonquin Inn, verso l’ingresso ovest del parco, lontanissimo da qui. Dove ti volti c’è un lago, piccolo, grande, a specchio, a palude, ce ne è per tutti i gusti, non a caso siamo nella terra dei Grandi Laghi. La reception del motel è fatta di pietra, c’è un bel camino nella sala per la colazione e sul bancone una cornice digitale manda random alcune foto delle bellezze paesaggistiche del luogo. Una ragazza cicciottella dai capelli rossi e gli occhi blu ci dà il benvenuto e dopo aver pagato le due notti in programma ci dà una miriade di consigli. La stanza è la numero 1,  un bungalow rialzato color legno chiaro e verde acqua, con dentro un comodo lettone, un salottino e un bagno con vasca. Molto confortevole!

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Nel pomeriggio prendiamo una canoa a noleggio, tanto è gratuito per gli ospiti del lodge. Non ho la più pallida idea di come si possa manovrare, ma andiamo fiduciosi alla reception per registrarci e per ritirare il kit di salvataggio obbligatorio. L’indiano che ha preso il posto della chiacchierona dai capelli fulvi ci spiega come funziona e ci rimanda in un capanno degli attrezzi dove scegliere i giacchetti di salvataggio e i remi … sì, ma dov’è il lago? Proprio dietro i bungalow, l’Oxtongue Lake ci aspetta con le sue acque placide e un po’ inquietanti visto che nel frattempo si è fatto nuvoloso e la poca luce non ci permette di vedere il fondo, torbido e misterioso. Lungo la spiaggia tante canoe canadesi e kajak ad asciugare. Non c’è nessun altro sul pontile o sotto il gazebo di legno, le sedie e le sdraio aperte sono vuote. Scegliamo un kajak biposto giallo limone, saliamo a bordo e partiamo.

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Scivoliamo sulla superficie placida dolcemente, ci fanno compagnia solo i nostri colpi di remo, il silenzio più assoluto interrotto soltanto dalle urla giocose di bambini lontani. In mezzo al lago un’isoletta popolata da gabbiani che ci guardano curiosi. Sta cominciando a piovere. Torniamo indietro eccitati per l’esperienza e ci ripromettiamo di rifarlo domani, sperando che il tempo migliori. Dopo una doccia ci prepariamo per andare a cena. Non abbiamo molta scelta, l’unico posto nelle vicinanze è un ristorante a gestione famigliare chiamato The Cook House. Da fuori sembra un garage con  basculante aperta, con interni in legno, barili che fungono da tavoli, il bancone del bar con televisore sintonizzato su una partita di baseball, ottima musica da una radio accesa. Il servizio è lentissimo, aspettiamo quasi un’ora per dei nachos ammollati nella salsa al pomodoro, mentre la mia bistecca sarà troppo speziata e con contorno di due broccoli di numero. Prima di tornare in camera ci concediamo un giro in macchina alla ricerca di animali notturni, il nostro sogno sarebbe vedere un alce, ma niente di fatto.

La mattina seguente è completamente dedicata alla visita del parco. Ci svegliamo molto presto e prima di metterci in macchina passiamo a salutare il lago, quasi invisibile sotto la nebbia. Con la mappa e il pass che ci siamo procurati alla reception partiamo per quella che sarà una delle giornate più divertenti della vacanza, perché raramente ci capita di fare attività outdoor. Facciamo trekking lungo sentieri freschi e ombrosi, dove gli alti alberi, alcuni dei quali fanno già sfoggio di bellissime foglie color rosso autunno, sembrano fagocitarci al nostro passaggio.

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Facciamo un pic-nic in una delle tante aeree predisposte, (tutte con contenitori per la raccolta differenziata e bagni pubblici, la bellezza dei paesi civili), a ridosso di uno dei laghi più grandi e belli all’interno del parco, presidiato da papere scontrose che scappano al primo avvicinarsi di un cane. Dopo pranzo ci crogioliamo al sole, ci mettiamo in costume ed entriamo in acqua, piacevole e fresca, il cui fondale morbido di sabbia ricorda un tappeto dalle sfumature d’oro. Vorremmo affittare delle biciclette, ma a parte il costo troppo elevato, per averne due libere dovremmo aspettare ore, quindi ripieghiamo e torniamo in camera per un riposino.

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In serata noleggiamo una canoa e restiamo a bordo quasi un’ora divertendoci come matti: ormai ci abbiamo preso la mano. Per cena torniamo nello stesso posto di ieri sera, ma stavolta puntiamo alla semplicità, due bacon cheeseburger, brownie e una fetta di crostata con marmellata di fragole e rabarbaro STRE-PI-TO-SA!!!!

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Il 25 agosto lasciamo l’Algonquin molto presto e tempo di far attraversare un grasso procione siamo già in autostrada verso Toronto. Oggi dobbiamo lasciare la macchina, così, già un po’ tristi, facciamo il pieno e quindi il drop-off alla rimessa dell’Alamo in aeroporto. Per prendere la navetta gratuita che ci porterà al nostro albergo, il Sandman, ci accompagna, a bordo della nostra stessa auto, un ragazzino che forse non ha neanche la maggiore età per guidare. Dobbiamo telefonare all’albergo per farci venire a prendere, così aspettiamo una mezz’oretta tra autisti senza scrupoli che per dieci dollari ti accompagnerebbero ovunque: diffidare sempre dai discorsi che iniziano con “my friend…”!

Il Sandman è uno strepitoso albergo 4 stelle modernissimo, con ristorante, 2 bar, piscina calda coperta e palestra. La hall è enorme, con divani in pelle bianca e cuscini d’oro, morbidi tappeti a pelo lungo e una parete di pietra lavica sulla quale sono appesi 8 televisori al plasma sintonizzati su notiziari e eventi sportivi. Nell’aria musica ambient, è presto, stanno facendo le pulizie, e noi dobbiamo aspettare un po’ prima di salire in camera. La stanza è meravigliosa, con balconcino, due letti morbidissimi ornati di cuscini di alcantara e pregiate trapunte, salottino in pelle e ampio bagno. Ci diamo una sistemata, poi ci facciamo chiamare un taxi diretto nel centro di Toronto. Purtroppo, seppur bellissimo, l’albergo risulterà lontano anni luce dalla città e oggi siamo troppo stanchi per farci un’ora di autobus e metropolitana. Ci viene a prendere un indiano che prima di lasciarci ai piedi della CN Tower, buscandosi ben 55 dollari, ci lascia il suo biglietto da visita, invitandoci a chiamarlo per il ritorno o per qualunque altra visita dentro e fuori città, “prezzi modici”.

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Prendiamo un hot dog per merenda che ci metterà una sete assurda, passiamo per lo stadio dei Blu Jays, la squadra di baseball che sta giocando proprio in questo momento, quindi paghiamo i biglietti per salire su in cima al simbolo di Toronto, non prima di superare una fila che sembra interminabile.

Dall’alto si gode un panorama magnifico della città, con il suo lago talmente enorme da sembrare il mare. Per inventarsi qualcosa di nuovo che attirasse altri turisti hanno creato un angolo della torre il cui pavimento è fatto di vetro, i propri piedi a 553 metri dal suolo. Non ho idea di quanto lo abbiano rinforzato, fatto sta che fa un po’ effetto vederci saltare sopra tutti, dai bambini agli obesi. Foto di rito in solitaria, (Valerio soffre di vertigini solo a vedermi avvicinare), poi, una volta scesi,  gironzoliamo per il lungolago, gremito e pieno di vita.

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Ci inoltriamo nel cuore della città vecchia, passando per il Financial District, riconoscibile per gli alti grattacieli, quindi siamo al St. Lawrence Market, dove c’è di tutto, dai giocolieri ai mimi, dalle statue viventi ai murales, dalle bancarelle di cibo a quelle di cianfrusaglie. Oggi poi è particolarmente affollato visto che è in corso il Toronto Summer Festival of Arts, una rassegna di numeri di artisti di strada. Tutto intorno le case, i palazzi, i giardini, le chiese, persino i lampioni ricordano l’Inghilterra Vittoriana. La guida suggerisce agli amanti della cucina orientale il ristorante Spring Rolls, in Yonge Street, quella che viene definita, secondo chissà quali parametri, la strada più lunga del mondo. Ce la facciamo quasi tutta a piedi con la scusa della cena e meno male perché questo quartiere, YorkVille, è delizioso. Il ristorante risponde a pieno alle nostre aspettative: è elegante, luminoso, moderno e al piano di sopra le pareti sono fatte di veri acquari pieni di pesci multicolore. Dividiamo una strepitosa insalata agrodolce di mango e ananas con involtini primavera e due piatti di spaghetti thailandesi. Ottimo!

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Per tornare in hotel ci affidiamo al taxista indiano dell’andata, siamo troppo stanchi dopo questa lunga camminata per prendere i mezzi. Entriamo in una stazione metro per chiamarlo dal telefono pubblico e dopo circa 40 minuti arriva a prenderci con la sua monovolume davanti al ristorante. Durante il tragitto non fa che parlare al cellulare in lingua hindi, poi quando finalmente attacca gli chiediamo quanto sarebbe modico per lui accompagnarci alle cascate del Niagara, che si pensa siano a Toronto, ma che in realtà da qui richiedono almeno un’ora di viaggio in macchina: forse abbiamo fatto male ad abbandonare la nostra così presto, magari ci avrebbe fatto comodo per altri due giorni. L’indiano è avido, ci chiede 300 dollari per arrivare, tornare e visita di sole tre ore. Non se ne parla. In albergo ci mettiamo sul sito internet che ci hanno consigliato alla reception, il Niagara Falls Zoom Tour. In effetti, con soli 80 dollari a persona, il servizio prevede: pulmino che ti viene a prendere e ti riaccompagna al tuo hotel, ovunque esso sia a Toronto, degustazione di vini locali in una delle tante winery house lungo il percorso, stop di un’ora nel paesino di Niagara-On-The-Lake, visita al Flower Clock, gita sul celebre barcone della Maid of the Mist. Unico neo: bisogna stare in gruppo, e chissà chi ci può capitare, magari qualche bimbo petulante, ma corriamo il rischio.

La mattina del 26  agosto alle 9:30 ci passa a prendere un pullmino non più nuovo guidato da un indiano giovane e gentile. A bordo il gruppo è già al completo, manchiamo solo noi. Davanti, accanto all’autista, un signore giapponese di mezza età: non credo capisca molto l’inglese e se ne sta zitto per conto suo. Dietro due giovani uomini peruviani, parlano e capiscono poco, tutto quel che fanno è comprare più souvenir possibili, ma sono troppo carini e indiscutibilmente sono i miei miti! Poi ci siamo noi e dietro una coppia gay, un austriaco di circa 50 anni con un thailandese all’apparenza più giovane di me e dal sorriso timido. Partiamo in silenzio lungo l’autostrada, c’è chi dormicchia, chi non smette di riprendere il nulla con la propria telecamera. La prima fermata è in una winery house gestita da un siciliano il cui cognome è Pillitteri, ma nessuno di noi ha voglia di degustare vino alle 11 del mattino. Oltretutto il figlio del proprietario ha un modo di fare che non mi piace, quasi pretende che gli si compri almeno una bottiglia di vino e si lamenta con l’autista domandando se capiamo quel che dice oppure no. Io assaggio un micro sorso di vino bianco, che a parer mio sa di aceto, mentre salto l’assaggio del rosso. Tutti saltano la terza degustazione, quella a pagamento, dell’ice wine, una sorta di specialità locale prodotta da uve ghiacciate raccolte durante l’inverno. Il giapponese e i due peruviani comprano qualche bottiglia e, mentre pagano, l’autista ci fa conoscere  il vecchio proprietario. Ha un’aria da mafioso, non mi piace un granché, ma prova a parlare in italiano con noi e non possiamo far altro che assecondarlo. Dico “prova” perché in realtà non si ricorda una parola, se non  “bravi” che usa quasi come intercalare a qualunque cosa diciamo. Sostiene che il Canada sia la terra più bella del mondo. Lui è arrivato qui nel 1948, “quando tua madre non era ancora nata”, e ha ragione. Di nuovo sul van arriviamo in un delizioso paesino a pochi km dalle cascate, Niagara-On-The-Lake. E’ tutto costruito secondo la moda inglese, ci sono fiori appesi sui lampioni, molti caffè e un teatro che dà delle matinee. L’indiano ci lascia liberi per 45 minuti, così ne approfittiamo per una colazione da re in una pasticceria dall’altra parte della strada, mentre ci avvicina il suono di una banda in costume caratteristico. Gironzolando in cerca di qualche ricordo acquisto un cappello di lana davvero di buona fattura, ma per pagarlo alla cassa c’è talmente tanta fila che arriviamo in ritardo al nostro appuntamento. Passando accanto a case a detta dell’autista “per milionari”, per piste ciclabili e eleganti campi da golf, arriviamo al Flower Clock, (molto più bello quello a Gardaland), dove, ovviamente i peruviani non resistono a fare qualche foto. Quindi ci fermiamo davanti al confine con Buffalo dove hanno allestito una specie di funicolare che passa e si ferma proprio sopra le rapide create dalle cascate a parecchi metri dal suolo. I due peruviani spariscono di nuovo in qualche negozio di souvenir, ma una volta radunata la truppa siamo, finalmente, alle Cascate del Niagara. Facciamo i biglietti per la Maid of the Mist, compreso nel prezzo, e a questo punto il ragazzo indiano ci dice che chi vuole può farlo subito, chi preferisce può andare a mangiare. Alcuni di noi hanno pagato circa 200 dollari per pranzare in qualche albergo di lusso o su in cima alla torre che svetta sulle cascate a pochi metri da noi, quindi ci dividiamo. Noi non abbiamo molta fame così ci mettiamo in fila per una delle attrazioni più antiche e famose delle Niagara Falls.

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Ci fanno indossare un buffo quanto largo impermeabile blu trasparente con sopra il logo dell’attrazione, saliamo a bordo di una barca già straripante di turisti e partiamo alla volta delle cascate, molto più imponenti e meravigliose dal lato canadese, non c’è che dire. Arriviamo talmente vicino al rombo della cascata da sentirne gli spruzzi, quindi siamo di nuovo a riva. Magari sarò blasfema, ma io ho trovate le cascate noiose. Nel senso, a parte la gita in barca e la passeggiata romantica da sopra non si può fare davvero altro, e proprio per questo non riesco a capire come molti ancora considerino questa località ideale per il loro viaggio di nozze. Non è un po’ demodé? Eppure conosco un sacco di coppie della mia età che hanno infilato le cascate nella loro luna di miele rigorosamente made in USA…

 

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Con l’autista siamo d’accordo di rivederci al parco antistante le cascate alle 15:45, ne abbiamo di tempo, così prendiamo una strada in salita che porta nel regno del business: ci sono caffetterie, ristoranti, fast-food, luna-park, bowling, negozi che vendono souvenir e stranezze. Anche se non abbiamo ancora gli stomaci vuoti ci fermiamo in un ristorante a caso dove mangiamo un’insalata e una enchilada ottime. Siamo stanchi ora, abbiamo anche un po’ freddo visto che ancora si sentono gli strascichi dell’uragano Irene che qualche giorno fa ha spazzato via mezzo Ontario. Fortunatamente anche il nostro gruppo sgangherato non vede l’ora di tornare indietro, sono tutti puntuali, quindi alle 15:45 in punto ripartiamo alla volta dei nostri alberghi.

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E’ stata un’esperienza interessante che ci ha anche permesso di integrarci con altre persone e per di più conveniente dal punto di vista economico. Quando mi butto sul letto penso sia impossibile non rilassarsi in un albergo come questo, una camera grande e piena di comfort può davvero cambiare il senso della tua vacanza, non c’è niente da fare.

Prepariamo le valigie. Domani sera si riparte.

Il nostro ultimo giorno prevede estrema calma. Abbiamo l’aereo per Amsterdam stasera alle 23:00, quindi un’intera giornata davanti a noi da affrontare. Ci svegliamo non prima delle 10:00, ci prepariamo, sistemiamo le nostre valigie e i bagagli a mano e con somma tristezza lasciamo questa stanza strepitosa. Saldiamo il conto, lasciamo i trolley nel deposito bagagli e compriamo due biglietti dell’autobus per andare in città. La fermata non è lontana, ma sembra che mi accorga per la prima volta di quanto sia periferico questo quartiere così vicino all’aeroporto. Il bus passa subito mezzo vuoto, troviamo due posti a sedere vicini ad altri due turisti americani e vecchiette di colore con il carrello della spesa. Il tragitto durerà circa un’ora, tra teste calde che si picchiano alla fermata e altri che muoiono dalla voglia di farlo a bordo. Al capolinea prendiamo la metro e scendiamo alla fermata Yonge. Siamo di nuovo nel quartiere di YorkVille, ma stavolta, con questo caldo, ci chiudiamo nel mall, rinfrescato dall’aria condizionata e con i bagni a disposizione.

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Mangiamo al food court del teriyaki e del sushi, poi gironzoliamo in cerca degli ultimi souvenir. Siamo stanchissimi e anche se mancano molte ore al decollo scegliamo di tornarcene in hotel per riposare un po’. Ci piazziamo nella hall a seguire i vari notiziari e delle partite di tennis in tv, ma quando Vale comincia a dire di avere fame capiamo che è il momento di andare in aeroporto: qui ci sarebbe un ristorante, ma bisogna lasciare il 15% di mancia, non possiamo permettercelo con i pochi soldi a nostra disposizione. Ci facciamo chiamare la navetta gratuita, quindi, una volta in aeroporto subito il check-in automatico e l’imbarco dei bagagli. Una volta liberi non dobbiamo far altro che trovare un buon ristorante e perdere gli ultimi minuti magari guardando qualche foto al computer. Finalmente saliamo a bordo. Ricordo di aver masticato qualcosa di immangiabile che mi hanno detto fosse pollo, poi ho dormito alla grossa per almeno tre ore. Quando si sono riaccese le luci e ci hanno dato la colazione non credevo fosse passato tutto quel tempo, forse perché non riesco mai a dormire in aereo. Una volta ad Amsterdam il gioco è fatto, anche se raramente ho viaggiato con persone di così bassa lega.

Ragazzi che alla gentile richiesta della hostess sul cosa volessero da bere rispondono “ma si paga?”, gente che non fa in tempo a mangiare i panini offerti che subito ne chiede di più, famiglie volgari per atteggiamento e modo di vestire, griffato a tutti i costi, non importa se tarocco, che si ostinano a comunicare col mondo in dialetto campano facendo impazzire tutto l’equipaggio, specie quando la richiesta (mimata) è per una coperta per un viaggio che al massimo durerà due ore e mezzo! Non so perché, ma noi italiani abbiamo l’aria degli eterni migranti. Ci manca solo lo spago sulla valigia.  Che tristezza ho provato quando al momento del carico bagagli nella stiva tutti si sono piazzati davanti al vetro con i loro I-phone per riprendere il momento. Mi sono vergognata per loro…

Prossimo viaggio Canada Occidentale, Vancouver e British Columbia. Ma tra molti e molti anni. Prima dobbiamo riprenderci un po’…

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