Amsterdam 2012

Il 2013 comincia nel migliore dei modi possibili, un viaggio in una meravigliosa capitale europea, Amsterdam.

La proposta viene lanciata a Fabio e Francesca, un collega di Vale e la sua compagna, durante una delle nostre innumerevoli cene insieme e, nonostante una prima riluttanza da parte di lei, dopo qualche giorno accettano, dando il via alla ricerca  su internet dei biglietti aerei, per nulla economici, e di un alberghetto decente in zona più o meno centrale.

Ero entusiasta all’idea di poter partire in gruppo, cosa davvero rara per me e Valerio, poi però, man mano che si avvicinavano le feste, ho cominciato a pensare che il viaggio in sé, a prescindere dalla destinazione o dalla durata del soggiorno, è un’esperienza unica, intima, che pone a contatto forzato per più giorni e che in certi casi può addirittura diventare difficile. Con loro mi dispiacerebbe se le cose dovessero andare male, per qualsiasi motivo perché, in fondo, un viaggio insieme è l’unico modo per conoscersi davvero, quindi diventa un qualcosa che può unire per sempre o dividere inesorabilmente.

Presa da questi pensieri riceviamo un’email da parte di Adriano, il fratello di Vale, nella quale ci viene chiesto se ci sarebbero problemi per noi se al gruppo si aggiungessero anche lui e Melissa, la fidanzata. Ovviamente la cosa ci fa molto piacere… sono talmente poche le occasioni per stare insieme..così partiamo scaglionati per esigenze diverse: il 28 Dicembre Adriano e Melissa, sabato 29 noi, il 30 ci raggiungeranno Fabio e Francesca.

Arriva il giorno fatidico: dopo il tanto faticoso Natale un po’ di svago è proprio quello che ci vuole! Partiamo molto presto da Fiumicino, abbiamo il taxi che ci aspetta per le 4:00. Con Lufthansa arriviamo a Francoforte con venti minuti di anticipo, quindi siamo ad Amsterdam intorno a mezzogiorno. Adriano ci aveva consigliato di prendere il treno per spostarci in centro, così arriviamo alla Graand Station, una stazione ferroviaria che sembra un museo per quanto è bella, con un enorme albero addobbato a festa sul piazzale esterno. Dopo aver acquistato il travel pass da 72 ore,  cerchiamo con non poca difficoltà il tram 2 o 5 per arrivare in Leidse Square, dove abbiamo prenotato l’albergo e Adriano e Melissa il loro b/b. Li incontriamo, infatti, proprio alla fermata, e appena scendiamo sono un vortice entusiasta di parole ed informazioni, di baci e di abbracci.

Io sono stanchissima. Ho sonno .. quanto mi piacerebbe potermi stendere per un po’ sul letto e magari farmi una doccia rinfrescante! Invece alla reception la ragazza, che pare avere una parrucca elaborata in testa, ci dice che non può darci la stanza prima delle 14:00, quindi mi devo accontentare della toilette di servizio per mettermi un po’ in ordine.

Andiamo a cercare qualcosa da mangiare e la scelta ricadrà su un ristorantino messicano, El Vino, in una traversa di Leidse Square. Questa, ben presto, diventerà una delle mie piazze preferite, squarciata com’è dai numerosi binari del tram che passano su e giù noncuranti della gente, un fiume che scorre senza tregua in cerca di acquisti. Eleganti fiocchi rossi e le luci del Natale la rendono festosa,  le bancarelle che circondano la pista da pattinaggio sul ghiaccio emanano nell’aria un invitante odore di dolci fritti. Il suono di una chitarra elettrica, qualcuno canta gli Eagles.  Nel locale sono tutti gentilissimi. Dividiamo dei nachos per antipasto, e un delizioso burrito e tacos come pietanza. Mi alzo dalla tavola soddisfattissima, usciamo dal ristorante e gironzoliamo un po’, finché l’esigenza di tornare in albergo si fa prepotente, così ci diamo appuntamento per il tardo pomeriggio.

L’albergo è della catena Best Western, dalla hall un po’ vecchiotta e l’arredamento dozzinale, ma c’è acqua calda quanto vogliamo, i termosifoni in camera e in bagno funzionano alla grande ed è in una posizione strategica tra l’enorme Vondel Park e la centralissima Leidse Square. Faccio una doccia al volo poi cado addormentata per almeno due ore. Quando mi risveglio è già tempo di uscire. La tentazione di restarmene al calduccio in pigiama è fortissima, ma c’è una città da esplorare, così mi faccio forza, indosso i miei stivali di finta pelliccia, e andiamo in piazza Dam.

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E’ bellissimo il tragitto in tram! I binari passano lungo il corso principale, brulicante di persone, di ciclisti, ovunque biciclette posteggiate, e poi i romantici canali sotto di noi, dove l’acqua scorre pigra, e le magnifiche case di Amsterdam, strette e lunghe, ognuna con la propria storia … e la propria scala ripida!!! Arriviamo in centro in poche fermate. C’è un luccicante mall chiamato Grand Plaza davanti a quella che viene semplicemente detta La Chiesa Nuova per differenziarla da quella Vecchia nel Quartiere a Luci Rosse. In piazza Dam troneggia un enorme albero di Natale, ci sono attori vestiti da Batman o da Dio Nettuno immobili o quasi che scambiano foto con i passanti. C’è il Museo delle Cere, un albergo chic, un altro centro commerciale luccicante, una folla mista di turisti, (in bici, in auto, in tram, a piedi..), carretti che vendono dolci e hot dog.

Melissa e Adriano arrivano dopo venti minuti. Facciamo una lunga passeggiata lungo i canali nella zona del Quartiere a Luci Rosse o Quartiere Gotico.

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Credo che il fascino di Amsterdam derivi non solo dalla sua oggettiva bellezza, ma anche dalle sue notevoli contraddizioni. All’ombra dell’imponente e severa Old Church tanti stretti vicoletti offrono sesso a qualunque ora del giorno e della notte, e per noi, abituati all’occhio antidiluviano del Vaticano, è strano. Melissa mi spiegava che le ragazze pagano l’affitto di quelle vetrine dalle luci rosse, come fossero spazi pubblicitari, pagano regolarmente le tasse e sono tutelate da un punto di vista igienico-sanitario. Alcune sono bellissime, semi nude, in lingerie, in costume da bagno, nei loro stanzini a richiamare l’attenzione stando molto attente che nessuno le fotografi. Ci sono moltissimi teatri di spettacoli hard, come il Casa Rosso, ingresso solo due euro, e il curioso Museo del Sesso.

Gironzoliamo per Waterloo Plein, dove stanno smontando le bancarelle del mercato delle pulci che si tiene qui, ogni giorno, dal lunedì al sabato, dai tempi in cui i primi ebrei trovarono in Amsterdam una nuova casa. Arriviamo in Rembrandt Square, dove ammiriamo il complesso scultoreo dedicato all’omonimo pittore e ai principali personaggi ritratti ne La Ronda di Notte, forse una delle sue tele più celebri.

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Comincio ad avere fame. Torniamo in centro passando per mercatini di tulipani e souvenir, prendiamo il tram per poche fermate, quindi siamo di nuovo vicino piazza Dam, dove scegliamo un ristorante cinese per nulla sobrio da fuori, perché tutto colorato e illuminato nei suoi tre piani, ma che dal menù sembra ottimo, si chiama Oriental City. Assaggio dei buonissimi involtini primavera con dentro funghi e carne di maiale tritata, poi del chicken chop suey, ovvero pollo preparato con tante verdure croccanti accompagnato da semplice riso bollito.

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Usciamo che è ancora presto per tornare in albergo, così seguiamo Adriano in un coffee shop. Lui ieri si è già procurato la sua bustina di fumo, il miscelatore, le cartine … insomma tutto l’occorrente per un dopo cena trasgressivo. Il posto si chiama Old Church. E’ carino dentro, intravedo tavolini e arredi etnici nella nuvola di fumo che si è creata, e mentre Adriano rulla lo spinello noto con stupore altre interessanti contraddizioni:  non si possono ordinare alcolici, non si possono fumare normali sigarette, non si possono usare i cellulari ( forse per le foto?!?), non si possono assumere droghe pesanti. Valerio, che non ha manco mai provato una sigaretta in vita sua, viene coinvolto nonostante la sua riluttanza, ed è divertentissimo vederlo armeggiare con la canna tra le mani, mentre Adriano ci domanda se noi due da soli lo avremmo mai fatto, e la mia risposta è stato un convinto “no”. Certamente io e Valerio non ci saremmo lasciati prendere e probabilmente sarei tornata a casa con questa curiosità insoddisfatta. Devo dire che anche grazie ad Adriano e Melissa abbiamo fatto “esperienza” di Amsterdam, non una semplice visita turistica, e, da questo punto di vista, hanno sicuramente arricchito la nostra vacanza.

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Tornando in piazza Dam ci dividiamo: ci siamo svegliati alle tre stamattina, non dimentichiamolo, e nei prossimi giorni avremo ancora tanto da girare. Per quei due matti, invece, sembra che non sia ancora arrivata l’ora di andare a dormire: ci diamo appuntamento a domani e li vediamo allontanarsi nella folla, in cerca di qualche altro locale dove fare baldoria.

Domenica 30 mi sveglio che è ancora buio. Pensavo fosse ancora molto presto, poi mi sono resa conto che il cielo nuvoloso e la poca luce invernale in un paese del nord potrebbero avermi giocato un brutto scherzo: in realtà sono quasi le 9:00. Si vede che stiamo viaggiando in compagnia. Io e Valerio da soli alle 8:00 siamo di solito già in giro a curiosare. Questa calma non mi dispiace affatto però. Usciamo a far colazione in Leidse Square al Pancake Corner, dove mangiamo due enormi pancake con topping vari da mandare giù con una buona spremuta d’arancia.

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Lì vicino c’è un delizioso negozietto che vende souvenir. Scegliamo con cura i nostri ricordini, poi ce ne torniamo in albergo e usciamo di nuovo per una passeggiata digestiva al vicino Vondel Park. Di Adriano non abbiamo ancora notizie. Probabilmente ieri sera hanno fatto tardi, perché sono quasi le 12:00 e il cellulare ancora tace. A mezzogiorno passato ci dicono che ci raggiungeranno al parco, ma darsi un appuntamento non è così facile vista la vastità del giardino. Sono quasi cinquanta ettari, con piste ciclabili, sentieri per il jogging (siamo circondati da corridori impavidi in calzoncini con questo freddo) , laghi artificiali e una miriade di uccelli di ogni tipo, tra i quali persino dei pappagalli! Una volta incontrati continuiamo a passeggiare in direzione del Pavillion, una sontuosa costruzione che doveva fungere da spazio ricreativo in passato, ma che ora è in totale stato di abbandono.

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Sono quasi le 13:00 quando Francesca manda un sms per dire che sono in albergo, così li passiamo a prendere e quando scendono mi accorgo che sono un po’ stanchi, ma affettuosi come al solito. Fatte le dovute presentazioni andiamo a cercare un posticino per mangiare qualcosa.  La scelta ricadrà su un meraviglioso ristorante thailandese chiamato Thai King, sempre in Leidse Square. Il servizio è forse un po’ lento, ma ci consente di chiacchierare e di far conoscere meglio i nuovi arrivati con il resto della famiglia. I piatti sono tutti delicati, speziati con dolce latte di cocco. Finito il pranzo sono talmente contenta da non veder l’ora di fare una bella passeggiata per le vie del centro tutti insieme. Sfortunatamente Melissa non si sente un granché bene, così ci dividiamo.

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Con Fabio e Francesca percorriamo il corso affollato che da Leidse Square porta a piazza Dam, al solito allegro e vivace. Ci fermiamo in tutti i negozietti che attirano la nostra attenzione, dal colorato Pylone che vende oggettistica di design, all’Herri Willig Cheese, che ha tante forme di formaggio giallo in vetrina, dove provo un assaggio di caciotta alle noci con una buona dose di mostarda. Nel quartiere Spui, un po’ alternativo, pieno di locali che in realtà sembrano più centri sociali, tra canali e biciclette, notiamo degli originali murales, uno dei quali raffigura Van Gogh. Ci fermiamo in una tea-room per qualcosa di caldo. La scelta ricadrà su tre espressi ma, ahimè, a parte il biscottino all’anice che hanno messo sul piattino poco altro davvero si salva. Da piazza Dam passiamo per il quartiere a luci rosse, dove le donnine sono già in vetrina, solo meno belle e meno giovani rispetto a quelle che si esibiscono la sera.  Siamo nella zona del ghetto cinese, dal tempio colorato, arriviamo in piazza Rembrandt, quindi, stanchi e infreddoliti, ce ne torniamo in albergo per riposare un po’.

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La sera, riunita la truppa, andremo a mangiare carne argentina al CAU, una steak-house molto fashion dove fa un caldo assurdo, ma dove la carne si taglia davvero con lo sguardo per quanto è tenera. Il mio hamburger era eccezionale!!! Dopo cena di nuovo la compagnia si divide: passeggiatina tranquilla per noi, coffee shop o magari casinò per i più giovani. Non andiamo a letto tardi, domani c’è il veglione, vogliamo conservare le energie, ma la sensazione è che oggi abbiamo mangiato e nient’altro. Non abbiamo visto niente di nuovo rispetto a ieri, anzi, è stato lo stesso giro, ma in versione diurna. Spero ci rifaremo nei prossimi giorni.

Il 31 Dicembre andiamo al museo di Van Gogh il quale, causa lavori, è stato spostato in un altro quartiere, facilmente raggiungibile con il tram 10 . La visita non è per nulla economica né particolarmente interessante, per lo meno non come descritto da tutti quelli che c’erano stati prima di noi. Sarà che io e Valerio avevamo visto molti dei capolavori del pittore olandese al MoMa di New York e al D’Orsay di Parigi, quindi forse non c’è stato l’effetto sorpresa nel trovarsi di fronte il suo tratto così nervoso e distintivo. Al piano di sotto del museo, forse per giustificare il costo del  biglietto, c’è tutta una carrellata di arte impressionista minore, artisti mai sentiti e tele infarcite di neoclassicismo trito e ritrito. Quando usciamo un vento gelido ci aspetta. Adriano e Melissa decidono di andarsene per conto loro a mangiare qualcosa per poi andare a riposare; noi quattro ce ne andiamo con il tram nel quartiere Jordaan, ex sobborgo popolare poverissimo, dove viveva la bassa manovalanza della città.

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Anna Frank viveva qui con la sua famiglia, costretti a nascondersi in un’intercapedine ricavata dal retro di una libreria girevole per sfuggire alla follia nazista, finché non sono stati traditi dai vicini. Ora che ci penso forse è stato un bene non essere riusciti a entrare. Sarà stato anche un posto suggestivo, ma non oso immaginare la mia tristezza uscendo da lì. Invece, una fila chilometrica tutta intorno la vicina Basilica di San Nicholas, dalle cupole blu, ci ha convinti a non entrare, e con l’allegria di chi ha quasi scampato un pericolo, ce ne andiamo a mangiare in un ristorante olandese nel quartiere Spui, a soli 800 metri da qui.

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Il locale ha un nome impronunciabile, Haesje Claes, e pare sia aperto dal 1520. In effetti sembra molto antico, dalle calde pareti in legno intarsiato, piatti di porcellana tipica come decorazioni e brocche di rame. Le cameriere sono davvero gentili, forse il servizio è un po’ troppo lento, anche se, và detto, il locale è pieno. Ordiniamo dell’aringa fresca con cipolle e sottaceti, delle crocchette di formaggio olandese calde favolose, e un filetto al sangue con salsa bernese, funghi, purè e verdure ripassate al burro. Dividiamo un piatto di ostriche freschissime ed enormi con Fabio, mentre Francesca trangugia una zuppa calda con piselli e wurstel. La birra era bianca, buonissima, fragrante e persino il caffè non sembra poi così male. Peccato che adesso bisogni uscire ad aspettare il tram. Se ci fossero state delle stanze al piano superiore credo ne avremmo approfittato senza problemi.

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Tornati in albergo ci riposiamo un pò e ci prepariamo per la serata. Non abbiamo in programma niente in particolare, se non cenare da qualche parte, (io non ho neanche troppa fame dopo la scorpacciata di poche ore fa), per poi riversarci per le piazze e le strade di Amsterdam a vedere i fuochi d’artificio. Non si sa nemmeno se con il temporale che nel frattempo è scoppiato ci sarà un cambiamento di programma, a dirla tutta. Prendiamo uno degli ultimi tram in circolazione fino alla stazione. Pare che lo spettacolo pirotecnico più importante sia qui in zona, ma piove come dio la manda, e in strada un sacco di ragazzi hanno già dato il via a  petardi e bombe carta che rendono pericoloso passeggiare. Per ripararci entriamo in un locale dall’insegna verde che svetta all’orizzonte, si chiama The GrassHopper. Da fuori proviene fumo e musica, non ci crediamo proprio che in sei e senza prenotazione riusciremo a trovare posto. Invece, fortuna vuole che la gentile cameriera bionda ci faccia accomodare ad un grande e accogliente tavolo rotondo all’ultimo piano, accanto a un caminetto che scopriremo essere la cuccia di un gattone bicolore, Christopher,  il quale, sornione,  ci terrà compagnia per tutto il resto della cena. Sappiamo che dobbiamo perdere tempo, fuori ancora diluvia, dall’alto la strada è un tappeto di ombrelli aperti, mentre dalle esplosioni sembra di stare a Kabul. Ordiniamo delle birre, poi un antipasto misto da dividere in sei, quindi prendo un’insalata al salmone e uno strudel di mele da dividere con Vale. Alle 22:30 Adriano comincia a dire che vorrebbero andarsene per cercare un altro posto, che non gli va di fare mezzanotte lì, anche perché le cameriere verranno prima o poi a reclamare il tavolo.

Paghiamo quindi, vorremmo spostarci al piano di sotto adibito a pub e ancora più sotto a coffee shop, ma c’è davvero troppa gente, così ci ritroviamo in strada a girare senza sosta per 40 minuti buoni, schivando pozzanghere e ubriachi, rompendo ombrelli per il forte vento, 40 minuti di “entriamo lì, proviamo, no siamo stipati come in un tram, usciamo mi manca l’aria, cerchiamo un taxi, andiamo verso l’albergo, no restiamo in centro, dividiamoci, no restiamo uniti”, finché davanti a una folla in fila per entrare in uno dei coffee shop più famosi di Amsterdam, il Bulldog, ci salutiamo.

Rimasti in quattro riusciamo a trovare un taxi in piazza Dam che per 30 euro ci riporta in zona albergo. Alla guida un pazzo mezzo indiano, non sembra conoscere l’uso del freno, quasi sperona una Golf, e credo che in certi tratti sia andato contromano o su due ruote. Il tutto chiacchierando allegramente con Valerio che si era seduto davanti, e lì ho avuto la netta sensazione che ci abbia caricati in auto più per avere compagnia poco prima della mezzanotte che per reale necessità. Ci lascia in una zona mai vista prima, ma lui continua a dire che è vicino il nostro albergo, ci augura buon anno e se ne va. Siamo bagnati fino alle ossa, ma siamo allegri e contenti, io per lo meno non ho mai riso così tanto, di sicuro una delle notti più folli della mia vita. In lontananza riconosco la zona dell’Hard Rock Café , l’unica in tutta la città ad avere come decorazione natalizia degli scacchi illuminati. Abbiamo provato a entrare per cena anche ieri sera, ma c’erano due ore di attesa per un tavolo … Mancano venti minuti a mezzanotte. Valerio chiede alla cameriera all’ingresso se possiamo entrare per bere qualcosa ..Miracolo! Non solo entriamo, ma troviamo anche un tavolo per quattro proprio vicino una grande finestra che dà sul canale. Da qui abbiamo una vista privilegiata sui fuochi d’artificio che da lì a poco illumineranno il cielo e l’acqua di questa straordinaria città. Ci sediamo, ordiniamo delle birre, quindi comincia il countdown, tra i simpatici camerieri tutti vestiti a festa e la magnifica musica che contraddistingue questo locale nel mondo. Auguri!!!

Restiamo ancora un po’ a goderci la serata, tra un bicchiere di tequila e un margarita annacquato, finché verso le 2:00 stanchi, ma davvero contentissimi per come alla fine è andata, anche grazie a tutta una serie di colpi di fortuna, ce ne torniamo in camera.

Il primo giorno del nuovo anno ci svegliamo con calma che sono le 10:00 passate. Con i ragazzi abbiamo in programma una passeggiata nella zona del Museum Plein dove hanno allestito la famosa scritta tridimensionale I AMSTERDAM che tanto va di moda nelle foto dedicate a questa città. Usciamo che è ancora tutto silenzioso e quieto. Per le strade i segni dei bagordi della notte appena trascorsa, scatole di cartone afflosciate per l’umidità, cartucciere, bottiglie. Il lungo viale che costeggia il Vondel Park fino al Museum Plein è ampio e fascinosamente bagnato. Nel complesso, oltre al museo di Van Gogh in restauro, c’è quello di arte moderna, dalla meravigliosa forma di una vasca da bagno, il Rijksmuseum, un pot-pourri di arte fiamminga e asiatica, il Museo dei Diamanti, che spero nessuno vorrà vedere, e la scritta da me sopra citata, di fronte un enorme prato verde curato .. Chissà quanta gente ieri sera qui a festeggiare! Facciamo foto in ogni salsa, passiamo a far colazione nella moderna caffetteria del museo, dove sorseggio un’ottima cioccolata calda accompagnata da qualche macaron, poi andiamo a vedere il museo di arte moderna, o Stedelijk per gli amici.

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Il costo del biglietto è elevato, ma la visita è molto più difficile rispetto al Van Gogh, perché non abbiamo contesto culturale, e restiamo perplessi di fronte a sculture apparentemente deformi o cubi colorati che dovrebbero rappresentare qualcosa. Passiamo per sale zeppe di oggetti di design, dalle stoviglie alle sedie usate quotidianamente da ognuno di noi, ed è interessante notare come tanti vecchi arredi che vedevamo da piccoli in casa dei nonni o da qualche altro lontano parente siano in qualche modo tornati di moda.  Secondo me gli ideatori di mobili da Ikea si aggiornano costantemente attingendo al passato in posti come questo.

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Un corridoio dalle pareti colorate di stampe (mi piacerebbe portarmene una a casa, chissà che non ne vendano al gift shop)conduce al piano di sopra, dal tetto illuminato al led. Al primo piano la visita è più variegata: si passa da foto a semplici oggetti messi là quasi per caso,  quadri variopinti che sembrano disegnati da bambini, ma l’apoteosi si è raggiunta nella sala dei filmati.

Una pellicola a colori rappresentava un attore (da me ribattezzato Il Deficiente) tutto vestito di rosa con una maschera sul volto e una parrucca bionda, una sorta di moderna Cappuccetto Rosso, che cerca di imitare la forma del cestino di vimini che ha in mano. In un’altra abbiamo assistito alla tediosa recita di Natale di un gruppo di bambini vestiti come angeli. La mia preferita è stata l’opera di un artista morto recentemente composta da quattro tv lcd ognuno legato a una cassa audio. Ogni tv doveva rappresentare una fase specifica nella vita di un uomo. Nel primo una bottiglia semivuota mandava vagiti come quelli di un bebè. Nel secondo e nel terzo la bottiglia si riempie sempre di più di una città spaziale che respira e ride. Nell’ultimo la tv ogni cinque secondi trema ed emette un urlo di donna, forse rappresentando la morte. Non ho potuto fare a meno di ridere. Ecco l’urlo che sentivo dal piano di sotto, tanto da farmi credere che stessero scannando qualcuna!

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E’ fantastico anche solo il dibattito che queste opere riescono ad aprire, mi affascina la fantasia e l’ispirazione che ne sono state alla base, e anche un po’ la faccia tosta di certi a proporla come opera d’arte e di altri a dichiararla tale. Di sicuro è l’arte più democratica che ci sia: ognuno può vederci o non vederci quel che vuole!

Valerio alla vista della tv che strilla non regge e se ne va afflitto da tutto il peso della cultura, non prima di averlo sorpreso in solitudine in tutta la sua mestizia con la mia macchina fotografica.

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Dopo un po’ lo raggiungo anch’io all’uscita, ma solo perché sono stanca, non perché non mi sia divertita. Quando finalmente escono anche Fabio e Francesca, entusiasti, andiamo a mangiare dei panini incredibilmente buoni in un chiosco nelle vicinanze che porta una promessa nel nome “ come in hungry, go out happy”.

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Si sta abbassando la temperatura. Passeggiamo lungo il canale che costeggia i musei fino ad arrivare alla fabbrica della Heineken, deliziosamente decorata con tante bottiglie verdi di omonima birra, ma che oggi è purtroppo chiusa alle visite. Vorremmo prendere il battello per fare il giro dei canali, ma scopriamo che l’imbarco è proprio davanti l’Hard Rock Cafè, così, una volta arrivati a piedi, facciamo i biglietti e per le 15:30 siamo a bordo.

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Ah, che calduccio!

Penso che questo giro di 75 minuti da solo valga tutto il viaggio!

Le architetture di Amsterdam si osservano meglio dai canali, e il radio racconto in ben 12 lingue ci aiuta a capire meglio la storia e gli aneddoti legati a questa città particolare.

Arriviamo fino alla zona del Nemo, dalla struttura di bronzo che ricorda una nave che affonda secondo l’idea di Renzo Piano.

Ecco, se avessi avuto più tempo mi sarebbe piaciuto esplorare meglio questa zona a piedi, magari visitando non tanto questo museo, perché più per bambini, quanto il vicino museo Marittimo, pieno dei ricchi tesori provenienti dai numerosi galeoni olandesi in rotta verso le Indie.

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Torniamo in albergo, ci riposiamo, usciamo di nuovo per le 20:30 che sta piovendo.

Sono molto stanca, ma andiamo comunque a mangiare in un ristorante indonesiano non lontano da qui. Una cena da incubo! E’ tutto dolciastro, pieno di burro di noccioline, dalle insalate al pollo, tutto pesante e stomacante. Per non parlare dei piatti piccanti, che per me sono out. Nessuno è particolarmente soddisfatto… Quando usciamo i ragazzi si fanno fuori  un hot dog, un waffle al cioccolato e una frittella di mele fritta, questo per far capire i livelli di fame!

Il mattino seguente abbiamo la sveglia prestissimo. Il taxi alle 04:45 è già fuori ad aspettarci. Dormiamo fino a Francoforte, poi qui facciamo colazione con della frutta fresca e un buon biscotto al burro e cioccolato.

Torno a Roma con un pensiero:  per far funzionare un  viaggio di gruppo bisogna riuscire a mantenere l’indipendenza. E’ l’unico modo per far coesistere personalità tanto diverse tra loro… Credo che questo sia stato il segreto di questo capodanno speciale. Soprattutto se a far da cornice c’è una città strepitosa come Amsterdam.