Werchter, Bruxelles,Bruges e Gant 2012

“I Pearl Jam suoneranno sul palco del Werchter Rock Festival il 29 giugno!” La voce di Valerio dall’altra parte del telefono è piena di entusiasmo ed io, svogliatamente sdraiata sul letto, sbircio su Google dove cavolo si trovi questa località ignota, mai sentita prima d’ora. Appurato il fatto che stiamo parlando del Belgio, mi viene in mente che per una fortunata combinazione astrale non solo il 29 la farmacia sarà chiusa, ma anche che il sabato dopo corrisponde al mio giorno di libertà. Perfetto! “Facciamo i biglietti allora!”. Questa volta è Valerio ad essere un po’ scettico. Siamo sotto spesa, tra un po’ andiamo a vivere insieme, ci sono un sacco di cose da comprare. Ragioniamo sul fatto che sia un evento unico, che non ricapiterà facilmente, che potremo comunque fare economia su altre cose, ma no, su questo no.  La parte difficile è trovare un buco dove passare la notte: pare ci sia una lista d’attesa lunghissima per riuscire ad accaparrarsi una camera nei dintorni, perché ci vengono da tutte le parti del mondo per assistere a questo spettacolo e noi, ancora più galvanizzati, abbandoniamo l’idea di soggiornare nella vicina Lovanio e cominciamo a cercare nella capitale. Bruxelles è cara arrabbiata, chiedono cifre spropositate anche per dormire in bettole anteguerra, finché Vale, girovagando su TripAdvisor, non si imbatte nell’hotel Aloft, nel quartiere del Parlamento Europeo. Una volta prenotatati auto (perché scopriamo sul sito dell’evento che l’ultima navetta partirà per Bruxelles a mezzanotte, tempi davvero troppo stretti) e biglietti aerei non dobbiamo far altro che attendere la bellezza di tre mesi!

Ne sono successe di cose nel frattempo … licenziamenti, nuovi colleghi di lavoro, ma soprattutto io e Valerio siamo andati a vivere insieme…

La mattina della partenza non sentiamo la sveglia suonare alle 4:45. Il taxi è già sotto casa quando ci chiama al cellulare e meno male che avevamo finito di fare le valigie la sera prima, altrimenti ci saremmo dimenticati mezza casa. Il taxista è un pazzo che crede di stare a pilotare un aereo perché pare voglia decollare sulla Roma Fiumicino andando a 180 km/h. Partiamo puntuali alle 06:30 e a bordo dormiamo sodo, tanto da non accorgerci quasi che siamo arrivati.

A Bruxelles ci attende un bel fresco corroborante e la cosa non ci dispiace affatto, visto che a Roma abbiamo lasciato delle temperature sahariane. Una volta ritirata la nostra Ford Ka ci buttiamo nella bolgia del traffico cittadino, ma, ahimè, ci rendiamo conto solo ora di essere sprovvisti delle mappe necessarie per orientarci in questo dedalo di strade e gallerie a senso unico e abbiamo un po’ di difficoltà per raggiungere il nostro albergo.

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Valerio si fa prendere dall’ansia: già propone di fermarsi a comprare un navigatore nuovo in un qualsiasi negozio di elettronica, finché non provo a leggere la cartina all’interno della nostra guida, cosa improbabile per me, di solito negata a far da copilota. Fortuna vuole che l’albergo svetti alto e possente all’orizzonte, come un’oasi in mezzo al deserto, e, trovato faticosamente un parcheggio, visto che la zona intorno all’hotel è tutta transennata per via dell’ennesimo summit per cercare di salvare la moneta unica, entriamo nella hall.

Mai visto albergo più fico di questo!! E’ tutto coloratissimo, ultra moderno, di design. In fondo delle magnifiche pareti viola fanno da cornice a  un biliardo nuovo di zecca. C’è anche un calciobalilla tra le poltrone e i divani dalle alte spalliere, che fanno l’occhiolino agli anni’70. Una zona relax è completamente circondata da vetri sui quali sono state riprodotte delle simpatiche caricature.

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La giovane receptionist si scusa, ma proprio non può darci una camera prima delle 15:00, così lasciamo i bagagli al deposito, ci diamo una sistemata nella profumata toilette di servizio e partiamo alla volta di Werchter. Abbiamo parcheggiato non lontano da qui, proprio davanti una croissanterie-boulangerie che diventerà un punto di riferimento nei prossimi giorni perché molto invitante, si chiama Paul. Acquistiamo delle golose baguette ai semi di papavero farcite di pollo, senape e pomodoro da smangiucchiare durante il viaggio, qualche succo e ce ne andiamo in campagna.

Werchter dista una trentina di chilometri da Bruxelles, nel cuore delle Fiandre. Troviamo parcheggio in un campo fangoso alla non modica cifra di 15 euro e da lì ce la facciamo a piedi, sul ciglio della strada insieme a centinaia di altri ragazzi provenienti da tutto il mondo in una sorta di moderno pellegrinaggio: chi va scalzo, chi non ha più un pezzo di carne pulita tant’è pieno di tatuaggi, chi già gira con la birra e non è manco mezzogiorno. Ecco comparire i primi campeggi, il modo più economico per soggiornare, soprattutto per chi sceglie di restare per tutti e quattro i giorni di musica previsti. Da qui sembra un’unica enorme macchia di colore, migliaia di canadesi l’una attaccata all’altra. Molti si stanno svegliando in questo momento, ragazzi e ragazze in calzoncini, mutande, infradito, a spasso con lo spazzolino mentre la bocca schiuma, e io mi domando con quale acqua mai si sciacqueranno, visto che non vedo bagni o fontanelle nelle vicinanze. La zona nei pressi della biglietteria è praticamente riservata ai rifornimenti di viveri e generi di conforto. Oltre a camioncini mobili che preparano salsicce e panini hanno allestito un intero pullman a supermercato, fantastico! Ci perquisiscono all’entrata, un uomo per i maschietti, una donna per le femminucce, poi ci fanno passare sotto una specie di gabbia dove, tramite una efficiente quanto militaresca catena di  montaggio, ci infilano un braccialetto colorato al polso, lo chiudono stretto con un anello metallico, lo attivano come fosse un gps e  .. voilà, siamo nel parco del rock!!

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Ci procuriamo il programma del festival, il quale fa sapere che domani e dopodomani suoneranno artisti del calibro dei Wolfmother, Dropkick Murphy’s, Noel Gallagher e che ieri si sono esibiti i Cure. Il parco è gigantesco: lungo il perimetro tantissimi stand vendono roba da bere e da mangiare, abbigliamento, gadget e un discreto angolo merchandising davvero troppo caro. Al centro tanti tavoli con le panche, di quelli per i picnic, fungono da aerea ristoro, e ben tre palchi più o meno coperti per ospitare i vari artisti di oggi, non solo star dal nome blasonato, ma anche band locali e giovani musicisti emergenti. Ci mettiamo seduti sotto al sole ad ascoltare il primo gruppo, i potenti Eastern Conference Champions, ma già le prime avvisaglie di stanchezza si cominciano a far sentire, e penso con sconforto a cosa faremo fino a stasera con questo caldo, senza un posto comodo per riposare, in mezzo a una folla sempre più numerosa che beve birra a fiumi. Mah, speriamo non succeda qualche disgrazia, anche perché non vedo girare nessun servizio di vigilanza. Prendiamo delle coche e mi accorgo solo ora di quanto sia efficiente il servizio di raccolta differenziata: ogni 20 vuoti tra bottiglie e bicchieri c’è una consumazione in omaggio.. e in effetti è pieno di ragazzi che vanno in giro con la sporta della Coca-Cola a raccattare immondizia … volontariato con ricompensa.. Beh, non c’è che dire, sono davvero organizzatissimi e penso con rammarico a quanto noi italiani siamo ancora indietro, anche da questo punto di vista.

Le ore da trascorrere sono interminabili, nonostante la merenda a base di hot dog affogato nelle salse e le bibite morigerate per la paura di dover correre in bagno, che a quest’ora non oso immaginare come sia ridotto.

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La cosa peggiore sono il mal di piedi e il mal di schiena, ma anche l’ansia che comincia a salire quando ti rendi conto che provare a lasciarsi andare seduti sull’erba non è semplicissimo con la calca che sembra non vederti e, letteralmente, ti calpesta o ti brucia con la cenere della sigaretta. A pomeriggio inoltrato, poi, il mare di sporcizia che ci circonda non ha eguali e comincio a pensare che l’inferno sia pressa poco così: cartacce, puzza di cibo inacidito, non una zolla di erba pulita dove bivaccare, ubriachi che si tirano fuori il membro e cominciano a urinarti quasi addosso mentre stai mangiando,  e folla, folla, folla che non si ferma mai, un mare di gente che va e viene. Si esibiscono artisti mai sentiti come Wiz Khalifa, che fa hip-hop, Gossip, una cicciona che usa “fuck” come intercalare e che fa orrenda musica pop, un gruppo di poveracci belgi, i dEUS, che ci sorbiscono oltre 40 minuti di canzoni lunghissime, manco fossero i Pink Floyd, e finalmente, Jack White, che comunque non apprezzo a pieno, vista la stanchezza.

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I PJ arriveranno non prima delle 22:30, con un carica di energia palpabile, e il bellissimo Eddie Vedder che con la sua voce calda, inconfondibile, dopo aver cantato Do The Evolution, canzone scelta come intro, augura a tutti una buona serata cercando di parlare in fiammingo, tra le ovazioni del pubblico. Hanno suonato le migliori, ma d’altronde quali sono le peggiori? Mi sono commossa quando hanno intonato Elderly Woman Behind The Counter In A Small Town, e Just Breathe, forse le mie preferite in assoluto.

 

Belgio giugno2012 067   Belgio giugno2012 069 Belgio giugno2012 073 Belgio giugno2012 068   Ce ne andiamo tra le note di “Black”, stanchi, disidratati, con un gran bisogno di buttarci sotto la doccia. Le mie labbra sono cotte per il troppo sole, mi è scoppiato un mal di testa fortissimo, ma sotto sotto sono contenta, nonostante continui a pensare che ci saremmo dovuti e potuti organizzare meglio di così.

Arriviamo in albergo che sono quasi le 2:00 . Facciamo da soli il check-in grazie al pc a disposizione degli ospiti e ci danno la chiave della 403, quarto piano: stanza superlativa, spaziosa, coloratissima, con un letto che pare fatto di piume e un sapone in bagno che sembra estratto direttamente dall’oceano. Non facciamo fatica ad addormentarci. Domani dovremmo visitare Brugge e Gand, ma vorrei alzarmi non prima di mezzogiorno.

Il mattino seguente sono le 10:00 e Valerio già si è fatto la doccia senza che me ne accorgessi. Un mal di testa latente so che mi rovinerà la giornata, e a mala voglia mi trascino in bagno sperando di svegliarmi. Ci mettiamo in macchina e senza traffico arriviamo a Brugge in due orette scarse. Sono di pessimo umore ora. Il sonnellino in macchina ha fatto peggio, il mal di testa è diventato martellante, sono talmente nervosa che ogni scusa sembra buona per discutere.

Usciamo da un parcheggio sotterraneo e ci ritroviamo in una piazza soleggiata dove stanno allestendo delle bancarelle, mentre la gente sorbisce il caffè ai tavolini all’aperto di un bar. Mi fermo in farmacia per un analgesico perché, come una scema, ho lasciato l’Aulin in valigia e pian piano comincia ad andare meglio, e cerco di lasciarmi prendere dall’atmosfera rilassata di questa magnifica cittadina, dichiarata patrimonio dell’Unesco già dagli anni’70. Ogni angolo nasconde un tesoro da fotografare: una casetta dal tetto particolare, una vetrina piena di bottiglie di birra, una finestra incorniciata di fiori colorati, una cioccolateria tipica da cui proviene un delizioso odore, un canale dove si specchiano vanitose le papere con il loro codazzo di pulcini. Ovunque poi romantiche carrozze trainate da possenti cavalli rendono il paesaggio d’altri tempi, medievale, unico.

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Comincia a piovigginare quando ci rimettiamo in macchina e partiamo alla volta di Gand. La cosa bella nel visitare un paese nordico in questo periodo dell’anno è che il sole tramonta tardissimo: basti pensare che alle 22:30 era ancora giorno. E’ stato anche questo che ci ha permesso di visitare, oltre al fatto che il Belgio sia una nazione davvero piccola, due città in un solo giorno.

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Gand non mi fa una bella impressione all’inizio. Sarà che piove a dirotto, sarà che è grigia, come il cielo sopra di noi, sarà che in giro non c’è un’anima e tutti i negozi sono chiusi. Troviamo un parcheggio vicino la Cattedrale, chiusa anch’essa, e passeggiamo bagnandoci come pulcini tra il via vai dei tram. La nostra visita si limita a una breve passeggiata sopra e sotto il ponte principale, quello che porta verso il Castello, ma piove talmente da dover entrare in uno Starbucks per ripararci, sì, ma soprattutto per prendere un caffè latte caldo.

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Quando ce ne andiamo sono passate da poco le 20:00 e in un’oretta siamo di nuovo a Bruxelles, fin troppo tranquilla per essere una capitale europea di sabato sera.

Il sole fa capolino da una nuvola per darci il buon umore, così, piuttosto che tornare subito in albergo, nonostante la stanchezza, non so come troviamo la forza per gironzolare in macchina per la città.. Probabilmente la nostra curiosità di conoscere ed esplorare posti nuovi è più forte di qualsiasi altra cosa.. Vediamo la Basilica del Sacro Cuore, davvero brutta, la Cattedrale, ci imbattiamo in vari murales raffiguranti molti dei personaggi dei fumetti che sono stati creati proprio qui, come TinTin e i Puffi e la zona a nord della città, presieduta da uffici e alberghi cinque stelle sotto i quali passeggiano prostitute fin troppo truccate … che strano, all’estero non mi era mai successo di incontrarne.. credevo ci fossero quartieri appositi o case di tolleranza, invece qui è tristemente come da noi .. Ci perdiamo a furia di gironzolare in lungo e in largo, e non è che le indicazioni stradali siano così precise in questa città …

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Quando torniamo nel quartiere del parlamento europeo ci accorgiamo che sono quasi le 23:00 e ancora non abbiamo cenato. In una piazzetta vicino l’Aloft ci sono un sacco di localini con tavoli all’aperto che propongono soprattutto cucina italiana, greca e marocchina. Ci fermiamo in una tavola calda gestita da turchi, dove assaggiamo dei gustosi felafel e un saporito kebab. Non si può dire che sia una città economica per mangiare … persino in questa bettola siamo riusciti a spendere 20 euro in totale, e senza neanche prendere da bere! In hotel mi rilasso con una buona doccia calda e guardo un programma di comicità tipicamente inglese in tv, una specie di Zelig londinese. Domani si riparte però, sarà meglio preparare la valigia.

Belgio giugno2012 346  Domenica mattina salutiamo a malincuore questa magnifica camera e facciamo il check-out. La receptionist è una ragazza italiana la quale  ci spiega che avendo rinunciato al servizio di housekeeping ( per soli due giorni mi sembrava uno spreco, anche perché la stanza era già ordinata e pulita) abbiamo vinto un voucher di 5 euro da spendere al bar o da devolvere in beneficenza per i bambini dell’Unicef. Optiamo per la seconda scelta e una volta lasciati i bagagli al deposito andiamo a Zaventem, l’aeroporto, per riconsegnare la macchina. Facciamo il giro del mondo per trovare un benzinaio e fare il pieno, poi lasciamo l’automobile al deposito della Hertz e prendiamo la metro che ci porta alla Gare Central; colazione da Starbucks, quindi siamo di nuovo in metro destinazione Atomium, parecchio fuori città.

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L’Atomium è accanto ad un minuscolo stadio di calcio protagonista, qualche tempo fa, di una finale di Champions League passata alla storia più per gli scontri tra hooligan e poliziotti che per altro.

L’Atomium rappresenta un atomo di ferro ingrandito migliaia di volte, ma non è proprio niente di che. Non ci fanno accedere alla zona merchandising perché bisogna per forza comprare il biglietto per salire su in cima … Mah,  se li tengano i loro modellini kitsch … Facciamo qualche foto al parco e alle fioriere colorate  un po’ più a sud, poi riprendiamo la metro e torniamo in centro.

Dalla Gare Central arrivare alla Grand Place è un attimo. E’ pieno di gente, di friggitorie, di locali che vendono le gauffres, una specie di waffle ricoperto di condimenti a scelta tra crema, cioccolato e frutta, di musicisti molto bravi, tra i quali una minuta ragazza bionda che suona divinamente il clarinetto, ma è anche pieno di sporcizia e puzza, di cibo avariato, di urina, di immondizia.

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La Grand Place è piccola, con il maestoso municipio e qualche palazzo dalle facciate particolari. Oggi c’è un piccolo mercato di fiori allestito sotto le guglie e al centro qualche bancarella che vende quadri e artisti che fanno ritratti e caricature. Dietro la Grand Place è pieno di ristoranti che hanno su scritto”trappola per turisti”. Ci ripromettiamo di non fermarci a mangiare qui intorno seguendo i consigli della guida, poi però, dopo una breve visita alla fontana del Manneken Pis,  ovvero una minuscola statuina nera abbigliata come una bambola che fa pipì, davvero orrida ma che manda in visibilio la gente del posto, chissà perché, stanchi morti ci fermiamo da Fried’n’Roll, una tavola calda poco distante da lì per niente pulita e dove tutto puzza di fritto. Prendo un piatto tipico belga, la Carbonnade a la Flamande, un pomposo giro di parole per dire spezzatino di manzo al sugo con contorno di patatine, manco a dirlo, fritte. Che pesantezza! Mi resterà sullo stomaco tutto il giorno! La birra, in compenso, era buonissima, bianca, fresca e dissetante.

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Avremmo una voglia matta di tornare in albergo per buttarci sul letto ora, ma non abbiamo più una stanza, e anzi, sarebbe troppo presto anche prendere i bagagli e andare in aeroporto, così optiamo per il Leopold Park, dirimpetto al nostro hotel, un piccolo parco con un laghetto artificiale e tante panchine dove pensiamo di rilassarci un po’. Sfortuna vuole che cominci a piovere rovinando i nostri buoni propositi…  Fa davvero troppo freddo, sarà meglio ripararci nella hall dell’albergo e aspettare lì. I divani sono talmente comodi e accoglienti che cado addormentata per quasi quaranta minuti, poi ci sistemiamo e partiamo alla volta dell’aeroporto (ho preso più mezzi pubblici oggi che in tutta la mia vita …).

Mi è piaciuta l’efficienza dello Zaventem … Evidentemente negli anni, con tutte le visite ufficiali al Parlamento Europeo e ufficiose per lavoro e svago, sono riusciti a smaltire di molto le varie procedure di controllo e sicurezza, tanto che ci chiedono i documenti solo al gate al momento dell’imbarco, senza star troppo a cavillare, e neanche ci pesano i bagagli a mano, alla faccia di Ryan Air!

Quando torniamo a Roma, alle 23:00, ci aspettano quasi 30 gradi (e un sonoro 4-0, 4 sberle che la Spagna ha dato in piena faccia alla nazionale italiana nella finale degli Europei di calcio… Bella figura! ).

A casa, una volta scesi dal taxi, ci aspettano più di 40 gradi! E pensare che a Bruxelles dormivamo con la copertina…