Copenhagen 2016

Ogni scusa è buona per fare la valigia e partire.
Stavolta è stato per il mio compleanno, ma avrebbe potuto essere per qualsiasi altra cosa.
La verità è che mettermi a spulciare su internet nuovi voli, nuove destinazioni mi procura una scarica di endorfine difficile da spiegare a parole. Anzi forse sì. Mi fa sentire viva. E ancora di più se penso al periodo che sto vivendo, così vorticoso, stancante, confuso…
Sento di meritarmeli questi-quanti?- due, tre giorni fuori, da qualsiasi parte, pur di ritrovarmi un po’ con i miei cari, un breve ma prezioso periodo da dedicare tutto a me stessa, a mio marito, a mio figlio.
Direte, “ma perché non vivete insieme? non vi vedete già tutti i giorni?”
Ma è il tempo di qualità da passare assieme che manca, stritolato dagli ingranaggi della maledetta quotidianità.
E così, lasciata andare l’idea Cotwolds, davvero troppo dispendiose per le nostre tasche, abbiamo puntato la bussola verso nord, Copenhagen.
Non che il fattore economico sia andato migliorando, ma se non altro l’idea di non dover affittare una macchina e macinare km ci allettava non poco.

Forse proprio l’idea di girare una piccola città a piedi ci entusiasmava e così, rotti gli indugi, abbiamo prenotato i biglietti aerei.
Difficile trovare un appartamentino libero su Airbnb.
Gli host danesi non si degnano neanche di rispondere alle nostre domande in fase di prenotazione, cancellando direttamente la nostra richiesta, finché non ci imbattiamo nell’alloggio di Christian.
A Fredericksberg, l’unica collina di Copenhagen, un ex sobborgo di fabbriche oggi rivalutato a quartiere borghese.

Partiamo dall’aeroporto di Ciampino sotto una pioggia torrenziale. Ci troviamo molto bene con Ryanair in termini di sicurezza e attenzione nei confronti del bambino. C’è da dire che Sami è stato talmente bravo da addormentarsi al decollo per svegliarsi dopo quasi due ore e mezza.
Fa caldo a Copenhagen, non ce lo aspettavamo. Ritiriamo il bagaglio, il passeggino e acquistiamo l’abbonamento ai mezzi pubblici, due pass da 72 ore al costo di 26€ l’uno.
Scendiamo alla fermata Fasanveji e il nostro appartamento è ad appena 200 metri, lungo una strada servita da bar, supermercati, farmacie.
L’appartamento conferma tutto quello visto solo in foto. Ha un ampio salone luminoso, una cucina spaziosa attrezzata anche di caffè, marmellate e muesli per la prima colazione, e un balconcino arredato che è una delizia.

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Christian è educato, parla con voce bassa e sembra timido. Ci dice che anche lui è sposato, che adora girare il mondo è che lo appartamento è in vendita. Anzi, ci chiede se abbiamo qualche cosa in contrario a permettere a dei possibili compratori di venire a vedere l’alloggio proprio questa domenica, dalle 13 alle15. Ci aveva già accennato alla cosa per mail, quindi eravamo preparati, e gli confermiamo che molto probabilmente per quell’ora saremo in giro a vedere la città e che quindi non ci sarà di nessun fastidio.
Ci sistemiamo, mangiamo qualcosa al volo quindi siamo già a dare un’occhiata in giro per il quartiere.
Ci dirigiamo verso il Fredericksberg Have, un meraviglioso parco che circonda l’antica residenza del principe Federico IV, un palazzo rinascimentale fatto costruire secondo i canoni architettonici italiani che è poi l’impronta di tutto il quartiere.
All’interno di questo grande giardino laghetti, sentieri per fare jogging e anche uno zoo, uno dei più antichi di Europa.

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Fuori le larghe strade di Fredericksberg invitano a una passeggiata al calar del sole, imbocchiamo Gammel Fasavenji, una delle arterie principali, piena di negozi di design, ristoranti italiani con tovaglie a scacchi rossi e bianchi dai nomi altisonanti come Sale&Pepe o Pescara, take away.
Ce ne è uno proprio sotto casa consigliato dal nostro host dove preparano piatti della tradizione thailandese e con il freddo di stasera ci facciamo scaldare da due zuppe strepitose da sorbire comodamente a casa.

Il giorno dopo è freddo ma soleggiato così, dopo esserci scaldati con un bel cappuccino, cominciamo la nostra esplorazione di Copenhagen partendo dal castello di Rosenborg.
Questo maniero rinascimentale si erge alto, snello ed elegante nel centro della città, facilmente raggiungibile con la metropolitana scendendo alla fermata Norreport. È circondato da un antico fossato ancora ricolmo di acqua e, aldilà di questo, dai giardini Reali o Kongens Have. Restiamo un po’ a goderci il sole tra aree adibite a coltivazioni di piante aromatiche in serra, roseti, giardini all’italiana.

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Attraversiamo la strada e costeggiando la Rundetarn, la torre circolare, uno dei più antichi osservatori astronomici del vecchio continente, percorriamo lo Stroget, il viale dello shopping, a quest’ora, di sabato, preso d’assalto da turisti e danesi a passeggio.


Alla fontana degli aironi attraversiamo verso il Palazzo di Christiansborg, costeggiamo la Borsa quindi siamo al Black Diamond, la nuova ala della biblioteca reale.
Passiamo per H.C.Andersen e arriviamo ai Giardini di Tivoli, purtroppo chiusi per lo allestimento delle decorazioni in previsione di Halloween. Ben tre settimane di festa sono previste in questo che è uno dei parchi di divertimento più antichi di Europa, aperto già nel 1843.

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A piedi arriviamo al City Hall, quindi entriamo a mangiare all’Hard Rock Cafè.
Il pranzo qui dentro mi ha stupito. Intanto per l’ambiente. Se non fosse stato per il logo e per la musica mi sarebbe sembrato un locale molto Danish, con arredamento di design, e il menù con i piatti soliti della famosa catena americana rivisitati in chiave scandinava, con ingredienti locali come il pane nero ai semi di zucca, salsa di rape rosse, finocchi in julienne.

Passiamo per lo Stroget tornando verso la metro e ci imbattiamo in vari negozi di giocattoli made in Denmark come quello della Lego o BR.
Per cena ci fermiamo al supermercato e acquistiamo salmone, aringhe e qualche zuppa per riscaldarci da queste temperature rigide.

Il secondo giorno pioviggina. Arriviamo con la metro a Kongens Nytorv, ma invece di proseguire per il Nyhavn prendiamo per Amalienborg, un viale elegante pieno di gioiellerie, negozi di antiquariato, sale da the, concessionari di macchine mai viste prima.
Amalienborg è l’attuale residenza dei reali danesi, un palazzo che si sviluppa su una ampia pianta circolare dove le giovani guardie ogni ora si apprestano con strani e bizzarri movimenti a compiere il Cambio. La simmetria con la Marmokirchen, ad ingresso gratuito, già vista nel film The Danish Girl, e la moderna Opera aldilà del mare è strabiliante e molto ben riuscita.

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Passiamo oltre giardini lastricati di marmo e arriviamo alla Fontana di Gion, su un carro mentre sprona i suoi figli-buoi ad arare la terra il più possibile affinché il re di Svezia le potesse concedere un pezzo di terra grande quanto quella che lei sarebbe riuscita a lavorare in una notte. Certo che nel mito il concetto di figlio è sempre ridotto a questo, strumenti senza volontà nelle mani di genitori senza scrupoli, capaci di passare sopra la vita dei propri figli per arrivare ai proprio scopi. Ci si potrebbe aprire un dibattito…


A piedi, lasciandoci alle spalle la chiesa anglicana di Saint Alban, arriviamo alla Sirenetta, una statuetta minuscola ma tanto bellina che sinceramente non capisco abbiano voluto inserire proprio qui, in un posto neanche troppo di passaggio tanto è che potrebbe passare inosservata se non fosse per il nugolo di gente che le si è assiepata davanti alla ricerca dello scatto migliore.
Quel suo sguardo triste, assorto, rivolto verso l’orizzonte mi ha fatto quasi pensare a una ragazza infastidita dalla nostra presenza e che girasse lo sguardo altrove per evitare di incontrare il nostro.


Siamo davanti il Castellet, una antica fortificazione di pianta esagonale, completamente circondata da un fossato di acqua a forma di stella. All’interno ci sono le vecchie casette rosse carminio, ex dimore delle guardie danesi, ancora più appariscenti con il foliage dei salici che le circondano. E’ il pezzo forte di Copenhagen, decisamente la parte che più mi è piaciuta. Mi sono divertita un mondo a fare le foto.

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Tornando indietro passiamo davanti il celebre Museo del Design (se fossimo stati soli saremmo senz’altro entrati, ma Samuele è ancora troppo piccolo per posti del genere)quindi siamo al Nyhavn. All’imbocco del celebre canale hanno allestito un’opera moderna di una artista ghanese molto suggestiva e d’impatto. E’ nell’ambito di una mostra chiamata An Age of Our Own Making, e il tema del lavoro è il sacco di iuta, oggetto di uso comune nella comunità africana che viene usato nei campi di caffè e di zucchero.
E’ interessante come il sacco diventi negli anni un documento di identità vero e proprio, un pezzo di stoffa sicuro sul quale poter apporre nome, cognome, famiglia di appartenenza e che spesso viene riportato a casa in caso di morte del possessore. I sacchi di iuta hanno completamente ricoperto la facciata dell’antico castello di Charlottenborg, ormai adibito a museo e spazio espositivo, e il colpo d’occhio sul colorato canale è straordinario.

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Il canale è davvero bello come si vede in foto, file ordinate di casette dai tetti a punta e le facciate variopinte sopra ristoranti e caffè presi d’assalto dai turisti.

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Attraversiamo il ponte pedonale che conduce sull’isola di Christiania e andiamo a mangiare a Papiroen, l’ex fabbrica di carta stampata dove, all’interno di una grande capannone, al calore di vecchie stufe a legna, hanno allestito vari stand dove si può acquistare e gustare street food da tutto il mondo: la pasta italiana, gli hamburger americani, i tacos messicani, il sushi giapponese, i wraps vegani. Assaggiamo due Smorrebrod, spuntino tipico danese che se non si fa attenzione può diventare una droga. Sono fette di pane, spesso di segale, farcite con vari ingredienti gustosi come il pesce o le uova. Sono molto sfiziosi e non troppo sazianti, ecco perché si rischia di spenderci un capitale (visto che non sono propriamente economici…). Assaggiamo anche un manicotto di marzapane ripieno di cacao, una delizia, e la simpatica pasticcera mi dice che è un dolce tipico, ma mica me lo ricordo il nome! Sarà che avevo già la bocca piena di quella delizia che ho prestato poca attenzione…

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Tornando indietro passiamo per il CC, il Copenhagen Contemporary, dove all’esterno hanno allestito un’opera molto bella e poetica di Yoko Ono, The Wish Tree. Tanti alberi veri, in questo caso di melo, sui quali vengono appese delle wish tag, ovvero semplici cartoncini sui quali chiunque può scrivere il suo desiderio più grande. C’è chi si augura di guarire dal cancro, chi vorrebbe riconquistare la persona amata, chi prega per la fine della fame nel mondo e chi auspica il ritorno di Batman. E’ bellissimo e molto intimo passeggiare in mezzo a queste vite appese, nel vero senso della parola. I biglietti vengono tutti fatti pervenire all’artista che sceglierà i migliori da portare in Islanda, sull’isola di Vioey, alla Lennon Peace Tower, un fascio di luce costantemente illuminato in onore del mitico John Lennon.

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A questo punto torniamo a prendere la metro passando per Christiania, ormai davvero infreddoliti e fradici di pioggia. Per cena due ottime zuppe nel nostro take away thailandese sotto casa e tutti a nanna.

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Lunedì è il nostro ultimo giorno in terra danese e piove come dio la manda. Decidiamo di prendere la metro fino a Kastrup e di andare al Den Bla Planet, Il Pianeta Blu ovvero il nuovo acquario di Copenhagen, una struttura avveniristica a forma di girandola che sembra ispirata direttamente dalle correnti del mare. Il lunedì è il giorno in cui si praticano orari più lunghi, fino alle 21, altrimenti gli altri giorni della settimana chiude alle 17. Il costo del biglietto si aggira intorno ai 25 euro, mentre per i bimbi fino ai tre anni è gratuito.
La visita è semplificata dalla suddivisione in tre habitat principali: pesci del mare del Nord, pesci tropicali e di acqua dolce, pesci di oceano.
Noi ci siamo divertiti un mondo, e non solo perché crediamo sia una gita particolarmente adatta a chi ha figli.
I danesi hanno un approccio giocoso ma al tempo stesso istruttivo e i biologi di quest’acquario sono disponibili a dare informazioni di qualunque tipo, aiutando il bimbo nella scoperta, accompagnandoli nel rispetto del pianeta mare. Vasche di acqua gelida erano aperte per permettere ai bimbi di immergere le proprie mani e accarezzare piccole creature quali ostriche, granchi, stelle marine oppure, nella sezione tropici, c’erano banchetti di aracnidi e invertebrati vari che venivano fatti osservare da vicino ai visitatori per non averne più paura. La galleria trasparente permette di accomodarsi nella vasca degli squali e ammirare questi fantastici animali i quali, come in una danza leggera e ipnotica, ti circondano per farsi osservare con la dovuta calma. E’ stata una gita favolosa. Se non fosse per il costo tornerei senz’altro. All’interno della struttura fermatevi al ristorante Ost, dello chef stellato Claus Meyer, uno dei cofondatori del celebre Numa. Un’esperienza dei sensi…

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A quel punto siamo pronti a tornarcene a casa. Facciamo le valige e per le 17 siamo in aeroporto, stanchi morti ma davvero soddisfatti per tutto quello visto e fatto in questi tre giorni.
Copenhagen, come tutti i Paesi Scandinavi, si dimostra all’altezza delle aspettative, specialmente se si viaggia coi figli.

Come pensano loro alle esigenze dei piccoli e dei loro accompagnatori non ce n’è in nessuna altra parte del mondo.

E poi c’è arte ovunque si posi lo sguardo: architetture moderne, strutture futuristiche, dimore classiche rinascimentali, design per ogni gusto e tasca, bellezza e cura anche nel presentare i piatti a tavola. Potrei viverci in un posto così. E l’autunno, con i suoi colori, è la stagione ideale per innamorarsene completamente.