Creta 2016

Non abbiamo fatto in tempo a tornare dalla Nuova Zelanda che siamo in partenza, di nuovo.
Che bello sarebbe vivere in questo modo! Potrei quasi farci l’abitudine…
Disfi una valigia, riponi i maglioni pesanti e l’abbigliamento da montagna e ne prepari subito un’altra con abiti leggeri, semplici e colorati.
Un altro mondo, un altro clima, un altro emisfero quello che ci aspetta per l’attesissima seconda parte del nostro viaggio di nozze.

Una settimana al mare con il nostro piccolino, una settimana all’insegna del relax. Siamo emozionati all’idea che Sami parta con noi. Non tanto per il viaggio in sè, quanto per l’idea di una luna di miele intesa come viaggio di famiglia. Siamo felici di essere in tre. Sami è parte di noi e ci sembrava giusto festeggiare anche con lui un momento così speciale che in fin dei conti si è tenuto in suo onore. Quindi eccoci pronti per una nuova avventura. Passeggino, pannolini, costumini e via, si parte, destinazione Creta.

Il viaggio con la compagnia Aegean è breve e atterriamo all’aeroporto di Heraklion che sono le 22:00 passate.

All’autonoleggio un gentilissimo impiegato si sforza a parlare italiano con noi e ci consegna le chiavi di una comoda Classe A.
Il viaggio fino a Kolymbari, dove abbiamo prenotato il nostro albergo, è lungo e monotono: una strada dritta in mezzo al buio, con una segnaletica opinabile che tende a confondere piuttosto che infondere sicurezza.
Sono le 3:00 quando arriviamo all’Avra Imperial Resort Beach&SPA, una monumentale costruzione dove, so già, per orientarmi dovrò riempirmi le tasche di briciole di pane.

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Uno splendido ulivo vicino la chesa nel giardino dell’albergo

Per raggiungere la nostra stanza ci danno un passaggio a bordo di un caddy. L’autista che precede il nostro ingresso accende le luci, l’aria condizionata e subito una musica jazz ci fa da sottofondo come per magia.

Sul tavolo da caffè è pronto per noi un aperitivo di benvenuto. Coppe di frutta secca e fresca sono a nostra disposizione, insieme a una bottiglia di vino rosso cretese e un liquore dolce molto aromatico.

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Questa camera è incredibile! Se ci sembra enorme, pulita, curata però non abbiamo ancora visto niente. Fuori abbiamo un giardino con piscina privata che è un sogno. Ci guardiamo sogghignando e in quel momento ho pensato che di Creta avremmo visto poco e niente e che sarebbe andato benissimo così. Un tuffo è quel ci vuole, approfittando che il piccolo è profondamente addormentato.

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Nei giorni seguenti abbiamo cercato un giusto compromesso tra vita da albergo e da viaggiatore. La mattina si faceva colazione in uno dei ristoranti dai nomi mediterranei dell’albergo come Origano o Basilico, colazioni ottime anche a base di prodotti locali come il miele al timo, l’avocado, il formaggio di capra sott’olio, la baklava, e poi si andava in piscina. Se non avessimo avuto quella privata avremmo avuto l’imbarazzo della scelta tra le 4 presenti all’interno della struttura, oppure saremmo andati direttamente in spiaggia, anche se un po’ troppo acciottolata per i gusti del bambino. Nel tardo pomeriggio, quando il solleone ci dava un po’ più di respiro, si usciva per una passeggiata.

Il villaggio di Kolymbari dove si trova l’alloggio è prettamente turistico, con bar, taverne, supermercati, bancomat e, gestiti dall’Avra, anche una gelateria, una sala giochi e una pista da minigolf.

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Notevole sarebbe il Museo del Mare, proprio confinante con l’albergo, ma o la crisi o l’incapacità di valorizzare tutto ciò che possa essere di interesse turistico, hanno reso questo posto nient’altro che un cumulo di erbacce tra antichi ruderi di natanti usati negli anni dai pescatori greci. Queste sopravvissute ai naufragi si possono vedere dalla strada e il cancello per fotografarle da vicino è sempre aperto, ma sinceramente lasciate così all’incuria, sembrano come morte due volte.

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A Kolymbari c’è anche un porticciolo che abbiamo visitato di notte tornando da una cena. Niente di che, ma se vi piacciono le foto a tema marinaro, qui troverete qualche spunto interessante.

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Siamo stati a Elafonissi, spiaggia di sabbia enorme e a misura di bambino, nei pressi della quale, dopo un pomeriggio di bagni e giochi con paletta e secchiello, abbiamo scovato una tavernetta vista tramonto davvero niente male, la Sunset Tavern. Penso di non aver mai mangiato tanto formaggio in vita mia, incuriosita come sono stata dalla differenza tra mizithra e feta, insieme a generose porzioni di tzatzichi.

Vicino il suggestivo Monastero di Chrisoskalitissas, affascinante al tramonto, anche se, come sopra, necessiterebbe di più cura per essere maggiormente valorizzato.

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Spesso siamo stati a Chania (che si pronuncia Xania o Hanià) ad appena una ventina di minuti in macchina da Kolymbari.
La città nuova che negli anni si è sviluppata intorno al porto presenta tutti i segni della trascuratezza della recessione economica ancora in atto, con negozi chiusi, svendite totali e palazzi mezzo diroccati.

Chania vecchia, invece, è un gioiello, sorta lungo il porto e protetta dai bastioni di un’antica fortezza.

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Oggi lungo la banchina è possibile sfamarsi in uno dei tanti ristoranti uno appiccicato all’altro dove camerieri impalati fuori con i menù in 100 lingue diverse ti chiamano a gran voce per convincerti a scegliere il loro locale dove la formula “si mangia bene e si spende poco” viene ripetuta come un mantra.
Alcuni sanno essere talmente insistenti da farci sentire imbarazzati, quindi preferiamo proseguire oltre addentrandoci nei vicoletti stretti e afosi dove non passa un alito di vento.

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Il viale principale termina in una piazzetta all’ombra di bouganville in fiore dove i tavoli all’aperto delle taverne qui intorno invitano ad accomodarsi per mangiare un boccone. Sono tanti quelli che con il pasto propongono intrattenimento musicale, canzoni popolari a suon di bouzouki e chitarra spesso accompagnate da danze a coppia o di gruppo. La prima volta ci siamo fermati da Ela, un locale famoso a Chania perché ricavato all’interno di una vecchia fabbrica di sapone con il tetto sfondato da un incendio. È molto suggestivo mangiare all’interno di vecchie rovine, tra porte finte e scaffali colmi di oggetti antichi che farebbero gola a qualsiasi rigattiere.

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La seconda volta siamo capitati da To Xani, in un vicolo cieco dove si trova la minuscola sinagoga. Cultura greca, turca, ebraica e persino veneziana si fondono in questa cittadina sfacciatamente turistica e anche a tavola i sapori e gli aromi del Mediterraneo si fondono e legano in armonia.

Assaggiamo un’ottima talassomomata, una crema spalmabile a base di uova di pesce, dall’odore e il gusto tipico e dei souvlachi con pita e salsa allo yogurt. Birra fresca e deliziosa ovunque, in bottiglia o alla spina. La Mythos è una delle più commerciali, ma io la trovo buonissima, molto estiva.

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Un’altra città un tempo colonia dei mercanti veneziani e successivamente conquistata dall’impero saraceno è Rethymon, che essendo lontana, circa 70 km da Kolymbari, abbiamo visitato in una calda mattinata assolata.
Anche qui il porto veneziano, con il suo faro e le sue paratie, ha visto nascere e prosperare la città, oggi affollata di ristoranti che propongono pesce fresco a prezzi esorbitanti (per essere in Grecia). L’anima turca di Creta è racchiusa in questi vicoli all’ombra di foglie di vite, dove il minareto della Moschea di Neratze, dove un tempo sorgeva una chiesa cristiana, dall’alto domina il panorama.
Pranziamo leggero con due insalate fresche e colorate in una tavernetta che ha gabbiette per uccellini (poveri!), fatine e streghette ovunque come decorazione (la proprietaria è convinta che portino bene e allontanino il malocchio…), poi ci dirigiamo verso il mare, lungo una larga strada soleggiata e disseminata di bar, ristoranti e discoteche che sembrano catalizzare la movida  locale. Le spiagge intorno alle mura del porto sono piene di avvisi come vietato nuotare o pescare, e altrettanti ombrelloni, canne da pesca ed esche.

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Tra le spiagge abbiamo trovato notevoli quelle di Ravdhouka, scoperta per caso, seguendo una strada per arrivare a fotografare una piccola chiesa bianca con la campana e il cimitero, chiesa che non abbiamo più neanche immortalato, rapiti come siamo stati dalla immensità del mare che improvvisamente si è aperto davanti a noi senza che ce lo aspettassimo.
Il lido è minuscolo, sassoso, scoglioso, ma attrezzato di lettini a nolo e ombrelloni gratuiti.

A quest’ora, tardo pomeriggio, i riflessi del sole donano sfumature dorate e abbaglianti. Due ragazzini hanno costruito una zattera di fortuna legando tra loro assi di legno portate con tutta probabilità dall’ultima mareggiata. Vicino una struttura che funge da fittacamere, ha i muri di un caldo color crema in un giardino di pace e piante grasse. È tutto molto semplice, ma a me è sembrato un paradiso.

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Forse è proprio questo il fascino della Grecia. Ti ricorda che si può essere contenti con poco, miele e formaggio per sentirsi sazi, uno spicchio di mare per sentirsi liberi e mi rendo conto che in effetti, tra tanti posti al mondo, io solo qui mi sento così, senza la preoccupazione (se così si può chiamare!) di badare a come sono vestita o se ho i capelli in ordine. Mi piacerebbe vivere sempre con queste sensazioni addosso e mi riprometto, per le estati che verranno, di fare una capatina qui, in un posto qualsiasi, anche solo per pochi giorni, purché sia qui, in Grecia.

Un’altra spiaggia speciale è quella di Afràta, un minuscolo lido incastonato tra le rocce, magica di notte, come ci è capitato di vederla. Anch’essa è stata scovata seguendo stretti sentieri in altura che dalla cima sembrano condurre al cuore della montagna.

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Gli scorci più belli di Creta li abbiamo visti da quassù, quando in totale solitudine, nel silenzio più assoluto, ci siamo fermati sul ciglio della strada a far foto alle calette e agli anfratti selvaggi sotto di noi, tra ulivi dai rami protesi verso il mare e greggi di capre e grasse lepri intimidite dalla nostra presenza.

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Come spesso succede è stato il cibo a portarci fin qui, curiosi di provare una taverna dalle recensioni ottime sul fido TripAdvisor, Tis Litsas Ta Kamomata, una trattoria ricavata da quella che era una minuscola abitazione, con un unico ambiente dominato dalla presenza di un caminetto e fuori il patio ricoperto di stuoie di vimini dove ci apparecchiano al fresco.

È gestita da una famigliola graziosa, mamma cuoca, padre e figlia che servono ai tavoli. Assaggiamo delle vere prelibatezze come l’insalata di polpo e lenticchie e quella con lattuga, aringhe e avocado. Le dakos, panzanelle integrali con pomodoro fresco, capperi e formaggio feta sbriciolato. La moussaka con le zucchine, golosissima alternativa a quella classica se, come noi, non si amano le melanzane.
A fine pasto ci offrono l’ouzo e il raki, lo “spirito” di Creta, una grappa per i miei gusti troppo forte che però è legata visceralmente alla storia di questa isola che non si può evitare di assaggiare. Compriamo dei souvenir, all’interno c’è una piccola esposizione di prodotti artigianali come bigiotteria, sale marino in confezione regalo, barattoli di miele al timo che si può assaggiare al momento. Io, che sono ghiotta di miele tipo orso Baloo, non so resistere e ne compro tre. La signora che me li impacchetta mi chiede da dove provengo. Si stupisce quando sente che sono italiana. Mi aveva preso per una ragazza greca.

Una settimana vola e noi già abbiamo nostalgia della Grecia. Abbiamo ancora tanto da esplorare… Ma questa piccola infarinatura è bastata per farci venir voglia di tornare.

Abbiamo un conto ancora aperto, Creta…