Normandia-Bretagna-Valle della Loira 2012

Per il viaggio di quest’estate scegliamo quest’ampia porzione di Francia, inevitabilmente attratti dalla sua ricca storia e cultura, affascinati dalla sua natura che da selvaggia si fa sempre più dolce man mano che si scende a sud. La formula è quella ormai ampiamente collaudata del fly and drive. Per il resto l’itinerario è stato scelto con cura, cercando di personalizzarlo il più possibile per renderlo ricco di tutto, aggiungendo qua e là un tocco di sano romanticismo e qualche vizio in più a tavola.

Partiamo con la Vueling da Fiumicino domenica 29 luglio 2012 ore 10:00, destinazione Parigi. L’aereo ci metterà un secolo a decollare, pare non riescano a trovare un tizio o una tizia che di cognome fa Rocky o Rockett. Sarà qualche casino fatto dalla hostess al gate, una creatura a metà tra donna e oca. Accanto a noi un posto vuoto, ma non cantiamo vittoria troppo presto, sta arrivando un’altra fiumana di passeggeri. Entra una coppia strana, lui sembra più anziano di lei, barba incolta, capelli unti, aspetto sciatto. Lei, piccola e concentrata come una centometrista, è in elegante tubino grigio, tacco a spillo, truccata e pettinata come un etoile. Devono assolutamente stare vicini per un viaggio che al massimo durerà due ore, non si rassegnano a stare semplicemente seduti uno davanti all’altro, e continuano a tenersi ridicolamente la mano mentre martellano di richieste la povera hostess, al limite dello sclero.

Dopo lunghe e ponderate riflessioni posso dire di essere arrivata a una conclusione sacrosanta: agli aeroporti non sopporto due categorie di persone. La prima è quella che deve vestirsi firmato e alla moda a tutti costi, forse nella vana speranza di divenire foriero di nuove mode o peggio di essere etichettato automaticamente come “italiano” credendo sia sinonimo di “buon gusto”, ma che oramai è solo un altro modo per dire ”burino arricchito” (e manco troppo). L’altra categoria, e qui abbiamo davvero un vincitore, è composta da tutti coloro che prima di salire a bordo devono svaligiare l’edicola, nell’illusione che qualcuno li noti e li definisca colti e intellettuali. Sono sicura che la maggior parte di questa gente acquisti una copia de Il Sole 24 Ore esclusivamente quando si accinge a salire su un aeromobile. E poi Cucine e Dintorni, Marie Claire, Vanity Fair con i loro servizi imperdibili: Autunno 2012, và il viola? Dimmi come fai l’amore e ti dirò chi sei, Tutto Oroscopo Estate 2012, favorito il Leone. La mia vicina di viaggio, l’etoile in coppia col barbone, ha la sfortuna di combinare entrambe le categorie e, tra una pagina e l’altra, si lascia andare a una scaccolatina ogni tanto, quando nessuno guarda e lì esce fuori la parte vera del personaggio.

Riflessioni a parte, arriviamo puntuali alle 12:00. Sto morendo di sete, così provo a comprare una bottiglietta di costosissima Evian, l’acqua che dovrebbero vendere in barili, altro che oro nero. La macchinetta mi frega 2.50 euro e sembra dirmi “benvenuta in Francia, cara Alessia” e con la lingua sempre più felpata andiamo a ritirare la macchina alla Sixt. Ci consegnano una Opel Corsa nuova di pacca, con dei cerchi in lega neri che potrebbero farci vincere il Festival del Truzzo a mani basse. Non c’è l’antenna radio, però. In certi giorni senza musica è stata davvero dura, anche se le poche stazioni che abbiamo intercettato davano un pop boro-francesizzante talmente agghiacciante da non poter essere ascoltato. Sull’autostrada per Rouen ci fermiamo in un Autogrill per mangiare qualcosa. Notiamo che un panino costa 6.30 euro, a questo punto, con una piccola differenza, mangiamo qualcosa di caldo alla mensa. E’ un’impresa chiedere al giovane Obelix vestito da cuoco se nella caponata c’è già il pollo oppure no. Lui non ce la fa a capire il mio inglese, chiama rinforzi e alla fine, a fatica, ce la facciamo a sederci a mangiare.

Arriviamo a Rouen sotto un cielo che alterna di continuo schiarite a nuvoloni freddi e minacciosi, il clima tipico normanno quindi, dove deve piovere, anche solo uno sgrullone di cinque minuti per poi lasciare spazio a un torrido sole, ma deve piovere quel tanto che basta per farci sentire davvero in Normandia. Ma c’è da dire che quest’anno, con le temperature sahariane che abbiamo lasciato a Roma, un clima simile è stato proprio quel che cercavamo.

Visitiamo il centro città. L’ampia piazza della Cattedrale a quest’ora è semivuota, giusto qualche francese si rilassa seduto ai tavolini di un bar, il loro passatempo preferito, si può dire. Una giostra un po’ demodé in un angolo. La Cattedrale è magnifica così come le viuzze sul retro, dove le vecchie case bretoni, quelle di calce e doghe in legno a vista per intenderci, sono state adibite a carissime botteghe di merletti e ceramiche.

002

Dopo un paio di ore ci rimettiamo in macchina per raggiungere il nostro primo albergo, Le Clos Robinson, a Martin Eglise. Il proprietario avrà una cinquantina di anni e nessuna voglia anche solo di provare a parlare in inglese con noi, nonostante ci capisca, eccome!! Ci accompagna alla nostra stanza sul retro, un quadrilatero umido e freddo decorato, ironia della sorte, come fossimo in Africa, con tinte calde alle pareti, giraffe stilizzate e gechi sulla tavoletta del gabinetto. Tempo di una doccia e raggiungiamo la vicina Dieppe (ancora non ho capito come si pronuncia) .. siamo già arrivati alla mia tappa preferita del viaggio!

Dieppe è un tranquillo villaggio di pescatori, niente di più. C’è il porto bello grande e riparato, una romantica chiesetta su in cima a una scogliera, a picco sul mare, gabbiani ovunque che accompagnano ogni minuto della nostra passeggiata. Dieppe è magica, speciale, con un’enorme spiaggia di ciottoli sulla quale resterei ore a godermi le onde lunghe del mare e quell’inconfondibile odore di salmastro che spero renderà meno duro il mio inverno. Lungo mare alberghi e abitazioni chic, banchetti che vendono coni gelato e patatine fritte, cabine di legno da stabilimento balneare di altri tempi. Il tutto incorniciato dalle imponenti e bianche falesie, rese ancora più luminose dalla luce del tramonto, ormai sono quasi le 22:00. Abbiamo un po’ di difficoltà a scegliere in quale ristorante mangiare, ci sembrano tutti uguali e temiamo qualche trappola per turisti. Entriamo a L’Ocean, l’unico con menù anche in inglese: grandi vetrate a vista sul porto e uno staff che sembra simpatico, i camerieri sono tutti giovanissimi. Una biondina ci fa accomodare, ma appena capisce che non spiccichiamo una parola di francese ci molla a una sua collega di certo più volenterosa, mentre lei se ne va a coccolare una famiglia madrelingua nella speranza di una mancia più alta. La cena si rivelerà molto buona, anche se a menù fisso. Per 17.90 euro possiamo scegliere tra un entreé, un plate e un dessert, bevande a parte. Io assaggio un assiette di mare strepitoso, con l’unica ostrica che mangerò nell’intera vacanza, saporita, gustosa, sapeva di mare, con vari tipi di gamberi freschissimi, lumache e paguri. Poi è il momento delle moules frites, un pentolone che conterrà un kilo e mezzo di cozze a testa accompagnate da patatine fritte, per me, condite con una gustosa cremina pannosa per Vale. Le mie non mi hanno entusiasmata però. I mitili erano abbondanti, sì, ma sporchi. Ne mangerò di migliori nei prossimi giorni. Infine il dessert. Non c’è la tarte aux pommes, quindi ripiego su un nougat con sciroppo di fragole. La cameriera prova a spiegarmi cosa sia, ma white, long, good sono troppo pochi come indizi, così ordino a scatola chiusa, e, svelato l’arcano, si tratta di torrone bianco gelato con topping di fragole. Davvero buono! Ci piacerebbe continuare a passeggiare lungo le vie del porto, ma si è alzato un vento molto freddo, sarà meglio andare in albergo. Domani mattina però, per prima cosa, torneremo qui. Dieppe mi ha conquistata!

012              013

Come deciso la mattina del 30 luglio ci svegliamo presto e alle 8:00 siamo già in macchina per tornare a Dieppe. La passeggiata lungo mare sarà ancora più piacevole di ieri sera: ci siamo solo noi, e il senso di essere lontani da casa è ancora più acuito. Poco a poco il litorale comincia a popolarsi di vecchiette a spasso con il cagnolino, qualche corridore impavido con maglietta e calzoncini, un gruppo di giovani nuotatori che si tuffa nell’acqua blu di una piscina nei paraggi. Brr, spero per loro che l’acqua sia riscaldata! A malincuore torniamo indietro e costeggiando un magnifico ippodromo entriamo al vicino Le Clerc per un po’ di spesa. Compriamo acqua, succhi, biscotti per la colazione e un latte che qui sembra avere tutto un altro sapore. A questo punto siamo davvero pronti a proseguire l’itinerario, prossima tappa il minuscolo villaggio di Saint Valery aux Cains. Porticciolo pittoresco, case bretoni, gabbiani a profusione e pescherecci che lasciano il loro freschissimo carico direttamente sulle bancarelle lungo la banchina, presiedute dai golosi volatili che si contendono fino all’ultimo boccone. Non so perché, ma i banchi del pesce mi mettono allegria!

030                  062

A metà mattina siamo a Fecamp, rinomata destinazione di villeggiatura, con capanni adibiti a creperie e parchi giochi lungo mare. Anche qui sono le bianche falesie, le più alte della Normandia, a farla da padrone. Ne andiamo a vedere una molto da vicino scendendo da una scaletta attigua al lungo pontile dove stanno pescando gruppi di anziani signori dai capelli bianchi. Per pranzo ci aspettano i tramezzini acquistati qualche ora fa, da gustare rigorosamente in macchina, per il forte vento, e con vista mare. Dopo ci addormenteremo come due bambini, ma non possiamo poltrire, Etretat ci aspetta.

073      082

091

Etretat, dove per intenderci è ambientato uno dei racconti della saga del ladro Lupin, è un romantico paesino arroccato all’ombra delle imponenti falesie d’Avon e d’Aval, la prima straordinariamente simile alla proboscide di un elefante intento ad abbeverarsi. Non so se definirci fortunati, ma troviamo la bassa marea che sembra essersi inghiottita litri e litri di mare lasciando scoperti lunghi tratti di scogli verde muschio, per la gioia di gabbiani e cormorani che banchettano allegramente con tutto il ben di dio venuto a galla. Dall’alto sembrano delle profonde cicatrici verde vivo, l’odore nell’aria è inconfondibile, è impossibile non lasciarsi andare a pensieri vagamente bohemien. Saliamo su in cima, una sfacchinata impegnativa ma che ci ripagherà di una vista senza pari, con ampi campi da golf da una parte, spiagge nascoste e un mare sconfinato dall’altra. Tornati a valle compriamo qualche souvenir, ci piacerebbe visitare il resto del paese a piedi, ma comincia a piovere, bisognerebbe pagare almeno un’altra ora di parcheggio e poi ci sono troppi turisti, molti italiani, sarà meglio svignarsela. Impostiamo l’indirizzo del prossimo albergo sul navigatore, destinazione Honfleur.

108

 

132      140

162

Passiamo quindi per Le Havre, dove nacque l’Impressionismo con la celebre opera di Monet “Impression: Soleil Levant”, ma, aneddoto artistico a parte, Le Havre è caotica, trafficata, inquinata. Sarà anche il II porto più importante d’Europa, ma a sembra Civitavecchia nell’ora di punta, quando i traghetti fanno ritorno dalla Sardegna. Gli Etap, catena di alberghi economici, una vera manna in una nazione cara come la Francia, hanno tutti la caratteristica di essere un po’ fuori dal centro città, a metà come sono tra alberghi e motel.

173

Quello di Honfleur però è a due passi dal centro. Mi ricordo che anche questo, oltre al prezzo vantaggioso, mi avevano spinta a mandare un’e-mail di richiesta. La camera è piccola e rovente perché sotto al tetto, il wc nascosto in un loculo separato dalla doccia, che ha il soffione fisso e la porta che non si chiude. Va beh, meglio di niente ..

Honfleur è una chicca nel cuore della Normandia e dà il via a tutta una serie di dolci paesini dall’atmosfera vacanziera, uno più bello dell’altro, tutti caratterizzati dall’avere il litorale di sabbia e non più di ciottoli come abbiamo visto sinora. Non è un caso che la moda dei bagni a mare sia nata proprio qui, nella seconda metà dell’Ottocento, grazie a una pionieristica duchessa che introdusse l’usanza fin nei salotti più eleganti di Parigi. Questa eleganza ancora si fa sentire negli edifici, nelle strade fiorite, nelle banchine del porto, particolarmente curate, nei negozi, dove si può trovare il ricordino più originale, meno dozzinale che in altri posti. Non abbiamo un gran voglia di mangiare a prezzo fisso, anzi, ci andrebbe benissimo una omelette o una semplice crepe, ma i ristoratori normanni sembrano essersi messi d’accordo, lasciando le proposte più economiche esclusivamente per il pranzo. Figuriamoci poi trovare un fast-food o un ristorante etnico! L’integrazione sembra non essere arrivata qui. Se si vuole mangiare a cena  quindi c’è solo il bistrot o la brasserie, dove ordinare alla carta è un autentico salasso. Ne scegliamo uno a caso, credo si chiamasse Le Picardie. E’ a conduzione famigliare e la ragazzina che viene a prendere le nostre ordinazioni sembra quasi farci un favore. Anche qui abbiamo a disposizione tre piatti, ma la scelta non è così ampia come a Dieppe. Posso scegliere solo tra tre entreè, tre plates e tre dessert, quindi opto per un cocktail di gamberi, un piatto di salmone alla crema di curry con riso basmati e verdure, e una creme brulè. Il conto si gonfia per via dell’acqua, 5 euro una bottiglia da 75 cl! A saperlo avremmo chiesto un’ economica caraffe de eau. Tutta esperienza … Ma, sistema di ristorazione a parte, Honfleur ci piace da matti!

220

189

213

217

L’ultimo giorno di luglio è grigio in questo angolo di mondo. Sgranocchiando qualche biscotto ci mettiamo in macchina e partiamo alla volta delle spiagge che sono state il tragico teatro dello sbarco in Normandia, quindi Juno Beach, Omaha Beach, Utah Beach. Passiamo per alcuni paesini deliziosi come Treville sur Mer, dal casinò che fa molto Belle Epoque, Deuville sur Mer, dalle case elegantissime lungo mare, quindi siamo a Caen, dove ci fermiamo solo per dare un’occhiata al Memoriale di Guerra; il resto delle foto (e il pranzo) le faremo dalla macchina, visto che oggi non mi sento un granché bene.

226       241 244       253

A Luc sur Mer dividiamo una calda crepe al cioccolato mentre passeggiamo per il lungomare sabbioso, dove alcune cabine balneari sono state adibite a piccole botteghe di libri usati.

Juno Beach è il nome in codice dato all’enorme spiaggia nei pressi di una cittadina chiamata Courseulles-sur-Mer, quasi divisa a metà da un profondo canale che permette l’ammaraggio dei pescherecci. Oggi, con la bassa marea, il canale è in secca, e l’odore che ne proviene è quasi nauseabondo. Facciamo una passeggiata lungo il pontile e poi lungo il canale, tra carri armati ripescati interi dal mare e mitragliatrici tedesche che ancora portano antiche ferite di guerra. Oltrepassiamo il ponte e costeggiando un piccolo allevamento di ostriche entriamo in spiaggia, dalla sabbia fine, che oggi sembra ancora più spaziosa per via della bassa marea. Sembra incredibile che in questo angolo così tranquillo di Francia siano morti migliaia di ragazzi. Una croce laggiù testimonia il dramma e per aver un’idea un po’ più precisa di cosa è accaduto hanno costruito un memoriale di guerra, dedicato ai soldati canadesi, alle nostre spalle. C’è una foto scurita dal tempo legata a un palo, sotto i versi di Verlaine, di un giovane soldato in divisa, dei fiori finti rossi come il sangue sono legati stretti a lui, e noi non possiamo far altro che interrogarci su chi fosse e di come trascorresse la sua vita prima di spegnersi lì, su quell’arenile. Entro in un bunker, talmente stretto e claustrofobico da domandarmi come diavolo abbiano fatto ad appostarsi qui, magari per giorni interi, immortalo altre armi e altri carri armati nonché i pesantissimi fermi piramidali che usavano per respingere l’armata nemica.

303

311    300

Torniamo verso la macchina ammutoliti e pensierosi, solo le bancarelle ricche di pesce e di molluschi di ogni sorta, dalle ostriche ai granchi, dai calamari ai pesci cane, mi tirano un po’ su il morale.

325

In macchina verso il nostro prossimo albergo, ad Arromanches-les-Bains, passiamo per delle stradine di campagna piene di maneggi e di allevamenti di cavalli. In lontananza spunta uno spicchio blu di mare, con una serie di oggetti sulla superficie che da questa distanza potrebbero somigliare a degli scogli artificiali, di quelli che si usano nei porti, ma in realtà più ci avviciniamo più ci rendiamo conto di trovarci davanti altri residuati bellici. Qualche metro più avanti notiamo un punto di osservazione a pagamento, dall’alto è possibile abbracciare la spiaggia in un colpo solo. Sono troppo incuriosita da questi giganti di ferro che fungevano da ponti di collegamento, malinconicamente arenati sotto le loro coltri di alghe. Faccio qualche foto poi decidiamo di anticipare a oggi la visita a Omaha Beach, ovvero Vierville-sur-Mer: tanto è presto e possiamo contare sulla luce del sole fino alle 22:00.

356     348

Arriviamo al Cimitero Americano che non manca molto alla chiusura. Visitiamo prima il memoriale, una raccolta straordinaria di storie e di volti, con cimeli di guerra anche curiosi come le divise indossate dai ragazzi o il loro rancio. Filmati in bianco e nero raccontano quella tragica vicenda di guerra, dove più di 9000 soldati americani persero eroicamente la vita in nome della libertà. Tra questi anche il figlio del presidente Roosvelt, medaglia al valore, morto d’infarto dopo appena sei giorni dallo sbarco. Quando torniamo al sole la spiaggia è lì, stagliata di fronte a noi, bellissima, immacolata, faccio fatica a immaginare gli spari e il sangue. L’inno americano suona severo tra il silenzio cupo degli astanti, è in corso la cerimonia di ammainamento della bandiera a stelle e strisce, diligentemente piegata e portata via come fosse il corpo di un bambino malato. Poi sono tutte croci di marmo bianco purissimo, tutte con su inciso il nome del caduto, da dove veniva, l’anno di nascita e di morte. Alcuni sono giovanissimi. Secondo me è uno di quei posti che vanno visti almeno una volta nella vita, per non dare per scontato il privilegio della libertà, noi che in confronto viviamo davvero nella bambagia. La commozione è inesorabile e mi ritrovo a sistemare fiori sulle tombe, una rosa che ha perso l’equilibrio per il vento, un sasso sulla croce di David di un altro poveretto.

364      363

378

369    365

Alle 18:00 il memoriale chiude e torniamo ad Arromanches-les-Bains passando per le strette stradine di campagna dell’andata, dove alcune foto testimoniano la presenza della guerra nei volti spauriti dei bambini o nei campanili distrutti dalle bombe.

L’albergo che ci aspetta si chiama Le Normandie, e ha tutto il fascino di una vecchia casa sul mare. E’ proprio davanti la stessa spiaggia con i pontili arenati vista poco fa, solo che adesso la spiaggia non c’è più, sembra di averla solo immaginata, inondata come nel frattempo è stata dal mare che ha ricoperto tutto. Che posto fantastico!

392Portiamo su in stanza solo un bagaglio leggero: la struttura è vecchia, senza ascensore, per una notte sola non conviene portare su una valigia intera. La stanza me l’aspettavo vista mare, come promesso via e-mail, invece si affaccia su un parcheggio interno da cui proviene l’ululato di un cane. Ci riposiamo, facciamo una bella doccia, poi usciamo per andare a cena. La scelta ricadrà su un locale dall’aspetto moderno e giovanile, si chiama Le Bistrot. Io mangio le migliori moules frites del viaggio, saporite e pulitissime, una gustosa tartare di salmone, e un dolce molto originale, un tortino morbido e caldo di mele accompagnato da un fresco sorbetto di pere. Valerio, tra un morso estasiato e l’altro, definisce il panino da lui ordinato come “il migliore del mondo”: hamburger di manzo al sangue, due generose fette di formaggio camembert fuso, cipolle e mele caramellate. Anche la birra è molto buona. Dopo questa cena faraonica torniamo lungo mare, ma no,  la marea, per il momento, non ci ha giocato altri scherzi.

Il I agosto partiamo presto per l’ultima spiaggia che ci rimane da vedere, Utah Beach, tra Sainte Marie du Mont e Saint Martin de Varreville. Parcheggiamo in una radura tranquilla, ci sono solo degli splendidi cavalli dietro un basso recinto testimoni di questo silenzio. La spiaggia è piccola, molto più stretta delle altre viste finora e ha rappresentato un autentico successo nelle vicende della guerra, grazie al valore dei paracadutisti americani e all’effetto sorpresa degli insufficienti armamenti tedeschi. Ci muoviamo verso un vicino villaggio di campagna passato alla storia per la sfortunata vicenda di un soldato americano, John Steele, che si incastrò con il suo paracadute su per lo sperone del campanile della chiesa locale, poi, sotto una pioggerella triste, partiamo per un lungo viaggio verso Le Mont Saint Michel, non prima di aver esplorato la punta estrema della Bassa Normandia, quindi Port Racine, dove ci fermiamo a mangiare dei tramezzini, e Cap Le Hague, con il suo bel faro … e i suoi bovini con gli occhi da pazzi!

403 405 410  414

431

Le Mont Saint Michel è stato dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco insieme a tutta la baia dal’79, e non potrebbe essere altrimenti: da lontano, con i tetti che sembrano bagnati d’argento, sembra un posto fatato, abitato da qualche elfo. Capiamo che dobbiamo  lasciare la macchina al parcheggio P3, quello dedicato a chi pernotta sul Monte, ma per accedere dobbiamo chiamare la struttura che, stupidamente, non ci ha lasciato il codice d’accesso sulla mail di conferma prenotazione. Prendiamo solo il cambio necessario per una notte, poi prendiamo la puntuale navetta gratuita e in pochi minuti siamo sotto il Monte. L’interno delle mura sembra un formicaio. Troppi turisti in giro, non si riesce quasi a camminare. Il nostro albergo è ad appena 150 metri da qui, si chiama Du Guesclin, in memoria di un valoroso soldato che in un colpo solo riscattò il fratello prigioniero, sconfisse il nemico e sposò una colta regina.

444 La struttura è a tre piani, uno dedicato al servizio bar, quello superiore con appena due stanze, e quello più in alto ancora adibito a ristorante con terrazza panoramica. Siamo stati davvero fortunati ad aver trovato posto, il costo non è neanche troppo elevato e presenta l’innegabile vantaggio di essere ai piedi dell’Abbazia! Il ragazzo che ci accompagna alla stanza è uguale a Spud del film Trainspotting e puzza di sudore da morire. La camera sembra quella di una porno star, tutta rosa e grigia, con fiori alle pareti e la testiera del letto in civettuolo raso color confetto. Aspettiamo che arrivi la navetta delle 19:00 che porterà via fino all’ultimo dei turisti rumorosi che vediamo scorrere sotto la nostra finestra, ornata di gerani, e mentre mi rilasso un po’ al computer scoppia un forte temporale che sembra spazzar via la gente in un baleno.

482   703

A questo punto siamo pronti a uscire: il Monte è tutto nostro! Passeggiamo lungo le mura di cinta, da dove vediamo l’acqua salire piano, e lungo gli stretti vialetti che si inerpicano ai piedi della imponente Abbazia. Per cena andiamo nel ristorante dell’albergo, che ci sembra meno caro degli altri, ma non ne possiamo più del pesce o dei menù, stasera mangiamo dell’ottima viande con contorni vari e una birra ghiacciata. Il pallido cameriere che prende le nostre ordinazioni ci sta un po’ sulle scatole, sembra prenderci in giro con quei suoi “merciiiii” o “bon soireé” cantilenanti mentre atteggia la testa a un riverente inchino. Quando usciamo è calata la sera, fa freddo e le strade sono deserte. Entriamo nell’Abbazia che sta ricominciando a piovere, un vero tempo da lupi che insieme al buio e ai pochi intimi in visita con noi renderà l’esperienza unica e suggestiva.

L’Abbazia è enorme, costruita su più strati a partire dal X secolo, anche se il Monte era già un luogo di culto per le popolazioni celtiche prima e per i cristiani poi. E’ interessante l’evolversi della struttura, nata prima come cripta, poi come luogo di preghiera nonché celebre e pericolosa meta di pellegrinaggi, a causa delle maree, infine roccaforte contro gli inglesi durante la Guerra dei Cent’anni e prigione. D’estate poi si organizzano vari concerti solisti di musica classica nelle innumerevoli sale, ed è bellissimo essere accompagnati da una delicata arpa, un cupo violoncello, un festoso flauto traverso. La sala più in alto di tutte, la chiesa vera e propria dei monaci benedettini, è magnifica e il selciato esterno offre una balconata vertiginosa sulla baia. Siamo consapevoli di trovarci in un posto unico al mondo e abbiamo avuto il privilegio di vederlo nelle migliori condizioni possibili!

602

624      639            656

661   699 704

La mattina del 2 agosto ci svegliamo di buon’ora e, approfittando dello splendido sole, vaghiamo senza meta per le viuzze del Monte, ancora mezzo addormentato. Ce ne andiamo solo quando i negozi cominciano ad aprire i battenti e le prime orde di turisti a espugnare le mura. Prendiamo al volo la navetta, paghiamo 8.50 euro di parcheggio e partiamo per la Bretagna, si va a Dinan.

Dinan è stata una scoperta! Una meravigliosa cittadina dalle case eleganti in pietra che nasconde un cuore centrale tutto medievale perfettamente conservato. Restiamo più del previsto, due ore abbondanti, a perderci tra simpatici negozi di souvenir, belle chiese e il belvedere dalla vista mozzafiato. Mangiamo un kebab in una rosticceria a due piani, poi partiamo per Dinard.

734

Questa era una località balneare molto in voga durante gli anni della Belle Epoque, e un po’ di questo fascino retrò è ancora presente, soprattutto lungo la candida spiaggia, puntinata di tende a righe bianche e blu per ripararsi dal forte sole che si alterna, al solito, a veloci acquazzoni. Alle spalle grandi alberghi chic e un lungomare dalla vivacità contagiosa, dove restiamo a goderci una limonata fresca e un gelato bicolore.

798

828

Arriviamo a Saint-Malo nel primo pomeriggio sotto un temporale. L’albergo si trova nella zona nuova della città, sulla banchina Sebastopol che si rivelerà uno degli skyline più belli. La padrona de La Rance, questo il nome dell’alloggio, ha i capelli corti e bianchi e una medaglietta d’oro al collo. Ci sembra alla mano e molto chiacchierina, non vede l’ora di domandarci da che parte d’Italia proveniamo e che tempo fa laggiù. Ci carica di mappe per aiutarci a raggiungere le vecchie mura della città corsara e tira fuori un’insospettabile forza portando la mia valigia fino al secondo piano. La stanza è piccola, ma ha carattere, così come la struttura, tutta decorata come fosse una nave. E’ sulle tinte del rosso e del bianco, le tende a righe,  l’arredamento e le varie suppellettili molto low budget, ma sono la dimostrazione di come, con un po’ di gusto, tutto possa far figura. Ci riposiamo un bel po’ prima di rimetterci in cammino verso la parte vecchia della città, le cui mura sono circondate da un ampio porto dove trovano posto una quantità inverosimile di barche a vela. All’interno la Cattedrale è chiusa, non siamo riusciti a vederla per un soffio, così, evitando accuratamente il corso più turistico e affollato, ci inoltriamo per le vie interne, fino ad arrivare ai bastioni che celano una bella spiaggia dove la gente fa il bagno nonostante il vento, forte e gelido. Comincia a cadere una pioggia torrenziale che ci bagnerà fino alle ossa nonostante il k-way, a stento ritroviamo la macchina e sotto un arcobaleno che sembra disegnato col compasso per quanto è perfetto ce ne andiamo nel più vicino McDonald’s a mangiare: finalmente un fast-food, w la Bretagna!

911

833        870

Il giorno seguente è dedicato alla scoperta della Costa di Granito Rosa, tappa irrinunciabile secondo molti diari di viaggi letti prima di partire. Andiamo così a Plou’manach, dove non c’è niente, se non una triste spiaggia tra massi che con queste nubi non hanno nessuna sfumatura rosa, anzi, hanno il colore della terra.

930Saltiamo Tregastel e ci dirigiamo a Morlaix, un lungo viaggio in macchina per vedere questo minuscolo paesino ai piedi delle montagne che ha di particolare soltanto un ponte ferroviario altissimo che potrebbe quasi sembrare un antico acquedotto romano. Vorremmo pranzare in un ristorante turco che sembra preparare degli ottimi kebab al piatto, ma quando entriamo nel locale buio il padrone quasi ci caccia dicendo che li serve solo a portar via. Mah. Ed è ora di pranzo, manco a dire che ci siamo presentati tardi!

Passiamo per paesini con chiese imponenti e porticcioli in secca, come Roscoff,  fino ad arrivare a Plougastel, dove andiamo a vedere il Calvario, un’antica scultura in pietra che veniva posta sulle tombe dei personaggi più influenti del paese con il preciso scopo di raccontare per immagini la vita e la Passione di Gesù anche agli analfabeti. Me lo aspettavo più imponente, anche se l’opera è stata eseguita con una certa maestria, non c’è dubbio. Siamo un po’ annoiati a fine giornata, ci aspettavamo di più dalle tappe di oggi. Costeggiando Brest arriviamo a Quimper, all’albergo Etap che, seppur lontano dal centro e senza ascensore, se non altro ha un bagno spazioso. L’idea sarebbe quella di riposare per poi andare a vedere la città dopo cena (abbiamo comprato insalate e couscous), ma poi, presi dalla stanchezza di questi giorni, sceglieremo di restare in camera tutto il tempo.

958   972

L’indomani siamo a Quimper, splendida nei suoi bassi canali, nei suoi vicoli acciottolati, nelle sue variopinte casette di legno. La Cattedrale si staglia alta e maestosa sulla piazza principale, mentre un penetrante odore di forno ci prende allo stomaco, finché non entriamo in una tea-room per una colazione da signori con fragranti croissant, cioccolato e tè caldi.

977 982 1001

Per arrivare a Nantes ci mettiamo in viaggio lungo una strada provinciale gratuita a due corsie dove sembra che mezza Francia si sia data appuntamento. E’ normale, è il 4 di agosto e per di più sabato, è chiaro che la gente ne approfitti per partire anche solo per una scampagnata verso sud. Per il pranzo ci fermiamo in un supermercato dalle parti di Saint-Lazare, mangiamo direttamente in macchina finché, intorno alle 14:00, siamo all’Hotel St.Hyves. Il posto è davvero piccolo, ma curato. La reception funge anche da sala per la prima colazione: ci sono alcuni tavoli apparecchiati con gusto, ognuno col proprio vasetto di fiori, una credenza in arte povera, con stoviglie a vista, e una consolle sulla destra con sopra, aperto per nuove dediche, un guest book. La proprietaria è una signora bionda molto elegante nei suoi abiti lunghi fino alle caviglie, è gentile e dall’aria dolce. Sarà un’impresa salire fino al secondo piano con le nostre valige pesanti. Mai vista scala a chiocciola più stretta e impervia! La camera è in mansarda ed è minuscola. Non c’è la porta, ma una semplice tenda a nascondere il wc, la cabina doccia è trasparente a un lato del letto, non c’è privacy ma, soprattutto, qui dentro non si respira, non c’è aria condizionata né un ventilatore e l’unico abbaino presente non si può neanche aprire per motivi di sicurezza. Peccato, perché la stanza sarebbe deliziosa con i suoi decori floreali molto curati, le tinte pastello delicate e i versi di celebri poeti alle pareti, ma non è sufficiente se per respirare siamo costretti ad aprire la porta! Cado in un sonno catalettico nonostante tutto, ci facciamo una doccia e usciamo quasi per la disperazione che sono le 17:00. Al piano di sotto un magnifico certosino dagli occhi giallo ambra se ne sta bello immobile e spaparanzato sul guest book quasi per sfregio, come un simbolo di ribellione nei confronti dei proprietari dell’albergo che hanno voluto a tutti i costi degli estranei indesiderati in casa. Il micione non aspetta che un po’ di coccole per girarsi sulla schiena e giocare, finché arriva il padrone che mi svela il nome del felino, Theodore.

1021

Usciamo per visitare Nantes, una bellissima, grande città. La Cattedrale, la piazza ad essa adiacente e i giardini sul retro, il Castello con il ponte levatoio e poi le popolose vie del centro, dove gironzoliamo tra cioccolaterie e negozi in.

Il giorno dopo comincia ufficialmente la nostra esplorazione della Valle della Loira, non prima di aver salutato i deliziosi padroni di casa e il loro magnifico gattone, che stavolta sceglie Valerio (e la sua valigia) come preda di gioco.

I famosi Castelli della Loira sono più di una ventina, ma grazie alla guida e a un sito scovato sul forum di TripAdvisor fatto davvero molto bene, riusciamo a fare una  cernita intelligente.

Iniziamo il nostro giro con un’abbazia in realtà, quella di Fontevraeud, dove sono sepolti nei loro colorati sarcofagi i Plantageneti come Riccardo Cuor di  Leone ed Eleonora d’Aquitania. Fuori ci sono gli orti botanici, una struttura separata che per un lungo periodo è stata adibita a lebbrosario, infine le cucine, dalla torri a cono che sembrano a squame. Anche in questo caso l’abbazia è stato sia un luogo di preghiera che di dolore, vista la sua funzione di prigione fino addirittura al 1985.

1111

1141

1148      1154

Sotto un cielo che non promette niente di buono, infatti da lì a breve comincerà ininterrottamente a piovere, andiamo a vedere un castello, quello di Saumur, nell’omonimo paese dal bel lungofiume,  famoso, come tanti altri nella zona, per le coltivazioni in grotta dei funghi champignon e per un vino che è diretto concorrente allo champagne. Il maniero è sulle pendici di una collina, ha quattro colonne possenti, ma è in restauro quindi chiuso alle visite. E’ un peccato che ci sia questo tempaccio, sono certa che la passeggiata panoramica lungo la Loira sotto la luce del sole sarebbe stata un’altra cosa.

Con questo pensiero in testa arriviamo nel paesino di Azay-Le-Rideau. Stiamo morendo di fame, così ci fermiamo in una brasserie semplice,  con i tavoli all’aperto protetti da una tenda impermeabile, dove mangiamo due fantastiche crepe; prosciutto, funghi e formaggio per me, al formaggio di capra, noci e miele per Vale, con un bicchiere di sidro che di certo non mi ha fatto impazzire. Dopo pranzo andiamo a vedere il castello omonimo, un vero simbolo di ascesa sociale in quanto posseduto da un tesoriere di corte, tal Berthelot, il quale, a furia di favori e piaceri, riuscì a farselo regalare niente popò di meno che dal Re in persona. Il Castello è un gioiello costruito lungo il corso del fiume Indre e segue i canoni della moda rinascimentale, che sfrutta sapientemente, tra le altre cose,  il riflesso a specchio creato dall’acqua.

1215Gli interni sono strepitosi, tutti ricostruiti con cura, dalle tappezzerie al mobilio. Fuori c’è anche una piccola carrellata di carrozze usate all’epoca, ma con questa pioggia non ci godiamo niente, siamo costretti a scappare in macchina per andarcene in albergo, l’Etap di Tours, dove resteremo tre notti. Arrivare è un po’ complicato, ci sono lavori dappertutto e la struttura è molto fuori dal centro. Per cena andiamo in un tex-mex non lontano da qui, un locale che fa parte di una catena di ristoranti che tenta di fare l’occhiolino allo stile americano, ma non ci riesce neanche un po’, si chiama Buffalo Grill. La cameriera non capisce una parola di inglese, ci porta in ritardo le nostre coche (stiamo morendo di sete!), seguite da pop-corn, insalatine con troppa salsa e pane caldo. Il mio panino è buono, ma troppo crudo: d’accordo, mi piace la carne poco cotta, ma che devo addirittura cacciarmela nel piatto mi sembra troppo… Non portano il ketchup da accompagnare alle patatine fritte, bensì pepe e diversi tipi di sale aromatizzato, roba da far impallidire qualsiasi Yankee. Vedere però i francesi in un ristorante del genere è divertentissimo. C’è chi ordina un carpaccio di bresaola con formaggio di capra e verdure grigliate, tipicamente americano, non c’è che dire, e chi taglia l’hamburger con coltello e forchetta per non sporcarsi le mani! Tutta la cena, in compenso, è accompagnata da splendide immagini dello Utah e dell’Arizona in tv: canyon e vallate di boschi a perdita d’occhio e gente felice che fa kayak ed equitazione. Ah, come mi manca l’America!

Lunedì splende il sole e non vedo l’ora di andare a Chenonceau, il Castello delle Dame, di cui mi innamorai perdutamente durante un reportage di viaggi visto tempo fa in tv. Non c’è quasi nessuno, è presto, hanno appena aperto, facciamo i biglietti alle macchinette e ci inoltriamo lungo un viale di platani costeggiato, sulla sinistra, da un Labirinto che vedremo più tardi.

1368Il castello sembra quello delle fiabe, bianco, con gli archi che si specchiano nel fiume Cher che scorre pigro. Ai due lati del maniero due giardini di rara bellezza, uno dedicato a Diana di Poitiers, la prima proprietaria, amante del Re, l’altro voluto da Caterina de’Medici, la regina che cacciò la rivale relegandola nel più modesto Chateux sur Loire. Il castello in epoca medievale era una fortezza e di quell’antico disegno rimane oggi solo una torre accanto a un pozzo dalla carrucola arrugginita. L’interno del castello è prodigioso! C’è la Cappella, scampata alla furia della Rivoluzione perché celata sotto forma di deposito per la legna, la Sala delle Guardie, dove si riscaldavano al tepore del grande camino, la Galleria, voluta da Caterina de’Medici e che venne adibita a ospedale durante la II guerra mondiale, e poi le varie stanze da letto, le librerie, gli studioli, le cucine. La camera che mi ha colpito di più è stata quella di Luisa di Lorena, vedova di Enrico III, detta La Dama Bianca: dappertutto i segni del lutto, il colore predominante è il nero, un inginocchiatoio davanti alla finestrella e un ritratto del marito in un angolo.

1366        1233

1250

1256  1292

1272

Quando usciamo stanno arrivando altre carovane di turisti, visitiamo brevemente il Labirinto e contenti della bella giornata facciamo colazione e andiamo a Chambord. Scegliamo la strada panoramica, un meraviglioso sentiero asfaltato ideale da girare in bici con questo bel tempo che passa tra fattorie, campi di girasoli e balle di fieno. Non visitiamo l’interno di Chambord, ma con soli 3 euro possiamo gironzolare per il parco circostante quanto vogliamo. Il castello è possente ma sembra leggero, con tutto un gioco di torri a varie altezze e di forme diverse che, secondo la leggenda, sarebbero state progettate, tra gli altri, persino da Leonardo da Vinci, che visse qui fino alla sua morte a Clos Lucè. Restiamo sdraiati sul prato verde e curato ad ammirare la grandiosità di questa costruzione, la sua armonia, e continuiamo a passeggiare all’ombra dei filari di tigli che danno un po’ di refrigerio dalla calura.

1374

1425

1426

1435

Per pranzo siamo a Blois, un tempo capitale dei re di Francia, una città che lascia il segno. Intanto il colpo d’occhio sulla Loira, con quel ponte ad arcate che porta nelle tranquille strade del centro, le guglie del Castello alla nostra destra, e la Cattedrale che svetta dall’altra parte. Mangiamo un panino da Subway, quindi siamo davvero pronti a esplorare la città. Saliamo fino su in cima alla Cattedrale, visitiamo le sue navate accompagnati dal suono imperioso di un organo, poi ci rilassiamo sulle panchine del Belvedere, con accanto delle piccole aiuole di piantine aromatiche. Quando arriviamo nei pressi del Castello comincia a piovere a dirotto: peccato, proprio adesso che provavo a immortalare tutti questi tetti grigi di ardesia con i comignoli di mattoni rossi. Un’altra volta ci troviamo a rifugiarci in macchina per sfuggire al temporale, ma per fortuna il più è fatto, abbiamo davvero curiosato in ogni angolo. Tornando facciamo qualche foto al castello di Amboise, poi per cena prendiamo del pollo fritto al mitico KFC, un secchio che sa di miracolo, da mangiare in camera.

1438

1462

1454                       1457 1493 1486

L’ultimo giorno a Tours ci rilassiamo. Rinunciamo ad altri km in macchina e preferiamo svegliarci con calma. Non usciremo prima di mezzogiorno per andare a visitare la città, quindi la Cattedrale di Saint-Gatienne, parte del castello dove visse gli ultimi anni della sua vita Giovanna d’Arco e la pittoresca Place di Plourette, dove ci fermiamo a mangiare della squisita tempura in un ristorante giapponese che ha i tavoli all’aperto. Dopo pranzo ci riposiamo lungo la Loira su una panchina all’ombra, nei pressi dell’università, ma nonostante il riposo la nostra resistenza è oramai al limite dopo tutti questi giorni di viaggio, e non vedo l’ora di tornare in albergo per una buona dormita. Usciremo solo per le 20:00 per tornare a cena al Buffalo Grill, poi facciamo la valigia, domani si torna a casa.

1548            1554

1557

1564

L’8 agosto ci mettiamo presto in marcia per Parigi, ma prima facciamo una sosta a Orleans, tanto è di strada. Qui facciamo colazione con dei croissant e un caffè. Ebbene sì, ho infranto la mia regola personale secondo la quale all’estero devo evitare di prendere caffè, pizze o piatti di pasta per non restare delusa, ma stavolta il bisogno di caffeina era arrivato ai limiti di guardia. Non ne avevo letto bene nei vari diari di viaggio, invece ho trovato Orleans fantastica, elegante, quasi sofisticata. La Cattedrale, interamente dedicata all’eroina locale, Giovanna d’Arco, della quale vediamo anche la casa, proprio davanti il parcheggio della nostra auto, è di superba bellezza e le vie bianche del centro sono fascinosamente tranquille.

1577  1581

1589

Una volta svegliati siamo di nuovo in viaggio per Parigi. A Orly lasciamo l’auto alla rimessa e restiamo la bellezza di 8 ore in aeroporto, inventandoci il modo per far passare il tempo, tra una baguette da Paul, un primo abbozzo del consueto diario di viaggio e qualche chiacchierata su chat al salvifico computer.

Torneremo nella calda Roma intorno alle 23:00 dopo aver aspettato le nostre valige per un’eternità al nastro in compagnia del mitico Alberto Angela, che ha viaggiato con noi in low-cost … uno di noi!

I giorni seguenti li passeremo a cercare di recuperare le forze. I chilometri totali sono stati 2500, niente a che vedere con i 6000 dell’anno scorso in Canada, ma è pur vero che ormai lavoriamo entrambi, i tempi di recupero sono necessariamente più lenti.

Eppure, nonostante tutta questa grazia, dopo pochi giorni dal nostro ritorno, ero già nuovamente al computer a immaginare nuovi luoghi, a progettare nuovi viaggi….

itinerario-francia