Praga 2013

Erano anni che non ricordavo un autunno così caldo a Roma, mite, senza pioggia, eppure, allo scattare dell’ora legale, la gente in farmacia si accalca come fosse scoppiata un’epidemia di colera, accompagnata dalla consueta buona dose di maleducazione ed arroganza, ormai condicio sine qua non di questa città e dei suoi tristi abitanti.

Le giornate si susseguono una uguale all’altra. Le ferie estive sono un lontano ricordo. Il Giappone sembra di averlo solo immaginato e quel che più fa male è pensare che per il prossimo periodo idilliaco di pace e spensieratezza dovrò aspettare altri dodici lunghissimi mesi. Io non ce la faccio con questi ritmi. I miei valori soglia nei confronti della gente che mi circonda sono al minimo, e quando questo avviene il mio corpo risponde con “l’altrove”.

Sono qui, ma non sono qui.

Sono qui, in camice, a imbustare le tue aspirine, ma con la testa non sono qui, sono lontano, in una dimensione dove è possibile non chiedersi “cosa faccio per cena” o “devo fare benzina”. Sono qui, davanti a te, con le ricette in mano, a domandarti per l’ennesima volta solo nella giornata di oggi se preferisci il generico alla specialità medicinale, e tu, per l’ennesima volta solo nella giornata di oggi, cadrai dalle nuvole e mi chiederai se sono “buoni oppure no”, ma tanto a me non importa, io sono nel mio posticino personale dove tutto è curiosità e delizia. Ecco, quel posticino incantato al quale la mia mente stanca anela si chiama “viaggio”.

Quando durante l’anno la parola “viaggio” affiora alla mia bocca spontaneamente vuol dire che non c’è più tempo da perdere, che è il momento di cambiare aria, che è tempo di fare le valige e volare via lontano. Via, anche solo per pochi giorni, da tutto, il traffico, i clienti, la dottoressa e la sua famiglia pigra e scansafatiche. Anche solo pochi giorni da dedicare a quello che più mi piace fare nella vita: camminare all’aria aperta in città sconosciute, fare fotografie, leggere, assaggiare piatti nuovi, godermi la compagnia di Valerio parlando del più e del meno osservando la gente che passa. Cose semplici, ma tanto difficili da realizzare quando incastrati negli ingranaggi della maledetta quotidianità.

Trovo un buon volo per Praga per il tardo pomeriggio di giovedì 14 novembre, un appartamento miracolosamente libero in pieno centro città e via, guida in valigia, si parte!

La mattina della partenza ho lavorato come una negra, ma già solo l’idea che passerò la serata e i prossimi tre giorni davvero “altrove” mi fa venire un leggero sorriso sulle labbra. La mamma di Vale ci da uno strappo in aeroporto, inaspettatamente pieno per essere in mezzo alla settimana, e una volta fatto il check-in ci accorgiamo che stiamo sudando come due kebab all’interno dei nostri giacconi invernali. A bordo una comitiva di almeno venti attempati napoletani sta rivivendo i bei tempi andati delle gite scolastiche, quando si faceva impazzire la maestra e si cercavano gli ultimi posti sul pullman per pomiciare con la ragazzina dell’altra sezione. Ora a uscire pazze sono le povere hostess le quali, con i sorrisi sempre più tesi, tentano inutilmente di tornare a farli sedere ai propri posti, ma non c’è niente da fare, è scattato il momento delle fotografie e delle burle, mentre una signora bionda continua a fare avanti e indietro chiedendo a questa o a quella amica come sta, se è comoda, se ha caldo, se ha fame. Una perfetta padrona di casa. Ci manca solo che tiri fuori il servizio buono.

Arriviamo a Praga per le 21:20. Ci rechiamo alla fermata dell’autobus per  aspettare un gremito 119, scendiamo al capolinea della metro A, Dejvicka, infine, una spicciolata di fermate e siamo a Staromestska. Fuori la temperatura è rigida, ma è un freddo secco e piacevole, sembra di essere in alta montagna. Con i trolley ci dirigiamo rumorosamente sulle strade acciottolate verso la Piazza della Città Vecchia, dove, in una delle traverse, precisamente al numero 6 di Via Kozna, ci aspetta il nostro alloggio, l’Arcadia Residence. E’ un po’ difficoltoso trovare l’ingresso, in quanto all’interno di una galleria dove sembrano esserci solo ristoranti di lusso ed enoteche, ma fortunatamente il proprietario, Pasquale,  ci aveva lasciato un numero di cellulare, così chiamiamo al volo e in pochi minuti ci ritroviamo in un caldo studiolo dove a riceverci c’è David, un ragazzo dai capelli rossi e le orecchie a sventola, il quale ci stringe calorosamente la  mano e ci invita a prendere posto. Tra una formalità e l’altra, in un ottimo inglese, si dilunga piacevolmente in consigli davanti a una cartina per aiutarci a entrare in confidenza con i luoghi di maggiore interesse turistico, ci indica dove poter prendere il battello per un’eventuale gita sulla Moldava, evidenzia tram e linee metro per accedere ai vari quartieri qualora non avessimo voglia di camminare. Ci consegna anche una lista di ristoranti e birrerie più o meno tipiche dove poter mangiare, poi prende un mazzo di chiavi da un cassetto e sollevando la mia valigia ci accompagna al nostro appartamento, al secondo piano di un palazzo bellissimo e molto antico, dalle scale in pietra e il corrimano Liberty color verde smeraldo che termina in un temibile drago dalle fauci spalancate e le ali spiegate.

L’appartamento è qualcosa di meraviglioso! Saranno almeno settanta mq tutti per noi, è ampio, luminoso e arredato con cura. In salone c’è un delizioso tavolo rotondo moderno proprio sotto una finestra dalle doppie tende. La cucina ha tutto l’occorrente per poterci vivere, altro che week-end, con tanto di forno, frigorifero e utensili vari per cucinare e bere alla grande. Il letto è comodo, c’è un enorme armadio a muro in corridoio e nella sala da bagno, perché non si può definire semplicemente “bagno”, c’è una vasca angolare e persino la lavatrice. David, vedendoci a bocca aperta, ci dice che questo è solo lo Studio, e che gli altri due appartamenti, specialmente l’attico all’ultimo piano, che pare abbia una vista fantastica sull’Orologio Astronomico, sono molto più grandi. Ci chiede per che ora vorremmo la colazione domani mattina, pattuiamo per le 8:30, quindi ci augura un buon soggiorno e se ne va.

Rimasti soli, io e Vale continuiamo a guardarci sorridenti e increduli come due ebeti, quindi mettiamo addosso qualcosa di pesante, prendo “la bimba”, ovvero la mia reflex nuova di pacca, e usciamo per cercare qualcosa da mangiare.

La Piazza della Città Vecchia è davvero a due passi, ancora più affascinante a quest’ora di notte, silenziosa e vuota. Il colpo d’occhio sulle torri della Chiesa del Tyn illuminate a giorno, alla nostra destra, è straordinario.

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Intorno a noi eleganti palazzi dalle facciate colorate, affrescate o in stile Liberty, racchiudono bar, ristoranti o negozi di cristalleria di lusso, mentre al centro il monumento a Jan Hus osserva silenzioso il vecchio Municipio e la Torre dell’Orologio Astronomico.

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Ci ritroviamo in una bella piazzetta al centro della quale si trova un pozzo protetto da un elegante cancello. Proviamo a entrare all’Hard Rock Cafè, là dentro di sicuro troveremo un boccone anche se è quasi mezzanotte. Invece, il cameriere all’ingresso ci dice che è un po’ tardi per riaprire la cucina e ci invita ad accomodarci per bere qualcosa. Sembra una festa privata qui dentro. Ci sono pochissimi clienti e nel buio riesco a distinguere le ombre delle teste che si muovono su e giù al ritmo di Rockafeller Skank. Esco al gelo incredula e delusa. Il locale forse più internazionale del mondo e che millanta una filosofia di vita rock basata sul sempiterno “love all serve all” non serve più panini perché è quasi mezzanotte! Ripieghiamo su un salvifico carretto ambulante dove prendiamo due hotdog imbottiti di salsa e ce ne andiamo. A letto la sensazione è strana. Mi manca un po’ casa. Mi addormento come un sasso.

Ho dormito straordinariamente bene e stamattina sono piena di energia. Alle 8:15 sono già pronta e con Vale ci mettiamo a leggere qualcosa in salotto aspettando la nostra colazione. Puntuali, alle 8:30 precise, due donne, una giovane e una più anziana, suonano alla porta e veloci e silenziose, dopo aver accennato un timido “good morning” , aprono i lori contenitori termici, apparecchiano la tavola e se ne vanno in un baleno. Siamo esterrefatti. Le abbiamo sognate o cosa? Roba da pit-stop! La tavola è imbandita come quella di un re. Caffè, latte, succo d’arancia, cornetti caldi, frutta fresca, yogurt, cereali, salumi, formaggi, frittata, marmellate, burro, pane. Ci si potrebbe sfamare un reggimento! Spazzoliamo tutto come non ci fosse un domani,  è tutto buonissimo, poi ci prepariamo e usciamo.

DSC_0247 E’ in ascensore che comincia a salire un po’ di preoccupazione. Oggi, infatti, dobbiamo incontrare il proprietario del residence. David ieri sera ha accennato alla cosa quasi come a un obbligo, una sorta di rito che deve essere fatto, l’incontro con il gestore il quale pare ci tenga a guidarci per il “gran tour”, l’ha chiamato proprio così, e noi, abituati all’indipendenza più totale, specie quando siamo in viaggio, non sappiamo cosa aspettarci e viviamo il tutto con vivo disagio.

Quando entriamo nello studiolo Pasquale è alla sua scrivania. Ci viene incontro tendendo la mano in maniera affettuosa e la voce nel presentarsi mi è subito sembrata chiara e amichevole, come se già ci conoscesse, ma non ci vedesse da un bel po’ di tempo. Ci chiede come è stato il viaggio, dove abbiamo mangiato ieri sera, se l’appartamento andava bene e se c’era qualcosa da cambiare nella colazione. Poi prende il berretto e quasi prendendoci per mano ci guida a lunghe falcate lungo le stradine del centro città, suggerendo percorsi, piatti tipici, ristoranti, negozi e racconta aneddoti curiosi o divertenti.

Mi affascina questa persona. Vorrei chiedere un sacco di cose, tipo quanti anni ha, se è sposato, perché ha scelto di venire a vivere proprio a Praga, dopo aver tanto girovagato per il mondo, ma per ora riesco a scoprire solo che sono quasi dieci anni che è qui, che ha studiato lingue, che è nato in Sicilia, (in effetti Cusumano, il suo cognome, sembra quello di un pescatore trapanese), ma ha vissuto per tanti anni a Roma, e infatti conosce addirittura il nostro quartiere, Mostacciano.

Quando ci dividiamo mi sento un po’ stupida ad aver provato tutta quell’ansia prima. Pasquale è una di quelle persone che ti sembra di aver già incontrato nella vita, come un caro vecchio amico di famiglia che sai che c’è, che puoi contare su di lui, anche se non lo vedi quasi mai. E la sensazione si è riversata, ovviamente, anche nel soggiorno. Mai nella vita mi era capitato di sentirmi ospite di un conoscente pur stando in un hotel o in un b/b: mi ero quasi dimenticata che alla fine avremmo dovuto pagare!

Essendo venerdì ne approfittiamo per andare a visitare il quartiere ebraico, visto che domani sarà tutto chiuso per via dello Shabbath. Ad essere sinceri l’unica cosa che vorrei davvero visitare è il Cimitero Ebraico: mi ha sempre incuriosito il fatto che i nazisti ai tempi dello sterminio abbiano avuto pietà solo per questo luogo di pace, rastrellando e distruggendo, invece, tutto il resto con assoluto e insensato odio. Siamo costretti a pagare un biglietto cumulativo che prevede la visita non solo al cimitero, ma anche alla Stanza della Memoria e alle ben dodici sinagoghe sparpagliate per il quartiere. All’ingresso un’anziana guardiana insiste per farci acquistare una audio guida, “per capire meglio cosa è successo”, ci dice, e non la smetterà finché non le risponderemo decisi che abbiamo già la nostra di guida, che ci basta e avanza. Mio Dio, adesso capisco perché tante battute legate al loro attaccamento ai soldi! Me ne renderò ancora più conto una volta arrivati all’ingresso alle tombe. E’ vietato scattare foto, ma per 40 corone si può fare un’eccezione: la  memoria non verrà poi così scalfita a quel prezzo. Vergognoso!

Il Cimitero è molto particolare. Non avevo mai visto tante vecchie lapidi tutte insieme ammassate letteralmente tra di loro. Poi, con le foglie d’autunno che sono riuscite a farsi spazio tra una lastra di marmo e l’altra, il tutto è ancora più suggestivo, e non resisto alla tentazione di portarmi via qualche foto nonostante il divieto. E se mi beccano, pazienza, posso sempre dire che non so leggere l’inglese! Quando usciamo ci troviamo circondati da comitive di ebrei ortodossi in fila per entrare. La maggior parte non ti guarda mai in faccia o negli occhi, sembrano tutti immersi nel loro bizzarro mondo di preghiera e tradizione, ma i pochi che lo fanno riescono in pochi secondi davvero a farti sentire un’estranea, una creatura fuori posto.

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Lungo il sentiero che conduce al Cimitero, tante bancarelle vendono souvenir che lì per lì mi sembrano graziosi e originali, ma che, nei prossimi giorni, troverò anche in altri negozi, più o meno sempre la stessa roba. Tuttavia acquisto un quaderno per disegnare per Cristina e una colorata caffettiera smaltata per noi. Rinunciamo al giro delle dodici sinagoghe. Fotografiamo da fuori solo quella chiamata “Vecchia-Nuova”, dal tetto di mattoni, il quale, secondo la leggenda, conterrebbe il Golem creato da Rabbi Lowe, quindi proseguiamo la nostra passeggiata verso la Moldava, superando sulla nostra sinistra l’opulento Rudolfinum, l’auditorium di Praga.

Arriviamo al celebre Ponte Carlo V, ma è impossibile fare una foto decente tra passanti, turisti e questa grigia nebbiolina che ci circonda. Quel che più mi piace di questo passaggio obbligato è la vita che popola il ponte, in particolare le orchestrine jazz, quasi tutte composte da attempati, ma gagliardi musicisti dal naso rosso, o per il troppo freddo o per la troppa birra, e i disegnatori di ritratti e caricature, che io trovo sempre un po’ romantici.

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Il quartiere che però mi è piaciuto di più è stato Kampa, proprio sotto il ponte, un’oasi di pace nel cuore della città. Qui si possono trovare angoli deliziosi, come il mulino, le cancellate piene di lucchetti, purtroppo o per fortuna diventati una sorta di simbolo universale che suggella l’amore eterno, locande tipiche e uno splendido parco, colorato dei caldi colori che solo questa stagione sa dare.

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Torniamo indietro lungo il ponte per cercare il celebre Cafè Hemingway. Usciamo quindi dalla ressa e ci dirigiamo a destra, verso il quartiere nuovo di Praga, un po’ infreddoliti a questo punto della giornata e vogliosi di qualcosa di caldo. Il bar è purtroppo chiuso, quindi è vera la storia legata alla sua fama, se possono permettersi di stare a battenti sprangati alle 13:00 passate. Optiamo per un localino nei paraggi, lo Standard Cafè: luci soffuse, imposte color azzurro pastello, lavagnette con su scritti i piatti del giorno e  all’interno ragazzi che fumano, leggono, studiano sorbendo qualcosa di fumante, da una zuppa a una camomilla calda, comodamente seduti su vecchi divani e poltrone. Mi piace! Prendo una cioccolata calda con panna e una fetta di torta di mele. Vale assaggia anche dei panini. E’ tutto così tranquillo, rilassato, caldo. Vorrei vivere sempre con queste sensazioni addosso.

Usciamo di malavoglia e proseguiamo la nostra passeggiata lungo il fiume, tra eleganti palazzi in stile Liberty e colorati tram, fino ad arrivare alla Casa Danzante o Fred&Ginger, un’originale costruzione sede oggi di uffici nel quartiere di Nove Mesto.

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E’ pazzesco il contrasto tra le architetture classiche proprie dello stile di Alphonse Mucha e questo, modernissima idea che fa venire in mente musica, ritmo, motivetti da fischiettare. Inutile dire che all’epoca, i primi anni ’90, creò polemiche, ma secondo me fu una scelta coraggiosa e riuscita, se si pensa che venne costruita sulle rovine di vecchi edifici bombardati durante la guerra, assume secondo me un importante significato di rinascita e modernizzazione della città, se non, addirittura, di tutto l’est europeo, che si liberava finalmente dal giogo del comunismo.

Ci dirigiamo verso il centro passando per tristi parchi pubblici con salici piangenti, fontane asciutte e poveracci pieni di troppo alcool, fino ad arrivare a Piazza San Venceslao. Qui è praticamente passata tutta la storia, non solo della città, ma della Repubblica Ceca intera, e ancora oggi, a detta di Pasquale, è il luogo di incontro e scontro preferito in caso di scioperi e manifestazioni. In realtà, più che una piazza sembra un lungo e grande viale che assume una forma ellittica sulla quale si affacciano catene di negozi che si trovano ormai un po’ ovunque, bancarelle che vendono cibo dolce e salato (c’è un odorino di spiedini alla griglia molto stuzzicante nell’aria …), una di queste sistemata all’interno di un vecchio tram, il Museo Nazionale, la statua equestre del santo, alberghi. Sbocconcellando un trdelnik, un dolce ceco a forma di manicotto, torniamo all’appartamento: siamo stanchi e infreddoliti, ma qui dentro c’è un calduccio che fa subito casa! Dormo un po’, mi faccio un bel bagno caldo, quindi ci vestiamo e usciamo per la cena: siamo affamati!

Vorremmo andare in un ristorante tipico qui vicino recensito molto bene su TripAdvisor e che è anche nella lista che ci hanno lasciato all’Arcadia, ma un cameriere un po’ brusco di modi e soprattutto senza sorriso, condizione essenziale per essere un cameriere ceco, ci dice che se non abbiamo prenotato ce lo possiamo francamente scordare. Entriamo allora in quello accanto, U Spirku, una grande locanda dove fanno musica dal vivo. In questo momento c’è un duo con le chitarre, due signori coi capelli lunghi, sui cinquant’anni, davvero molto in gamba, vestiti solo di jeans e gilet di pelle su torso nudo. Ho freddo per loro. Suonano brani rock-folk-blues, il mio pane quotidiano, quindi senza indugi entriamo e guadagniamo un tavolo. L’ambiente è particolare, mi ricorda un grande laboratorio di alchimia, di quelli antichi dove si facevano i primi esperimenti con le rane e gli elettrodi, mentre una copia in scala dell’orologio astronomico batte le ore alle nostre spalle.

Ordiniamo due birre buonissime, dividiamo un antipasto freddo di prosciutto di Praga accompagnato da una fortissima salsa al rafano e cetriolini sott’aceto, quindi due piatti tipici, goulash per Vale, manzo con salsa ai mirtilli e panna acida per me, accompagnati dagli immancabili gnocchi di pane, ideali per fare la scarpetta, ma piuttosto pesanti. Dopo lo strudel di mele chiediamo il conto, solo 15 euro a testa, (a Roma, ormai, manco una pizza e una Coca),  e ce ne andiamo in centro per vedere l’effetto che il Ponte Carlo fa di sera.

Devo dire che la vera magia di Praga si apprezza di notte, quando l’illuminazione conferisce ancora più fascino a queste architetture serie e drammatiche. Anche Kampa, se possibile, è ancora più bello, con le panchine vuote, le coppiette che se ne tornano abbracciate ai loro alloggi, la luce calda giallo ambra dei lampioni che regala mistero ad ogni foto.

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Mentre ce ne torniamo in camera mi chiedo se il ponte sia mai stato vuoto, anche solo per pochi minuti, nella storia, ma faccio fatica a crederlo, ancor più immaginarlo.

Sabato 16 novembre non ce la faccio a svegliarmi  fresca e pimpante, anzi, sarà sempre più dura man mano che passano i giorni.

Sarà che maciniamo chilometri in mezzo al freddo, fatto sta che oggi arrivano le “fatine della prima colazione” che ancora sono in bagno a prepararmi.

Quando usciamo, un bel sole autunnale e un cielo che più limpido non si può ci fanno quasi dubitare di essere a Praga.

Assistiamo al rito dello scoccare delle ore assiepati sotto l’Orologio Astronomico in compagnia di tanti altri turisti, purtroppo molti italiani, mentre passano carrozze trainate da splendidi cavalli. Alle 10:00 precise la torre si anima, uno scheletro comincia a suonare una campanella mentre i dodici apostoli escono uno dopo l’altro da una finestrella, quindi la melodia di una tromba seguita da un grande applauso suggella il tutto.    Memento mori.

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Un’altra ora è passata e ci avvicina alla morte, e tutti, per esorcizzare la paura,  sorridono contenti e fanno festa. Mi domando quante fra queste persone abbiano davvero percepito il messaggio e quanti di loro si sentano inquieti come me ora.

Ci inoltriamo per i soliti vicoletti che pian piano stiamo imparando a memoria per raggiungere di nuovo il ponte Carlo e fare altre foto, stavolta con una luce magnifica.

Scendiamo per Kampa, passeggiamo un po’ per il parco, puntellato qua e là di sculture moderne,  poi andiamo ad osservare da vicino il murale dedicato a John Lennon, ma la famosa scritta Imagine circondata dal simbolo della pace è stata obbrobriosamente ricoperta da altre scritte insulse che creano solo confusione e disordine. Del leggendario Beatle sono rimasti solo due ritratti e il disegno di un yellow submarine accompagnato da un verso della celebre canzone di Lennon, appunto Imagine. Che peccato … Quello che a partire dagli anni’80 è stato un importante simbolo di ribellione nei confronti del regime comunista e un significativo luogo di incontro per i giovani di tutto il mondo, si è oggi trasformato in un muro imbrattato come ce ne sono tanti. Le nuove generazioni e il loro vuoto ideologico …

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Proseguendo a piedi arriviamo alla Cattedrale di San Nicholas, da non confondere con la chiesa che è proprio dietro il nostro alloggio, dalle torri rotondeggianti. Questa ha una cupola molto più imponente e il punto d’osservazione da sotto i portici, dove stanno cominciando a aprire molti ristorantini che offrono sedute all’aperto, coperte di pile comprese, è notevole.

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Ci inerpichiamo su per la collina lungo una ripida scalinata che conduce al Castello di Praga, tra antiche case in muratura prese d’assalto dai rampicanti, suonatori di violino e mendicanti. Due ragazze stanno lavorando a un servizio fotografico, una sembra abbia indosso un vestito da sposa ma corto fino alle ginocchia, l’altra la immortala con un impressionante zoom. Da quassù lo skyline della città è stupendo, tutti questi tetti di tegole rosse, presidio di piccioni dall’aria pasciuta.

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Quando arriviamo davanti al Castello la mia curiosità viene rapita da un gruppetto di anziani musicisti jazz, uno ha persino il contrabbasso, ma sembra non ascoltarli nessuno, sono tutti abbarbicati lungo le cancellate per assistere al cambio della guardia. Un tizio si arrampica in maniera maldestra e viene subito fermato da un poliziotto che lo guarda come se davanti avesse un deficiente, e forse non sbaglia. Suonano le trombe, escono le guardie tutte impettite e tirate a lucido con i loro fucili a baionetta. Mi fanno un po’ ridere, sembra che stiano facendo esercizi di ginnastica posturale dai movimenti che fanno con il collo e le spalle, e poi girano intorno come farebbe un gallo in un’arena, non so, mi ricorda il rito di corteggiamento di certi animali. Bah, che noia, andiamocene prima che finisca l’effetto ipnotico sugli altri visitatori!

Scendiamo dall’altra parte, verso la Nerudova, dove ci sono un sacco di bei negozietti che vendono souvenir,  crepes, dolcetti e altri deliziosi oggettini in gingerbread. Quando torniamo a valle si è quasi fatta ora di pranzo, ma non ho in realtà fame, vorrei solo un posticino per sedermi al caldo. Non ci va neanche troppo di camminare, quindi entriamo in un ristorantino squallidissimo e molto turistico proprio di fronte quella che deve essere una chiesa cristiana, visti i numerosi negozi che vendono articoli per cattolici nei paraggi. Ci fanno accomodare a un minuscolo tavolino a tre piedi che sembra più da ufficio che da trattoria, c’è una lampada inchiodata sul legno accanto a me. Siamo scomodissimi ma ordiniamo comunque, una salsiccia con senape, ketchup e rafano per Valerio, piatto considerato un antipasto qui, e due crepes, una con spinaci, salmone e formaggio per me, una farcita di salumi per lui. La mia è terribile, troppo aglio nella verdura, il pesce troppo salato. Avremmo fatto meglio a mettere da parte il pane e la frittata della colazione piuttosto che incappare in questo trappolone.

Insoddisfatti paghiamo e procediamo a piedi verso la collina di Petrin, sulla quale vorremmo salire a bordo della funicolare. Peccato che tanti altri abbiano avuto la nostra stessa idea e la fila che si accalca all’ingresso alle cabine è lunga e tediosa. Siamo per lo più circondati da famiglie con bambini piccoli, alcuni piccolissimi, ancora nel passeggino, e cani di ogni razza. Hanno indosso scarpe troppo leggere e cappotti sintetici troppo vecchi, e tutti hanno con sé bottiglie e cibo per evitare qualsiasi altro tipo di spesa. Mi è sembrato il parco dei proletari, ma non lo dico con accezione negativa, intendo proprio che è un posto tutto per loro, per famiglie, un luogo ricreativo e molto ben tenuto dove si può portare a spasso i propri “cuccioli”, magari a dorso di un pony, o dove le coppiette possono farsi romantiche foto dal belvedere: da qui la città si abbraccia con un solo sguardo. La copia della Torre Eiffel però è davvero orrenda, e pensare di salirci sopra non mi passa neanche per l’anticamera del cervello tanto la vedo traballante e incerta.

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Scendiamo sempre a bordo della funicolare, quindi ce ne torniamo all’appartamento, non prima di aver, purtroppo, incontrato l’ennesimo giovane ragazzo mendicante che per impietosire i passanti usa il proprio cane, un labrador disgraziato costretto a strasene accucciato con gli occhi supplichevoli tutto il giorno solo per tenere caldo il proprio padrone il quale, in cambio di tanta fedeltà, lo ringrazia procurandogli una bella artrosi alle zampe posteriori e una fine prematura, senz’altro miserabile. Mi ha messo di pessimo umore.

Entriamo in un negozio di souvenir a pochi passi dall’Arcadia, vicino il Museo del Sesso, per completare gli ultimi acquisti, quindi saliamo in camera e provo a rilassarmi con un buon tè caldo e un libro.

Per cena decidiamo di goderci il nostro bell’alloggio. Usciamo per acquistare cibo e bevande nelle varie bancarelle qui intorno, dalle chips croccanti al prosciutto di Praga arrosto, dalle birre ai cetriolini, e anche un delizioso panetto di marzapane con cacao e noci. Una cena faraonica!!

Domenica mattina ce la prendiamo con calma per alzarci, preparare le valige e fare colazione. Pasquale, ieri sera, ci ha lasciato un messaggio appeso al pomello della porta in cui si augurava che il nostro soggiorno stesse andando nel migliore dei modi possibili, anche se non ci aveva mai visto da lui, nel suo ufficio, a chiedere aiuto o informazioni. Mi prende il dubbio che forse abbiamo fatto qualche figuraccia, che magari lo abbiamo offeso e tutto questo mi fa ancora più capire quanto sia speciale questo posto e il suo proprietario: in altre circostanze non me ne sarebbe di certo fregato niente … chi se ne  importa delle opinioni di uno sconosciuto che probabilmente non vedremo mai più nella vita, no? E invece, con Pasquale è diverso, ci sembra quasi di aver fatto torto a un amico.

I nostri dubbi vengono subito suffragati non appena scendiamo da lui. Ci saluta con un “Eccoli!”, e comincia a domandarci, sinceramente incuriosito,  cosa abbiamo visto e cosa ci sia piaciuto di più. Ci dice che possiamo davvero prendercela con calma, anzi, ci invita a lasciare i nostri bagagli in camera finché non arriverà il momento di incamminarci per l’aeroporto, quindi il check-out viene automaticamente e gratuitamente posticipato dalle 11:00 alle 14:30 circa. Siamo noi a insistere per pagare il conto. Lui, in maniera molto elegante, ci assicura che possiamo fare tutto una volta tornati dalla nostra passeggiata, ma la verità è che almeno io non vedo l’ora di pagare per ristabilire un equilibrio, un gioco delle parti che forse si è un po’ disorientato.

Stamattina vorremmo cercare di vedere il poco che ci manca, quindi entriamo nella Chiesa del Tyn, ma è in corso la messa, non possiamo fare nemmeno una foto, così ci dirigiamo verso la Torre delle Polveri, nera di smog. Passiamo davanti a un teatro dalla facciata in stile Art Noveau, a ridosso di una piazza con un piccolo centro commerciale chiamato semplicemente “200 Shops”. Qui si possono già ammirare i primi addobbi natalizi, poi ci incamminiamo verso la chiesa di San Giacomo, molto bella ma come l’altra non immortalata per via della funzione religiosa. Passando accanto ad una strana ma affascinante scultura moderna, In Utero, raffigurante una donna giunonica accovacciata per terra a gambe aperte e le braccia maliziosamente poggiate dietro la nuca, ci ritroviamo alle spalle del monumento a Jan Hus, quindi siamo nuovamente in piazza San Venceslao per dare un’occhiata  a un mercatino, a detta di Pasquale, molto antico e dove è possibile trovare cibo bio in alcuni giorni della settimana. Oggi però ci sono solo bancarelle che vendono souvenir, niente di lontanamente pittoresco.

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Molto carina è, invece, la piccola piazzetta che si staglia aldilà del mercatino, al centro della quale si trova una piccola fontana asciutta con due figurini classici che raccolgono uva.

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Torniamo al nostro palazzo chiamato U Zavoje, (in ricordo di un prezioso velo che una ricca famiglia di Praga trovò), pranziamo con la frittata e i salumi che ci hanno portato a colazione, quindi è inesorabilmente arrivato il momento di andarcene. Passiamo per salutare Pasquale, per ringraziarlo davvero di tutto, e lui non solo ci regala una scatolina di cioccolatini “pericolosamente buoni”, ma anche i biglietti dei mezzi per arrivare in aeroporto. Siamo senza parole!

Tra metro e autobus impiegheremo al massimo un’ora per arrivare al Vaclav Havel, ma la nostra paura è che posticiperanno il volo, o peggio, per via della spessa nebbia che oggi ha avvolto la città. Restiamo parecchio in attesa, stanchi e insonnoliti, ma devo dire che gli italiani che incontriamo all’estero riescono sempre a darmi grandi soddisfazioni, e non ho il tempo di annoiarmi. Mi soffermo sulle griffe che portano addosso, sui loro smartphone, macchine fotografiche improvvisate, ma più che sufficienti per mostrare al volo su facebook dove hanno passato il weekend (immagino poi le didascalie..”si torna alla realtà!! ”), sulle loro espressioni quando sentono la vocina nell’altoparlante che in inglese sta comunicando qualcosa, da vagamente stralunata al”che diavolo sta dicendo questa?”, e cominciano a guardarsi tra loro con sospetto come a cercare aiuto, se non altro per capire se sono arrivati gli alieni e bisogna evacuare.

L’aereo è pieno come  un uovo e siamo costretti a imbarcare almeno una valigia. A bordo noto con terrore che viaggeremo con la stessa compagnia di bricconi dell’andata, anzi, qualcuno riesco a osservarlo più da vicino quando ci incontriamo al nastro per recuperare il bagaglio, ma quando ho sentito che nell’attesa, piuttosto che scambiarsi opinioni su quanto di bello avessero visto, hanno preferito discorrere di “Uomini e Donne”, allora ho perso davvero interesse. Non c’è rimedio, né salvezza, né speranza…