Stoccolma 2014

Qualche sera fa, mentre preparavo la cena, dal divano Valerio mi chiama con aria vagamente perplessa. “Il 16 maggio sono dieci anni che stiamo insieme. Cosa vuoi per regalo?” E io, asciugandomi le mani nello strofinaccio, senza pensarci su due volte, gli rispondo convinta:” Vuoi farmi contenta? Un viaggio!”

Ok, ogni scusa è buona per preparare la valigia e andarsene, ma è anche vero che, secondo la mia personalissima opinione, viaggiare rimane l’unico modo intelligente di spendere soldi. Quindi inutile starsi a scervellare su oggetti di gioielleria o di elettronica! “Datemi un passaporto e girerò il mondo” è il mio motto, e così, scelta Stoccolma come destinazione, e chiesti due giorni di ferie, concessi sì, ma anche tanto fatti pesare, ci mettiamo alla ricerca del volo e di un albergo che non abbiano prezzi troppo … svedesi!

Partiamo venerdì 16 maggio, da Ciampino, con volo Ryan Air delle 10:55. Ci accompagna in aeroporto un tassista spilungone dalla guida sportiva che ha lo specchietto retrovisore pieno zeppo di gadget dei Pittsburg Steelers, uno scheletro e persino un tao. Al gate Valerio non crede ai suoi occhi quando vede passare John Cena circondato da una dozzina di altri wrestlers dai fisici erculei. Non sembra molto simpatico, ha una guardia del corpo che spinge via per lui quelli che lo vorrebbero avvicinare per una foto. Vale, timido com’è, si contenta di immortalarlo da lontano mentre chatta entusiasta con il fratello, come se avesse visto Gesù. Lo amo anche per questo.

Il volo dura quasi tre ore ed è di una noia mortale! Col fatto che bisogna pagare tutto non ci si concede neanche un bicchiere d’acqua o qualcosa da sgranocchiare, con il risultato che il tempo non passa mai! Fortunatamente il posto accanto al finestrino rimane libero, così ho modo di allargarmi e dormire un po’. Ci accorgiamo di essere arrivati grazie al netto cambiamento di colore che vediamo dall’alto: dal blu del mare siamo passati al verde più brillante e assoluto! Ed è stato amore a prima vista. La Svezia sembra una terra vergine … solo boschi a perdita d’occhio e qualche casetta bianca qua e là a punteggiare il panorama …

L’aeroporto di Skavsta sembra aperto l’altro ieri. E’ tutto lucido, nuovo, vuoto. Non c’è traccia di uomini qui, che so, l’inserviente che pulisce i bagni, o quello che svuota i cestini della carta, nessuno. Ci precipitiamo a fare i biglietti per il pullman della Flygbussarna che dovrebbe portarci in centro in 85 minuti. Barbie cassiera (sono tutte talmente bellissime e biondissime da ricordarmi la mia bambola preferita) mi consiglia di fare subito anche i biglietti per il ritorno, così paghiamo e ci mettiamo sotto il sole ad aspettare che arrivi il nostro mezzo. Sotto il sole, sì, un caldo che manco ai tropici, e io che sono vestita come Totò e Peppino a Milano comincio a pensare di aver sbagliato tutto nella mia valigia.

Il pullman va a venti l’ora, di questo passo avremmo fatto prima ad andare a piedi. Ma il panorama che scorre dal mio finestrone mi ripaga di tutto! Boschi di magnifiche betulle mi accompagnano fino alla più dolce delle pennichelle. Mi sveglio all’improvviso per il torcicollo e noto con profondo sconforto che siamo ancora in strada intrappolati in una fila di macchine spaventosa!

Arriviamo con notevole ritardo alla Stazione Centrale con una fame che potrebbe farmi divorare una renna viva, se solo ne incontrassi una. Valerio, che teme una mia crisi di nervi da un momento all’altro, come sempre mi capita quando sono a corto di zuccheri, propone saggiamente di fermarci a mangiare qualcosa, così entriamo senza troppi complimenti in un Espresso House, una specie di Starbucks svedese. Prendiamo due bagels ripieni di salmone, crema al formaggio, cipolla rossa e lattuga croccante e dividiamo una specie di acqua agli agrumi davvero rinfrescante. Ci sediamo su due morbidissime poltrone a gustarci il meritato pasto osservando la gente che passa: la famigliola che viaggia con tutti e quattro i nonni e i figli, di cui una piccolissima, il gruppetto di napoletani arrapati, ancora ignari delle pive che riporteranno a casa come souvenir,  quello che ha vissuto a Stoccolma per un periodo e ora è diventato immancabilmente l’esperto del settore, e chiama tutti al cellulare reclinando la testa da una parte e urlando a gran voce con un sorriso ebete” ma io me sento un po’ a casa qui!”.

Scendiamo in stazione lungo una scala mobile illuminata da futuristiche lampade al led che cambiano colore di volta in volta. Restiamo qualche minuto indecisi sul da farsi di fronte alla mappa della metropolitana, finché non veniamo raggiunti da un dipendente delle ferrovie, un indiano gentile che parla perfettamente l’inglese, il quale ci regala utili dritte per capire come funzionano i mezzi pubblici risparmiando qualche soldo.

Per prima cosa ci manda all’edicola a comprare l’Access Card, una carta automatica dove si possono caricare le proprie corse, individuali o per più persone, mentre per raggiungere l’alloggio ci suggerisce di prendere la linea verde della T-bana fino a Gullmarsplan, quindi da lì un tram … Ma quanto è lontano st’albergo?

I mezzi pubblici, manco a dirlo, si riveleranno tutti efficientissimi, pulitissimi, puntualissimi, ma tra una cosa e una altra arriviamo ad Hammarby, il nostro quartiere, che sono le 17:00 passate.

L’albergo è il Park Inn Radisson, un palazzone in una tranquilla zona residenziale piena di palestre, ristoranti, farmacie, supermercati. La camera è grande, con elementi di design come vuole la tradizione svedese ed è coloratissima di quadri alle pareti, cuscini rossi, coperte blu. Il bagno, poi, è gigantesco, con una bella ardesia in terra che conferisce eleganza all’ambiente.

Siamo stanchissimi, ma dopo una dormita e una doccia bollente siamo pronti per uscire di nuovo per esplorare la zona nei dintorni dell’hotel.

Sbuchiamo a ridosso di un largo e placido canale, dove si specchiano grandi navi da carico attraccate e barche da diporto, e dove sguazzano papere dall’aria pasciuta.

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Siamo circondati da  splendide case dall’architettura pulita e razionale, tutte servite da una lunga pista ciclabile che serpeggia tra aiuole curate di tulipani, parchi gioco, panchine, banchine panoramiche.  Ci sono ancora aitanti papà in giro con i passeggini (mai visto tanta cura paterna nel badare ai propri figli), gente che fa jogging, pattina, va in bicicletta, tra gli odorini stuzzicanti dei ristoranti all’aperto.

Si respira benessere. La qualità della vita qui è altissima e tangibile.

Prendiamo i mezzi e scendiamo a Gamla Stan, letteralmente “città vecchia”, l’isolotto al centro della laguna dove ebbero luogo i primi insediamenti. Il colpo d’occhio sul lago Malaren è fenomenale, un misto di calma nel blu liquido del tramonto, e frenesia perché solcato dal ponte della metropolitana e, parallelamente, da quello dell’autostrada.

Ci inoltriamo per vialetti acciottolati e  piazzette alberate, nascoste, come fossero gemme da conservare. L’atmosfera è fiabesca e sulla piazza principale, dove svettano il Museo del Premio Nobel e magnifiche case risalenti al 1600, oggi eleganti cioccolaterie dove la gente sorbisce una bevanda calda protetta da coperte di pile, un’artista di strada vestita come un monaco ci regala un salto nel medioevo esibendosi con due lanterne infuocate.

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Passiamo per il Palazzo Reale, la Cattedrale, vediamo la guglia della Chiesa Tedesca ergersi imponente sui tetti delle case, finché un certo languorino ci avvisa che è ora di cena. Scegliamo un ristorante che ha il menù in inglese, ma che non sembra poi così turistico, lo Slingerbulten. In effetti nell’accogliente sala rivestita di delicate boiserie verdi acqua, siamo gli unici stranieri. Alle pareti quadri ad olio richiamano la natura marinara del popolo svedese, con immagini di pescatori e di aringhe. Il cameriere che viene a prendere le nostre ordinazioni è simpatico e, manco a dirlo, giovanissimo (sembra davvero la città dei Peter Pan! Non c’è stato modo di vedere in giro persone anziane e le poche che si incontrano hanno tutti un bell’aspetto sano e giovanile). Ci porta due birre chiare e un’acqua in bottiglia al limone (sembra del Fresh&Clean da bere), dividiamo un favoloso antipasto di aringhe condite con tre tipi diversi di salsa da accompagnare con del burro salato da spalmare che mi ha chiaramente provocato dipendenza. Poi Vale prova le loro famose polpette con purè di patate e lingonberry, io vado sul salmone con asparagi alla griglia e patate bollite. Una cena da re.

Quando usciamo l’aria fresca ci sveglia dal tepore del cibo e dell’alcol. Comincia a fare freddo. C’è un’escursione termica folle in questa città, si passa tranquillamente dai 30 gradi del metà mattino ai 9 della sera.

Non abbiamo cambiato contanti quindi tornare in albergo con i mezzi è un bel problema, in quanto la macchinetta della Access Card non gradisce le nostre carte di credito, mentre il gentile omino della T-bana ci dice che può accettare solo Corone. Ci tocca prendere un taxi quindi, la soluzione più temuta da Valerio il quale, forse perché picchiato da piccolo da un futuro autista,  prova un indubbio e ingiustificato odio nei confronti della categoria.

Passiamo per il moderno quartiere di Sodermalm; non c’è nessuno in giro eppure è venerdì sera e neanche troppo tardi.

In stanza cadiamo a letto come pere.

Sabato 17 maggio abbiamo la sveglia che suona inesorabile alle 7:30 del mattino, ma io e Valerio non la sentiamo neanche, ci voltiamo dall’altra parte e continuiamo a dormire come niente fosse. Nonostante la stanchezza, però, riusciamo miracolosamente a uscire per le 9:00.

E’ una limpida giornata di sole, il cielo sembra una pellicola trasparente tanto è sgombro di nuvole. Andiamo a Gamla Stan per fare colazione in un localino scovato leggendo qua e là diari di viaggio su internet. Ha l’impronunciabile nome di Jerntorgiths Cafè, in un’antica piazzetta medioevale dove in un angolo si può trovare una statua in bronzo del musicista svedese Evert Taube, che stringe i suoi spartiti mentre si abbassa sornione gli occhiali da sole per guardare un punto imprecisato in alto.

L’interno del bar ha un aspetto vagamente bohemien, con sedie antichizzate traballanti e intonaco grezzo alle pareti. Ha un’esposizione di dolci tipici italiani sul banco di legno, cannoli ripieni di crema al pistacchio e sfogliatelle di ricotta, ma la mia attenzione viene attirata dai rotoli di cannella, squisiti caldi. Una tazza di cappuccino, davvero eccellente per essere all’estero, mi mette ancora più di buon umore e così partiamo per un giro più approfondito del centro, fermandoci di tanto in tanto per acquistare qualche souvenir o per scattare qualche foto. Scendiamo lungo la strada che porta alla Cattedrale, verso nord, da dove possiamo ammirare il Municipio, un grande palazzo di mattoni che sembra uscito da una piazza rinascimentale italiana.

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E’ qui che si celebra il consueto banchetto per premiare le più eminenti figure nel campo della cultura e della pace con il prestigioso Nobel. Poco lontano il Mausoleo di Riddarholmen, dove vengono conservate le spoglie dei membri della monarchia.  Passiamo sul retro del Palazzo Reale, lungo una serie di ponti dalla vista incantevole e strade che pullulano di turisti. Siamo nel quartiere di Ostermalm, forse il più elegante e raffinato. Lo si vede dalle Ferrari che cercano parcheggio, dalle vetrine delle boutique di lusso, dai ristoranti con i camerieri in livrea. Andiamo a vedere il mercato di Salus Hall, il quale sembra costruito apposta per compiacere i turisti che entrano a frotte, credendo di trovarsi in un luogo genuinamente autentico, ma dove in realtà troveranno solo banchi di frutta, verdura e dolci tirati a lucido in attesa di farsi fotografare. Per me il mercato deve essere bagnato per terra, deve puzzare di pesce .. devo vedere resti di ortaggi sbucciati agli angoli mentre le gente urla per vendere le mercanzie. Qui si trovano macellai in bombetta e teste di finte renne appese tra le bandiere …

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Torniamo verso il centro e decidiamo di prendere un traghetto per vedere Stoccolma dai canali. Lo Stockholm Sightseeing sembra fatto per noi, con il suo tour guidato lungo i ponti della città. Facciamo i biglietti e nell’attesa mangiamo un chorizo al volo con tanta senape.

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La crociera dura quasi due ore, e ci permette di conoscere non solo angoli nascosti di Stoccolma, ma anche notizie e curiosità che raramente si trovano sulle guide. Passiamo quindi per Gamla Stan, presa d’assalto da giovani seduti lungo la banchina a godersi il sole, per Slussen, sull’isola di Sodermalm, importante crocevia stradale e nautico, dove c’è una delle due chiuse principali costruite apposta per evitare che le forti correnti del mar Baltico si mescolino alle tranquille acque del lago Malaren creando possibili disagi alla città … un vero gioiello di ingegneria idraulica. Costeggiamo Djungarden, isola ricca di verde e divertimenti per grandi e piccini, che visiteremo domani, e tra racconti che passano dalle scorrerie vichinghe fino ad arrivare all’industrializzazione più capillare, che ha portato progresso e agiatezza, (in passato come ai giorni nostri, basti citare nomi come Ikea, Absolute Vodka e Nokia), arriviamo ad Hammarby, il nostro quartiere, frutto di costose opere di depurazione delle acque e di edilizia per vincere la sede delle Olimpiadi del 2004. I giochi, in realtà, si svolsero ad Atene, ma non per questo la città restò con le mani in mano, portando a termine in tempi record una delle zone più nuove e desiderate della capitale.

Non me ne ero accorta prima, ma proprio sopra il nostro hotel c’è una ripida collina con tanto di impianto sciistico. Mi sono immaginata gli svedesi d’inverno prendere la metro per andare a fare snowboard a pochi minuti da casa o a pattinare sul ghiaccio del lago Malaren, oggi popolato da bagnanti in bikini … E’ grandiosa questa città, non c’è altro da aggiungere!

Quando sbarchiamo siamo a pezzi e io definitivamente raffreddata.  Devo adeguare il mio abbigliamento al clima, così entriamo in un vivace centro commerciale dove c’è un H&M a due piani, tappezzato da immagini di Giselle tra jungla amazzonica e puledri imbizzarriti sulla spiaggia. Compro qualche capo rigorosamente di cotone ed economico, piccola pausa per un frullato rinfrescante a base di mango e arancia e siamo pronti a tornare in hotel, davvero esausti.

La sera usciremo sul tardi. Siamo troppo stanchi per avventurarci nuovamente verso il centro, così restiamo a mangiare in zona in un ristorante thailandese chiamato Phuket Island. E’ ampio, un po’ buio, da fuori può sembrare quasi chiuso, ma dentro è ben arredato, c’è un grande acquario sulla destra, legno finemente intarsiato alle pareti e le immancabili gigantografie del loro beneamato dittatore come decorazione. Il ragazzino che ci fa accomodare sembra un po’ preoccupato, forse per via di una tavolata di brutti ceffi in un angolo un po’ nascosto della sala che continua a chiamarlo per chiedergli questo o quello con aria vagamente minacciosa. Ho immaginato fossero quelli del pizzo, venuti a riscuotere o imbestialiti da un ritardo e quindi pronti a passare all’azione. In questo bel clima disteso mi ci metto pure io a rompergli le scatole, chiedendogli se per caso avesse mai sentito parlare di menu in inglese. Balbetta qualcosa tipo “non ce l’abbiamo ancora, devo passare in copisteria a ritirarli, ti prego chiama la polizia” ma io, concentrata solo sui miei crampi da pancia vuota, gli volto pomposamente le spalle con aria da gran signora scandalizzata. Ordiniamo alla cieca, le foto sul menu sono pure sgranate, ma andiamo sul sicuro prendendo un phad thai di pollo, dei noodles al manzo teriyaki e degli spring rolls di carne con un’eccezionale salsina agrodolce. Che cena, ragazzi, e che porzioni! Lasciamo il ragazzo al suo destino e usciamo a passeggiare lungo il canale per aiutare la digestione, cercando di resistere alla tentazione di vomitare ad ogni angolo .. accantoniamo per oggi la malsana idea di andare in centro a prendere un dolce.

Domenica 18 brilla il sole nel cielo di Stoccolma! E cosa fanno i biondi e bellissimi svedesi in giornate come questa? Vanno al Djungarden! E così faremo anche noi! Con la metro scendiamo a Kungstradgarden, una grande caverna colorata di murales per mano di un celebre artista degli anni ’60, a piedi passiamo per la piazza dove svetta la Sergels Torr, ieri vista solo dall’alto, da un incantevole giardino orientaleggiante tra fontane e uffici, quindi prendiamo un tram.

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Passiamo davanti il Teatro di Arte Drammatica, dalla facciata pacchiana, e scendiamo proprio all’imbocco dell’immenso parco che è l’isola di Djungarden. Famiglie intere armate di passeggini carichi di pargoli si mettono in marcia a grandi falcate per conquistare un pezzo di terra sul quale bivaccare tutta la giornata. Noi siamo alla ricerca di un posticino dove fare colazione e così, dopo essere rimasta per un pezzo come ipnotizzata da una magnifica aiuola di tulipani multicolore, costeggiamo il Museo Nordico, quindi siamo al Vasa.

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Qui la scena che si presenta ai nostri occhi è piuttosto comica. Un povero ragazzone con la divisa blu del museo ha ricevuto il gravoso onere di comunicare a una piccola folla di turisti che, per motivi tecnici, il museo resterà chiuso per la mattinata, o perlomeno, finché i computer non riprenderanno a funzionare, almeno per stampare i biglietti. I gruppi che però hanno dei voucher particolari possono passare. E qui è stato l’errore. Un pugno di grassi e attempati americani, capitanati da una carampana tutta vestita di turchese e dai capelli color menopausa, si fomenta gridando all’ingiustizia e allo scandalo, mettendo ancora più in difficoltà il povero ragazzone, che non sa più in che lingua dire “I’m sorry, i’m so sorry”. Gli mancava il sanscrito.  La tardona urla e quasi si mette a piangere, giuro, ha le lacrime agli occhi quando si volta verso l’amica che si mostra comprensiva e soprattutto calma, forse perché ha saggiamente cominciato la sua terapia ormonale sostitutiva, ma potrei giurare che stesse pensando “la prossima volta solo io e te e al mare, Johnny”.

Sono quasi le 10:00, ormai la fame è conclamata. L’unico locale in zona che sembra servire una colazione non a base di wurstel e ketchup è il Josephina, un enorme bar che deve fungere anche da discoteca la sera. Entriamo vagamente intimoriti dal tappeto rosso, dai mazzi di rose nei grandi vasi, dai divani in pelle bianca, dai lampadari stile impero. Prendiamo due fette di torta, la mia straordinariamente buona, con una generosa porzione di panna al lato, un caffè macchiato e una spremuta d’arancia per la non modica cifra di 25 euro! E uno degli angoli della torta di Valerio se ne va dritta nelle fauci di un uccellino goloso sceso in picchiata sul nostro tavolo approfittando di un momento di distrazione! Non ci sono più gli uccellini di una volta…

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Rifocillati siamo pronti più che mai a immergerci nelle atmosfere dello Skansen, uno dei musei a cielo aperto più antichi di Stoccolma. Qui è possibile gironzolare tra  villaggi di campagna ricostruiti nei minimi dettagli, comprare un pretzel profumato di forno, vedere ragazze in costume d’epoca giocare con lo yo-yo o altri giocattoli “datati”. Qui è tutto studiato per i bambini. Ci sono aree con musica con tanto di palcoscenico per spettacoli a tema, ci sono gli animatori, con i palloncini e i colori per dipingere sui loro visini farfalle o tigri, ma soprattutto ci sono gli animali, non solo da fattoria, come pecore, mucche e galli, ma anche tipicamente nordici, come alci, renne, orsi. Io sono impazzita! Sarò rimasta un tempo interminabile davanti la gabbia del gufo, solo per poterlo fotografare per bene e ho combattuto contro un bimbo di quattro anni per riuscire ad accarezzare il cucciolo di capra che brucava tranquillo davanti a noi. E non ci sono riuscita! Questi piccoli svedesi sono ossi duri! Qui è possibile cavalcare un pony o semplicemente stendersi sul prato, magari all’ombra di un mulino, per fare un pic-nic. Non ho mai visto niente del genere in Italia e non ho ricordi di posti simili neanche quando ero piccola. So solo che per un luogo così avrei pagato, e non solo durante la mia infanzia. Un popolo che ha talmente a cuore la qualità del tempo da passare con i propri figli, riuscendo nello stesso tempo a preservare l’ambiente, nel totale rispetto di sé stessi e degli altri, dovrebbe solo che essere preso da esempio. Come si fa a non amare gli svedesi?

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Esco dallo Skansen quasi controvoglia. E’ come se non volessi abbandonare questo luogo speciale dove in qualche modo si torna bambini.

Ci fermiamo a un chioschetto a prendere due “hamburgare” ripieni di tutto, patate fritte e due coche e ci sediamo su una panchina a pranzare. Vicino c’è uno dei luna park più antichi d’Europa (mi piacerebbe farmi un giretto su qualche giostra, ma sembrerei una ritardata, visto che dovrei salire in solitaria …), e il museo degli Abba (peccato non aver fatto una foto con la sagoma dei quattro cantanti all’ingresso …). A piedi ci inerpichiamo in salita fino al parco vero e proprio mentre sfrecciano sulla strada macchine e moto d’epoca, alcune davvero bellissime e originali. Deve essere in corso una specie di festival per gli amanti del genere che fanno il periplo dell’isola a bordo dei loro stravaganti mezzi facendosi ammirare come fossero pavoni su ruote. Ci fermiamo in un’area del parco molto tranquilla, sotto una delle tante postazioni coperte per permettere di fare dei comodi pic-nic all’aperto e ci riposiamo un po’. Intorno famigliole stese con i plaid sull’erba, bimbi che giocano, cagnetti scodinzolanti che bevono contenti. Riprendiamo il tram e scendiamo verso la baia per vedere com’è la situazione al museo Vasa. Fortunatamente i computer hanno ripreso a fare il loro dovere, (sarà stata contenta la tardona americana), facciamo i biglietti ed entriamo.

Sono rimasta senza parole. Questo museo è qualcosa di unico, non si può trovare nulla di simile in nessun’altra parte del mondo. Contiene una nave a tre alberi perfettamente conservata, recuperata praticamente integra al largo del porto di Stoccolma dove si inabissò proprio il giorno del varo nell’agosto del 1628. Appesantita da 60 cannoni a bordo, vide la morte di circa 150 persone, molte delle quali famigliari dell’equipaggio saliti a bordo apposta per l’evento. Poveracci. Le calme acque del lago hanno aiutato a mantenere la struttura in legno e gli intarsi di mirabile fattura. Certo, si sono persi i colori, ma per aiutarci a immaginare fortunatamente c’è la tecnologia.

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Quando usciamo si è annuvolato e comincia a far freddo, così decidiamo di tornare in albergo. Sto poco bene, ho il naso chiuso e una fastidiosa tossetta che non mi da tregua. Ho sbagliato la valigia anche da quel punto di vista, portando con me l’unico medicinale che non mi è servito a niente: detesto i bagagli a mano. Entro in uno store per comprare qualcosa, ma quando chiedo al ragazzo un medicinale per la tosse mi guarda come se provenissi da Marte. Pericolosamente avvicina la mano alle Nicorette, (vedi a far vendere medicinali da personale non esperto!), quindi capisco che è il caso di limitarmi a un pacchetto di caramelle al miele e a un succo che credo essere di pomodoro per fare il pieno di vitamina c, (in realtà sono ravanelli), caratterizzato da una disgustosa consistenza … sembra placenta.

Per cena vorremmo provare un ristorante giapponese a pochi metri dall’hotel, si chiama Tezukuri. Le recensioni su TripAdvisor promettono bene: “miglior sushi in città”, “ristorante giapponese economico” e via dicendo. Quando arriviamo, sono quasi le 20:00, notiamo che il locale è vuoto, a parte una coppia di ragazzi indiani in un angolo che sta terminando di mangiare. L’accoglienza non è delle migliori. Un vichingo moro alla cassa ci guarda con aria interrogativa e quando gli chiediamo più volte se c’è un tavolo per due ci risponde in svedese che sì, si può fare. Aspettiamo che qualcuno ci fili per portarci almeno il menù, finchè, mossa a compassione, non si avvicina una ragazza con due brochure spiegazzate in mano a dirci come funziona. Scegliamo i piatti, paghiamo al banco, poi se vogliamo mangiamo sul posto, se no ce ne possiamo andare. In pratica è un take-away. E perché nessuno si è sentito di scriverlo sul sito di TripAdvisor? Ordiniamo alla cieca, il menù è solo in svedese e senza foto, ma questo non è per forza un male. Prendiamo due jumbo sushi, in pratica 7 pezzi a testa, e un qualcosa che ricorda dei rolls con all’interno del tempura di gambero. Con due coche circa 35 euro in totale. Economico dove? Forse per gli standard svedesi? Comunque è tutto buonissimo e mentre mangiamo ci rendiamo conto di essere in un vero e proprio take-away di fiducia per la gente del quartiere che ha ordinato al telefono e ora passa  a ritirare la cena che consumerà a casa a bordo di scintillanti suv. E’ un viavai  di persone alle quali è difficile dare un’età, tutte vestite con sobrietà e gusto, e tutte accomunate dalla stessa aria serena e apparentemente felice. Ci alziamo da tavola con ancora un po’ di fame, ma non ce la sentiamo di ordinare altro. I cuochi hanno chiuso la cucina e stanno cenando per conto loro.

Con la scusa di un dolce torniamo in centro al Chokladkoppen, una delle konditorei più famose in città, proprio sulla piazza principale. Il guaio è che ha già chiuso, ma i ragazzi all’interno sono talmente gentili da concederci due dolci seduti ad uno dei tavolini in veranda. La cosa può sembrare assurda, chiudere alle 21:00 in una soleggiata serata primaverile, però se ci si pensa bene dovrebbe essere questa la normalità. A parte il fatto che questi locali sono aperti già dalla mattina presto, credo che comunque sia giusto permettere anche a questi ragazzi, baristi, cuochi, camerieri, di poter tornare a casa propria a un orario consono che conceda loro una vita, non so, fare dello sport, studiare, stare con la famiglia. E’ qui che risiede il vero concetto di qualità della vita che la gente si ostina a tradurre in “conto in banca” o “stipendi elevati”. Cosa te ne fai dei soldi se poi sei sempre dentro quattro mura a lavorare? E cosa li metti al mondo a fare dei figli se poi dovrai farli crescere dalle tate? Ecco, gli svedesi sono proiettati al futuro, ma non su questo. Hanno saputo premere il freno riuscendo a mantenere certi principi e valori, mentre il mondo intorno a loro si trasformava in uno stritolatore mangia tempo.

Consumiamo in fretta i nostri dessert, ringraziamo e ce ne andiamo per le strade vuote, incantate, dove si sente solo l’eco dei nostri passi. Ancora qualche foto e possiamo tornare in stanza a fare i bagagli. La skyline sul lago Malaren poco prima del buio più assoluto, mi resterà per sempre impresso nella mente.

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Lunedì 19 piove. Ci svegliamo abbastanza presto per terminare i bagagli, facciamo il check-out molto prima dell’orario previsto, mezzogiorno, lasciamo le borse al deposito e ce ne andiamo a Lidingo, un viaggio nel viaggio praticamente, per andare a vedere il Millesgarden.

Prendiamo il tram, la metro fino alla stazione, un’altra metro fino a Ropster, quindi un autobus, infine un pezzo di strada a piedi. Nient’altro? E un’astronave no?

Arriviamo su quest’isola elegante e tranquilla dove si sente solo il canto degli uccelli. L’attrazione aprirà alle 11:00, è ancora presto, quindi ci mettiamo seduti su una panchina a far finta di aspettare l’autobus, sbirciando nei giardini delle belle ville che ci circondano.

Il museo era la casa-studio di Carl Milles, scultore e collezionista svedese. Si tratta di una meravigliosa dimora moderna con una splendida vista sul mare circondata da un grande giardino pieno di fontane e sue opere. Alcune sono davvero bellissime, come i fauni in bilico su sottili colonne, pronti a cadere da un momento all’altro, o l’uomo che guarda stralunato in cielo dopo essere stato portato o liberato da una gigantesca mano.

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Piove a dirotto. Meno male che alla biglietteria ci hanno dato in prestito un ombrello, ma una volta usciti all’esterno ci rendiamo conto che forse avremmo dovuto prenderne due. Poco male, ne ruberò uno a un ignaro studente intento a seguire le spiegazioni della prof.  di arte. Via, con molta non chalance, mentre Vale fa il grillo parlante blaterando cose del tipo “i sospetti ricadranno su di noi”, manco avessimo forzato il caveau di una banca.

L’angolo merchandising è bellissimo e dannatamente caro,  ma ce lo spulciamo in lungo e in largo nella vana speranza che intanto spiova. Valerio è tentato a comprare un ombrello gigantesco da 15 euro che poi dovremo per forza di cose lasciare in albergo. Mi rifiuto di pagare una cifra simile per fare pochi metri, quindi propongo di coprirci con il suo giacchetto e di correre a prendere il bus. Aspettiamo venti minuti nell’aria umida un autobus che non passerà mai. Intanto si è già fatto mezzogiorno: dobbiamo tornare in albergo a ritirare i bagagli quindi di corsa in stazione per prendere il pullman. Rifacciamo a ritroso il viaggio fino al Radisson, dopo aver pranzato al volo con un eccellente panino al Burger King della stazione, quindi propongo di prendere un taxi per raggiungere il capolinea della Flygbussarna, ma niente da fare, Vale fa orecchie da mercante, e mi obbliga di nuovo e con tutti bagagli a riprendere tram, metro e bla bla bla. Non ce la faccio più. In pullman cado svenuta a dormire, ma stavolta siamo puntuali, e una volta scesi e passato il controllo passeggeri è un gioco da ragazzi. Prima di imbarcarci, però, voglio farmi rapinare al bar per un’ultima volta. Due salvifiche bottiglie d’acqua a 6,26 euro!

Non ti scorderò mai Stoccolma.