Nuova Zelanda 2016

Viva gli sposiii!

L’eco dei festeggiamenti è ancora nell’aria quando saliamo a bordo del nostro aereo. Mi sembra passata una eternità per la quantità di cose fatte e vissute in questo fine settimana, ma la realtà è che sono passate poco più di 48 ore dal nostro sì.

Mi tornano in mente alcuni momenti divertenti della cerimonia (tipo io che, impacciatissima, quasi scappo via dalla sala del comune dopo il benestare dell’officiante), e mi accorgo che sto sorridendo. Ma nello stesso tempo c’è un po’ di preoccupazione, è inevitabile. Sami non sta partendo con noi e io mi chiedo come reagirà a non vederci per due lunghe settimane durante le quali sarà accudito dalla prode nonna. E il volo, anzi, i voli, Roma-Dubai-Auckland, sono talmente lunghi che il pensiero si fa fisso e strappa qualche lacrimuccia. Ma la stanchezza ha il sopravvento. Sinceramente non ricordavo un sonno così su un volo da una vita!

Arriviamo ad Auckland mercoledì 22 giugno. Un giorno intero è stato come cancellato dal nostro calendario personale, volatilizzato (è proprio il caso di dirlo) tra trasferimenti e soste in aeroporto.

L’hub di Auckland è direttamente sul mare, un mare in tempesta con sopra un tetto di nuvole grigie.  Sono attentissimi che nessuno importi cibo o bevande… Oltre ai normali questionari e controlli, ci sono dei simpatici beagle che passano ad annusare i passeggeri e i loro bagagli. Troviamo un’enorme statua di Gimli il Nano a darci il benvenuto, come a sottolineare il viaggio davvero epico che si è appena percorso. “Kia Ora”, benvenuto in lingua maori, è scritto ovunque, insieme alle immagini degli All Blacks, la tifatissima squadra di rugby, davvero lo sport nazionale.

 

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Ingresso alle Miniere di Moria?

Prendiamo un autobus della linea Skypass che per $18 a persona ci porta in centro. Quando arriva la nostra fermata piove talmente che facciamo fatica a trovare il nostro albergo. Entriamo al Sofitel Viaduct Harbour bagnati come pulcini e la nostra presenza qui dentro stride ancora di più.  L’hotel è strepitoso. Veniamo accolti in un elegante salotto con tavoli di radica, poltrone, fiori e un pianoforte a coda. Pareti  di vetro affacciano su piscine zen, di quelle con i ciottoli sul fondo, ed è molto rilassante restare a guardare i cerchi che la pioggia crea sulla superficie dell’acqua.  In camera ci fanno trovare come benvenuto un dolce al cioccolato con un macaron sulla cima che è la morte sua, e lavata via un po’ di stanchezza sveniamo sul letto. Cominciamo a cadere nella trappola del fuso orario che ci vuole addormentati alle 15 del pomeriggio neozelandese (le 5 di mattina in Italia).

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Slurp!

 

Il mattino seguente è grigio e ventoso. Rimaniamo nei pressi dell’albergo per cercare un posto dove poter fare colazione.

La zona del Viaduct Harbour è stata costruita in occasione dell’America’s Cup a partire dagli anni 2000. Prima era solo la zona commerciale dei cosiddetti docks. Oggi è un insieme di appartamenti moderni e lussuosi con vista molo, posti barca privati (e che barche!), uffici di multinazionali e locali, tra i più belli che abbia mai visto a livello di eleganza, cura e gusto nella scelta degli arredi interni. Londra è fuori moda. Seriamente.

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Troviamo un caffè sul North Wharf che serve colazioni “organiche”. Ovunque c’è una certa attenzione sul buon mangiare, sulla provenienza delle materie prime, orgogliosamente locali, spesso a km zero, con vasta scelta per celiaci e vegetariani. Il caffè non riesce a scaldarci, così come il broncio dei ragazzi che lavorano qui dentro. Il carattere dei neozelandesi è mutevole, come il tempo. Non è gente da sorrisi e salamelecchi, anzi, spesso non rispondono manco al saluto. Almeno qui, a Auckland, la città più grande della Nuova Zelanda.

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Non lontano c’è il Fish Market e io, che ho un debole per i mercati alimentari, ma in particolare per quelli ittici, non so resistere ed entro per dare un’occhiata. C’è un piccolo bistrot e una grande pescheria dove è possibile acquistare di tutto, dalle mante, alle carpe, alle aragoste che, ancora vive, sguazzano nelle vasche insieme a delle strane creature, sembrano grosse lumache con sopra un guscio mobile. Non ho mai visto niente del genere quindi chiedo al pescivendolo, un maori molto gentile, di cosa si tratta.  E’ un mollusco, un Abalone, Paua in lingua maori, e ci regala un guscio dalle bellissime venature blu perlacee. Lo ringraziamo e tutti contenti del nostro primo (e puzzolente) souvenir andiamo a esplorare il resto del porto.

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Ho letto da qualche parte che ad Auckland ci sono più barche a vela che macchine e non faccio fatica a crederlo. Sono una più bella dell’altra e mi piace passeggiare con calma sulla darsena per leggere quali nomi siano stati scelti per loro e provare a immaginare il perché.

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In breve arriviamo downtown, sulla strada principale, Queen Street, che è anche il cuore dello shopping. Griffe internazionali e lussuose, ma anche tanti, tantissimi negozi per l’outdoor o dedicato ai backpackers. La Nuova Zelanda è la patria dei backpackers e Auckland in particolare mi sembra una di quelle città che in passato rappresentavano una tappa obbligatoria per far provviste prima di rimettersi in cammino. In chiave moderna, certamente, ma comunque uno snodo importante.

Saliamo sulla Sky Tower, il simbolo di Auckland, un’antenna alta 328 metri, la più alta in questo emisfero del mondo. Temevamo di vedere poco o niente per via del tempaccio, ma non è così. Da quassù si gode una vista incredibile, soprattutto sul mare, sul porto e sulla distesa di isole e isolotti sparpagliati lungo lo specchio d’acqua.

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La Sky Tower di notte ripresa dal nostro balcone

Quando comincia a piovere e a scendere un po’ di nebbia andiamo a fare incetta di souvenir nel merchandising, quindi torniamo in zona harbour per pranzare in un pub irlandese molto accogliente dove mangiamo benissimo, si chiama Danny Doolins. Scopriamo che fanno musica dal vivo tutte le sere e ci ripromettiamo di tornare ad ascoltare qualcosa prima di lasciare Auckland.

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Torniamo in albergo a riposare quindi per cena siamo in una specie di fast food con annessa gelateria, Il Burger Boy. Il posto è piccolo, ma ha delle decorazioni fumettistiche sul tema di Pulp Fiction che mi piacciono molto e poi la carne è davvero squisita.

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Finiamo la serata al Doolins. C’è  un ragazzo che si sta esibendo solo voce e chitarra e propone pezzi di Tom Petty, Creedence Clearwater Revival, Eagles… Restiamo con piacere a berci una birra e ad osservare la gente del posto divertirsi in un giovedì sera come tanti.

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Il secondo giorno ad Auckland noleggiamo la macchina. C’è il sole -incredibile!- così decidiamo di arrivare all’ufficio della Budget a piedi, passando per il centro.

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Alcuni angoli della città mi ricordano Londra: edifici in stile vittoriano, piccoli caffè e l’accento degli abitanti poi, un misto tra british e australiano, per me non sempre facile da capire.

 

 

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Street art nel…cuore di Auckland

L’impiegato della Budget è un giovanotto in carne dalla tipica gentilezza asiatica. Minuziosamente ci spiega i dettagli del contratto per poi consegnarci, finalmente, la nostra compagna di viaggio, una Toyota Corolla nuova di pacca. Guida all’inglese, ovviamente, e un meraviglioso collegamento blutooth che sarà salvifico per ascoltare la musica quando saremo sperduti tra le montagne.

Tralasciamo la gita a Waiheke. Dovremmo prendere un traghetto che in 40 minuti ci porterebbe su quest’isola al largo di Auckland, ma non è possibile portare la macchina a bordo, quindi ci sarebbe il problema di come girare l’isola una volta arrivati. Dalla guida e le varie brochure informative però non sembra ci sia granchè da vedere, e poi il tempo è destinato a peggiorare, sarebbe impensabile visitarla in bicicletta come avevamo paventato.
Optiamo per Whangarei, il nostro piano B, una ridente cittadina a nord di Auckland,ritrovo di velisti.
Usciamo quindi dalla città e prendiamo la panoramica piuttosto che l’autostrada, come faremo invece al ritorno.
Le autostrade sono tutte gratuite tranne questa, la 1, che costa solo 2,30 dollari. Non ci sono caselli. Qui è una specie di telepass per tutti. Viene registrato il passaggio della targa e poi si paga da casa online con la carta di credito. Sì, lo so, il confronto con il sistema italiano è sempre più tragico…
Passiamo per Orewa Beach e molti altri centri di vacanza organizzatissimi, con sentieri per fare jogging, larghe spiagge, parchi gioco per bambini e spazi picnic.

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In poco tempo ci ritroviamo nella campagna più verde e sconfinata e davvero mi rendo conto del perché questo sia considerato il paese delle pecore… e delle mucche. In questa parte di mondo credo si contino più mandrie e greggi che persone!
Una pioggia torrenziale rende il viaggio un po’ noioso. Anche il panorama si fa monotono e arriveremo solo dopo due ore e mezzo di cammino.

Whangarei altro non è che una minuscola cittadina sorta intorno al Town Basin, un canale di acqua salata con barche a vela e piccoli pescherecci, sul quale affacciano graziose botteghe di souvenir, gelaterie, caffè e addirittura un museo degli orologi. Tuttavia, dopo tutte queste ore in macchina, è piacevole sgranchirsi le gambe in questa pace. C’è molto verde, uno spazio playground attrezzatissimo pieno di bambini scatenati e… le eggs benedict hanno sempre il loro perchè con l’avocado e la salsa olandese!

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Facciamo foto a destra e a manca, quindi ci spingiamo ancora più a nord per vedere la punta dell’isola, Whangarei Heads, lagune placide con barche e barchette in secca o quasi per via della bassa marea.

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Torniamo in albergo che siamo letteralmente cotti. Ma non so se alla fine della fiera consiglierei questa gita, visto il rapporto cose interessanti da vedere/sfacchinata per arrivare e tornare.

Ceniamo in un ristorante cinese vicino l’albergo grande quanto un hangar, si chiama Grand Harbour Chinese.
Generazioni di cinesi vengono qui per festeggiare le loro occasioni speciali… Hanno appena smontato un banchetto per il compleanno di un bambino ed è pieno di cinesi di tutte le età in tiro, con collane di palloncini al collo e nonni orgogliosi con i cappellini a punta in testa.
Le porzioni sono gigantesche e non c’è stato un cameriere che ci abbia avvisato della quantità di cibo che stiamo per ordinare.
Comunque è tutto delizioso… Io  AMO i dim sum! Non è obbligatoria la mancia nei ristoranti neozelandesi, tuttavia ho trovato in generale la città cara. Auckland è una località di ex lupi di mare che ha saputo cambiare aspetto grazie all’America’s Cup.

Il terzo giorno lasciamo Auckland. Non so perchè stamattina mi sono svegliata con questa insofferenza (no, direi proprio cattivo umore) che non mi fa vedere l’ora di lasciare questo albergo, questa città, questa pioggia (?)

Ci aspetta un lungo viaggio verso la Penisola di Coromandel.

Sabato 25 giugno lasciamo Auckland alla volta della spiaggia di Hahei, sul lato orientale della Penisola di Coromandel.

Ci aspettano circa 250 km in macchina e siamo eccitati al pensiero. E’ come se il nostro viaggio cominciasse solo ora!

La Penisola di Coromandel è parco nazionale, coperta nella sua quasi interezza da una fitta foresta pluviale che scende ripida verso la costa. Pensiamo valga la pena prendere la strada più lunga piuttosto che il tragitto suggerito dalla guida, per vederla in tutto il suo splendore, così dalla città di Thames, un tempo famosa per le sue miniere d’oro, saliamo fin su a Coromandel, un avamposto più che una città, al margine nord del bosco.

Il viaggio fino a Hahei, dove abbiamo prenotato il prossimo alloggio, sarebbe bellissimo se non fosse per la pioggia che, incessante, ha continuato a cadere battente per circa 12 ore, tanto da non avere una foto significativa del panorama circostante, che abbiamo indovinato bellissimo in una giornata di sole. Peccato.

Per pranzo ci fermiamo a Whitianga in uno dei pochi posti aperti a quell’ora. Troviamo un pub irlandese chiamato Grace O’Malley’s che avrebbe la vista direttamente sul mare (se solo si vedesse qualcosa…).
All’interno il camino è acceso, quindi ci scaldiamo con un chowder di pesce, che non è proprio niente di che, e due bicchieri di Guinness che vengono quasi svuotati dalla avvinazzata cameriera dalle mani tremolanti.
Arriviamo al Tatahi Lodge Beach Resort, un insieme di piccoli bungalow immersi in un giardino rigoglioso di piante grasse, roseti, alberi di cachi e casette di legno per gli uccellini.

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L’anziano e abbronzatissimo signore che lo gestisce sembra un surfista hippie entusiasta della vita e a noi, che abbiamo l’umore sotto le scarpe per via del tempaccio, questa ingiustificata allegria quasi infastidisce.

Ci saluta con un caloroso “HEY!” e con una seminota nella voce più acuta del normale, ci snocciola tutto quello che si può fare e vedere in quel'”angolino delizioso di mondo“, tipo andare ad Hot Water Beach, una spiaggia nei paraggi dove basta scavare un po’ per creare con le proprie mani una piscina privata di acqua calda frutto dell’attività vulcanica. Altrimenti in dotazione per noi ci sono anche delle simpatiche pale.

Peccato che il tempo ancora non accenni a migliorare…

Ci accompagna alla nostra stanza, un prefabbricato umido e gelido con all’interno un letto a due piazze, un bagno che non si scalderà manco con le cannonate e una stufa-ah sì, che bello!- una stufetta elettrica!
Mi sembro mia nonna con le mani tese sul tepore del prezioso elettrodomestico e quando il divorzio sembra già imminente tra me e il mio neo marito, ecco che sentiamo gli uccellini cinguettare allegri.

Che sia passato il temporale?!

Ebbene sì! Alleluia! E senza aspettare oltre corriamo a visitare l’unico motivo per cui siamo arrivati fin qui: la Cathedral Cove, una meraviglia della natura di cui mi sono perdutamente innamorata già in fase di preparazione al viaggio.

Si tratta di una grotta accessibile solo con la bassa marea e già questo è bastato a farmi sognare. Un luogo nascosto e per lo più impenetrabile… Mamma mia, mi sento come una bambina che sta per buttarsi a capofitto in un’avventura!

Almeno dal punto di vista maree siamo fortunati, visto che il tizio dell’albergo ci ha detto che per oggi è previsto mare in secca dalle 15 in poi.
Parcheggiamo la macchina in cima alla scogliera e già da qui la vista è mozzafiato. Pesanti nuvoloni grigi fanno da sfondo a un mare inquieto e da quassù si può solo sentire il sibilo del vento attraverso il cappuccio del mio giubbotto.

Gratuitamente si accede a un sentiero immerso nella giungla, una quarantina di minuti a piedi in mezzo a fitte felci e palme, finché il rumore delle onde del mare ci avvisa di essere arrivati.

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Incastonata tra Gemstone BayStingray Bay questa grotta, quando accessibile, permette il passaggio da ambo le parti e quindi alla Sphinx Rock sulla destra e alla Te Hoho Rock sulla sinistra.

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Stingray Bay e la Sphinx Rock
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Ingresso a Gemstone Bay e alla Te Hoho Rock

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Te Hoho Rock

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Sphinx Rock

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Ale&Vale were here!

La spiaggia è immensa e da lontano si può ascoltare lo scroscio di una cascata naturale che si getta direttamente in mare.

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Ci siamo solo noi a quest’ora e abbiamo modo di esplorarla quanto vogliamo finchè il sole non tramonta del tutto. Uno di quei tramonti che sai porterai con te per il resto dei tuoi giorni.

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Il ritorno su quel sentiero verrà illuminato solo dalla luna e dalla torcia del nostro cellulare. I suoni inquietanti della foresta mi hanno fatto voltare più volte nella suggestione (o forse no) di sentirmi seguita.

Ci voleva un po’ di buona sorte dopo una giornata così…e dopo tutti quei chilometri in macchina…

Stremati, ma finalmente contenti, ce ne andiamo a letto. Domani mattina lasceremo questa parte di mondo in direzione sud verso Rotorua. Ma prima faremo una visita agli hobbit della Contea.

Domenica mattina il sole splende sulla Penisola di Coromandel. Ci svegliamo prestissimo per via del fuso orario, ma anche per la fame. Ieri sera non abbiamo cenato per la troppa stanchezza e stamattina vaghiamo in cerca di cibo come cani randagi. L’unico bar nel circondario apre non prima delle 8:30 (la faccia della cameriera mentre ci saluta a mezza bocca vale più di mille parole), quindi inganniamo il tempo andando a vedere l’alba dalla scogliera. Questo posto si conferma la meraviglia che mi ero immaginata prima della partenza, ma non stiamo a lungo per via del vento forte e gelido.

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La moglie del proprietario dell’albergo è una hippie anziana ed entusiasta della vita anche lei ed è già in piedi per permetterci il check-out.
Quando sente che siamo europei ci dice che appena due mesi fa è tornata da un viaggio tra Grecia e Turchia, quest’ultimo un posto che ha tanto amato, posto che ha perso ben il 60% del turismo per via del terrorismo. Numeri che fanno davvero rabbia.
Il bar è ancora chiuso quindi ce ne andiamo. Vorrà dire che la colazione la faremo lungo la strada.
Puntiamo a sud: vorremmo visitare Hobbiton (Matamata) per poi proseguire verso Rotorua dove abbiamo il prossimo alloggio prenotato per due notti.

Ci fermiamo a Tairua in un posto chiamato Out of the Blue per una colazione a base di uova e pancetta: le due sorelle che gestiscono questo posto sono fredde come il vento che tira lungo la costa…

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Sta cominciando a piovere (vedi a volte le novità?), e noto la quantità di arcobaleni perfetti che ho visto solo qui. Ribattezzeremo la NZ come la Rainbow Nation e proseguiamo il cammino fino alla Contea.

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Abbiamo un po’ di difficoltà a trovare la strada. Non ci sono indicazioni e il cellulare si scarica con tutte le mappe nel bel mezzo del nulla. Ci sono solo mucche al pascolo, nessuno a cui chiedere informazioni. Ci barcameniamo con le mappe stradali, stile old school, e arriviamo verso le 11:30 a Matamata ovvero Hobbiton.
L’ingresso al tour costa 79 dollari a persona, non proprio una sciocchezza. La ragazza ci avvisa che un pullman partirà da lì a 5 minuti e visto che sta per scoppiare un temporale possiamo prendere gli ombrelli in dotazione all’ingresso. Siamo già equipaggiati di nostro, grazie, quindi ci mettiamo ad aspettare il bus sotto una tettoia mentre pian piano si forma il gruppo di cui faremo parte.
C’è una comitiva di pakistani, solo uomini, tutti imparentati tra loro, e hanno dei calzari da sub dentro le crocs sotto tuniche di cotone bianco.
Un’altra comitiva è composta da 5 ragazzi brasiliani. Daranno vita a tutta una serie di scenette improbabili per qualsiasi foto creando la fila (fammi sbirciare nella cassetta postale di Bilbo, anzi no, facciamo finta di mangiare un pezzo di formaggio, meglio ancora, impugna quella finta accetta e col sorriso ebete fingi di accatastare la legna). Che urto.
L’altra coppia sembra normale, anche se lui va in visibilio quando si accorge che il nome della nostra guida è Sam. Povero ragazzo.

Mi domando quanti nerdacchioni avranno fatto la stessa considerazione e glielo avranno fatto presente…Il tizio di oggi non fa che ridere contento e soddisfatto… “Remarkable!” … Ma lascialo stare!
La guida è un ragazzotto dal bel sorriso, Sam appunto, e viene dall’Inghilterra. Non è in NZ da molto, appena sei mesi, e gliene mancano due alla scadenza del visto. Ma lui non ha molta voglia di tornare in patria. Anzi, con l’uscita della Gran Bretagna dall’Europa lui prevede tempi tragici, manifestando la sua totale disapprovazione nei confronti del recente Brexit.
La visita, a costo di sembrare impopolare, non mi ha convinta del tutto.
Intendiamoci, il posto è bellissimo e con il sole che finalmente è uscito sembra un paradiso.

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Sam ci spiega che per scegliere la location dove ambientare la Contea, la New Line Cinema ha fatto continui giri aerei di ricognizione premiando alla fine questa fattoria di proprietà della famiglia Alexander (che io e Valerio abbiamo immaginato alle Cayman dopo questo colpaccio). Sono 16000 ettari di verde, canyon erbosi, alberi secolari e tante pecorelle bianche a puntinare il panorama. Un posto incantevole, dove siamo liberi di girare a nostro piacimento, tranne che nella casa di Frodo (quella con la famosa porta verde), la cui immagine è tuttora coperta da copyright di proprietà della New Line Cinema.

Per intenderci, se qualcuno dovesse scavalcare il cancello di casa Frodo Baggins per scattare una foto, potrebbe subire confisca della macchina fotografica o dello smartphone.

 

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Le case degli Hobbit sono circa una trentina, tutte decorate e colorate nei minimi dettagli, dai panni stesi ad asciugare agli interni perfettamente ricostruiti.

Alcune casette sono più grandi, altre più piccole per dare l’illusione ottica che gli Hobbit siano più bassi degli uomini, tanto è che questi ultimi vengono fatti passare solo in quelle piccole.

Avreste mai detto che Elijah Wood (Frodo) e Ian McKellen (Gandalf) fossero alti uguali?

La cosa che mi ha convinto poco è che non ci sono molti riferimenti ai libri o ai film. E’ un peccato andarsene dicendo “devo rivedere La Compagnia dell’Anello perchè non mi ricordo granchè”, quando magari sarebbe bastato un semplice tablet con cui poter far rivivere in tempo reale dove ci troviamo in quel preciso momento in relazione alla fantasia dello scrittore o del regista. O semplicemente sarebbe bastata una guida più preparata.

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Casa di Frodo!

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Casa di Sam…

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Trovo riduttivo che il ruolo della guida sia solo quello di limitare i danni, far sì che nessuno dei visitatori si porti a casa qualche ricordo speciale o che non ruzzoli nel fango o nello stagno con il rischio di onerose denunce.

La cosa davvero buona è la birra che ti offrono alla fine della gita all’interno della locanda del Green Dragon, in particolare quella ambrata, che producono solo qui, eccezionale!

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Torniamo indietro con il bus, salutiamo e ringraziamo Sam, quindi diamo un’occhiata al negozio di souvenir che non ci aspettavamo così spoglio. Sarà che sono passati anni dal primo film che non ci sembra ci sia proprio niente di nuovo o almeno di non già visto, fatto sta che non c’è neanche una calamita da portare a casa. Peccato.

Mangiamo qualcosa alla tavola calda, quindi ci rimettiamo in cammino sotto una pioggia battente.
Ci accorgeremo di essere arrivati a Rotorua per via della puzza di zolfo. L’aria ne è impregnata. La cittadina, famosa già al tempo dei coloni per le proprietà delle sue acque termali, non si presenta come accattivante, tutt’altro. Sono tutte aziende all’ingresso della città, quindi grandi supermercati e fast food, mentre lungo la strada dove si trova il nostro albergo sono tutte pensioni e motel.
L’hotel dove alloggeremo due notti si chiama The Silver Fern, come il simbolo sulla bandiera della NZ, e ha l’aspetto di un elegante ospizio. E’ gestito da due coniugi anziani tanto orgogliosi di essere due Kiwi e che sembrano uscire da una di quelle sette motivazionali tipo Scientology. Lui ci chiede cosa abbiamo in programma nei prossimi giorni e quando gli diciamo che vorremmo percorrere il Tongariro Crossing ci risponde, beato, che saranno le 6 ore più belle e indimenticabili della nostra vita, “six hours and you’ll never get back” Oddio, speriamo di no…
Il punto di forza che mi aveva spinto a prenotare qui era la spa privata in camera a un prezzo irrisorio, ma, a parte la comodità dell’idromassaggio, ho trovato la stanza triste, fredda e non troppo pulita.
Per cena ci consigliano di andare sulla Eat Streat, a ridosso del Lago Rotorua. 150 metri, non di più, sulla quale si riversano ristoranti di vario genere. Optiamo per un thailandese e non avremmo potuto fare scelta migliore. E’ tutto abbondante e squisito. A mala voglia torniamo in albergo, ma anche volendo, con questa pioggia, freddo e mortorio, non potremmo far altro. Domani andremo a vedere i kiwi in una riserva poco distante da qui e i paesaggi lunari di Wai-o-Tapu.

L’indomani mattina piove come dio la manda, ma non ci facciamo abbattere e partiamo alla volta della Rainbow Springs Wild Life Reserve.

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Si tratta di un parco dove, tra i tanti esemplari di flora e fauna tipici della Nuova Zelanda, ci sono loro: i kiwi.
Questi buffi animali, vero e proprio simbolo nazionale, sono molto particolari in quanto uccelli-non uccelli.
Non hanno le ali, quindi non sanno volare, non hanno vere e proprie piume, ma un manto morbido che ricorda più una pelliccia, la femmina depone un uovo solo che è quasi pari al suo peso. Vedono solo da vicino per via degli occhi piccolissimi, ma nonostante questo sono predatori notturni, grazie alle narici poste sulla punta del becco che permettono loro di scavare nel terreno per nutrirsi di lumache e altri inverterbrati.
Sono talmente particolari e delicati da essere in via di estinzione e in questo centro si occupano del recupero dei kiwi feriti o malati con particolare attenzione alla loro riproduzione.

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Per vederli bisogna entrare in un ambiente quasi del tutto buio nel quale hanno riprodotto il clima caldo e umido tipico del loro habitat.
Noi ne vediamo due, un maschio e una femmina, ma non subito. Prima dobbiamo abituare gli occhi a questa semioscurità.
Poi eccoli nelle loro grandi teche, se ne vanno a zonzo saltellando di qua e di là e si fermano ogni tanto per scavare il terreno dal quale tirano fuori qualche vermetto.
Sono incredibili! Mi sento come in Jurassic Park, sto vedendo un animale quasi preistorico che chissà se in futuro esisterà ancora. Non si può fare rumore, non si può usare il flash. Nel calore e silenzio di quelle quasi tenebre l’incontro si fa quasi intimo e mi emoziona. Tifo per voi piccoli kiwi.

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Proseguiamo la visita andando a vedere altri volatili, tra i quali lui, un simpaticone che non faceva che dirci “HELLO!” e vari tipi di rettili, anche questi tipici solo di questa zona, come il Drago Barbuto.

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Hello!

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HELLOO!!!

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I Lovebird mascherati.

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Il Drago Barbuto.

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Jenny la Kea.

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Il ciccionissimo piccione neozelandese.

Tra laghetti perfettamente tenuti, dove le trote fanno spavento per quanto sono grandi, e zone adibite a parco giochi, ce ne andiamo felicissimi verso Wai-O-Tapu.

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E’ stato problematico orientarsi su quale parco geotermale andare a vedere, in zona ce ne sono molti, ma visti gli ingressi non proprio economici ci siamo trovati a dovere fare una cernita. Prima di partire ci siamo documentati su quale fosse quello meno turistico e alla fine abbiamo optato per Wai-O-Tapu. In alcuni centri, infatti, i geyser vengono fatti partire artificialmente, mentre in altri è possibile partecipare a una cena maori con tanto di spettacolino con costumi tipici. Sinceramente abbiamo preferito tenerci lontani da tutto questo.
Wai-O-Tapu in lingua maori significa “acque sacre“. Badate bene, io non avevo mai visto niente di simile, quindi magari mi faccio trasportare dalla novità, ma i paesaggi qui sono tra i più originali mai visti, direi proprio lunari. Secondo me Verne si è fatto un giretto da queste parti prima di scrivere il suo Viaggio al Centro della Terra 😉
Una volta pagato il biglietto si accede ad una passeggiata all’interno di un enorme cratere che è collassato la bellezza di 730 anni fa e che ha dato vita a geyser, caldare, fumarole, acque termali, laghi dall’acqua velenosa, piscine bollenti e coloratissime dove è possibile osservare le varie stratificazioni di colore in base agli elementi disciolti nell’acqua e nel terreno.

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Il primo sentiero che serpeggia tra particolarità naturali dai nomi evocativi come Thunder Crater o Devil’s Bath conduce alla Artist’s Palette nella Colorful Pool, una piscina di acqua bollente e coloratissima dalle quale si sollevano irreali nuvole di vapore.

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Passerella all’interno della Colorful Pool

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Volendo si può proseguire per altri due sentieri assolutamente non impegnativi che condurranno ai margini della riserva. Per me è stata proprio una sorpresa trovarmi davanti uno splendido lago dove sguazzano papere e uccelli dalle piume variopinte, e io ho trovato tutto questo bellissimo.

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Wai O Tapu geyser

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Dopo tanta desolazione, dopo panorami aridi, inospitali, spettrali direi, c’è vita. Tiro fuori un sospiro di sollievo e sorrido e mi passano per la testa tante cose, dalle massime di mia nonna su come tutto si aggiusti, col tempo e dopo tante tribolazioni, alle lezioni sul Panta Rei al liceo della mia prof. di filosofia.
Sta ricominciando a piovere, e stanchi e ancora un pochino increduli per quanto visto, torniamo in città a vedere il Lago Rotorua, finalmente libero da pesanti nuvole di pioggia. Ci sono tanti cigni neri, ruffianamente amichevoli, credo di non averne mai visti prima, sono bellissimi con quei becchi rossi, ma ce ne andiamo presto per via del vento gelido.

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Per cena torniamo sulla Eat Streat, ma stavolta puntiamo una deliziosa hamburgheria molto curata nei dettagli, con gigantografie in bianco e nero appese su ganci da macelleria raffiguranti realtà di un’epoca passata e vecchie glorie sportive.

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Specialità della casa è la cottura della carne sulla pietra ollare, ma mi faccio tentare dal pesce, un filetto di salmone con una sfiziosa insalatina di patate, cavolo rosso e germogli.

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Domani mattina lasceremo Rotorua, passeremo per l’immenso Lago di Taupo, il più grande della Nuova Zelanda, e arriveremo alla tappa più temuta del viaggio, il Tongariro National Park. Valerio, infatti, si è messo in testa di percorrere il celebre Tongariro Crossing. Ce la faranno i nostri eroi?

Sotto una pioggia torrenziale lasciamo Rotorua verso il Tongariro National Park, ma prima facciamo una sosta alle Huka Falls, circa 10 km a nord di Taupo.
Queste cascate naturali derivano dal più lungo fiume della Nuova Zelanda, il Waikato, e sono caratterizzate non tanto dalla loro altezza, “solo” 11 metri, quanto dalla gittata sbalorditiva: fino a 220.000 litri per secondo. In pratica ci si potrebbe riempire una piscina olimpionica nel giro di 11 secondi!

Dalla guida avevamo immaginato un sentiero per raggiungerle, forse perchè ci piaceva l’idea di una tale bellezza nascosta dalla natura, invece eccole lì, a portata di mano, e gratuite per giunta. C’è un ponte che permette di fotografarle dall’alto e lasciano a bocca aperta per la loro foga e per la forza dirompente della spuma che precipita in un lago blu-verde e che prosegue la sua corsa fino al Tasman Sea.

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Ovviamente si organizza qualsiasi tipo di escursione per vederle da vicino, dalle jet boat alle più tranquille crociere, ma noi preferiamo fare una passeggiata in mezzo al bosco lungo il sentiero che da lì si inerpica su per la montagna, per vedere il fiume dall’alto.

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Noi Puffi siam così…

Ci rimettiamo in macchina dopo un paio d’ore, e arriviamo a Taupo, paesino lungo la sponda nord dell’omonimo lago dove ci sono solo tanti ristoranti, molti dei quali chiusi all’ora di pranzo, e negozi per gli appassionati di pesca. Ci fermiamo per un boccone da Burger Fuel, un fast food che propone hamburger gourmet appetitosi, ma con prezzi da ristorante.

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Ci spostiamo dall’altra parte del lago, scendendo lungo la sponda orientale, e man mano acquista punti, ci sembra meno anonimo, e offre più spunti fotografici.

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A sud del lago Taupo, tra paesini famosi per la pesca alla trota, pesce di cui queste acque sono particolarmente ricche, sorge l’immenso Tongariro National Park.

I tre vulcani presenti al suo interno, indiscusse superstar del territorio, sono Ruapehu, Ngauruhoe (meglio conosciuto col nome di Monte Fato) e il Tongariro, appunto, ma quando arriviamo piove talmente da non riuscire a vederne neanche le sagome.

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Arriviamo all’Adventure Lodge, dove abbiamo una stanza prenotata per due notti, che è quasi buio, dopo chilometri di asfalto in mezzo a bassi arbusti apparentemente senza vita. Incrociamo qualche presenza umana arrivati a un bivio, dove una pompa di benzina e l’annesso store sembrano costituire il cuore pulsante degli affari e degli incontri in questo luogo freddo e inospitale.
L’albergo è più che altro un rifugio, una spicciolata di bungalow che affacciano in un parcheggio centrale. Naturalmente siamo gli unici ospiti per questa notte. Ci accoglie Lorraine, una gagliarda signora dallo sguardo luminoso e gli occhi azzurrissimi. Ci domanda, prendendoci un po’in giro, cosa diamine pensiamo di fare laggiù, e quando le diciamo che vorremmo intraprendere il temuto Tongariro Crossing, subito si collega alla webcam che, in tempo reale, ci fa vedere come è la situazione meteo.

Avete presente la tormenta di neve nel film Shining, quando sul finale, quel pazzo squinternato di Jack Torrance aka Jack Nicholson insegue con un’accetta il figlio Danny fin dentro il labirinto?
Ecco, così.

Per essere ancora più sicura, Lorraine chiama al telefono un’addetta alla sicurezza meteo all’interno del Parco e ci confermano che c’è neve sopra i 1600 metri, quindi, se siamo fortunati, domani potremo fare qualche passeggiata aldisotto di tale soglia, altrimenti serviranno ramponi e piccozza.
Lei l’ha chiamata “passeggiata“, io l’ho tradotta “sfacchinata al gelo senza ritorno“.

Sono terrorizzata, io non ho mai fatto montagna di nessun genere in vita mia, figuriamoci se mi posso mettere a scalare un vulcano in condizioni estreme. Ma da quando Vale ha letto che si tratta di uno dei trekking più belli del mondo non c’è modo di farglielo togliere dalla testa.

Non siamo riusciti a farci un’idea sulla fattibilità del percorso perché, documentandoci tra i vari forum di viaggi, abbiamo trovato opinioni contrastanti.

C’è chi lo considera impegnativo, chi addirittura estremo, chi invece lo definisce una facilissima passeggiata in montagna.

Tutto molto poco chiaro e quando è così non rimane che affrontare la cosa in prima persona, non c’è altro da fare. Di sicuro siamo incuriositi.

Ce ne andiamo in stanza con la coda tra le gambe. Sentiamo la pioggia battere sul tetto di lamiera, ma qui dentro non ci si riesce a scaldare, nonostante Lorraine abbia acceso i termosifoni al massimo.
Siamo stanchi, bagnati, infreddoliti e abbiamo la sensazione di aver perso tempo raggiungendo una località così aspra e poco accogliente in questo periodo dell’anno. E la vocina dentro di me continua a martellarmi… “hai anche lasciato tuo figlio per tutto questo…

Mi sono scoperta più esigente e, in certi casi, addirittura ipercritica durante tutto questo viaggio. Se in altri momenti avrei tranquillamente lasciato correre per un dettaglio, un piccolo contrattempo, una banale svista, questo non l’ho concesso alla Nuova Zelanda, proprio perché mi è costato lasciare Samuele per due settimane. E quindi il letto è comodo sì, ma avrebbe potuto esserlo di più; l’hotel è buono, ma si poteva fare meglio…Forse si noterà questo eccesso di critica nella lettura di questo diario…

Non possiamo far altro che incrociare le dita affinchè domani la pioggia ci dia un minimo di tregua.

Il giorno seguente ci svegliamo molto presto. L’aria è fredda, ma il cielo sembra essersi rischiarato.

Uscendo dal rifugio si staglia improvvisa e inaspettata l’imponente sagoma del Monte Tongariro all’orizzonte, proprio sulla stessa strada da noi percorsa ieri. È bellissimo!

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Abbardati fino ai denti ci avviamo con la macchina fino all’imbocco del Mangetapopo, il sentiero da dove parte il celebre Tongariro Crossing.

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E’ lungo 19,4 km, parte dalla valle ai piedi del Monte Tongariro, a 1000 metri, fino a salire ai 1800, tra bellezze naturali per lo più raggiungibili d’estate o comunque con adeguata attrezzatura alpina, come gli Emerald Lakes e il Blue Lake.

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Blue Lake (da Google images)

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Emerald Lakes (Google Images)

Nell’area parcheggio c’è già qualche mattiniero appassionato armato di piccozza, caschi di protezione e ramponi, e poi ci siamo noi due, Totò e Peppino in montagna. Per farvi capire il livello di freddo mi sono ridotta così. Temperatura esterna circa 2 gradi.

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Cominciamo la passeggiata fermandoci di tanto in tanto a immortalare il magnifico scenario che ci circonda. I colori della vegetazione vanno dal viola, al verde, al marrone chiaro e poi la presenza inquietante del vulcano che si fa sempre più vicino. Ha la cima perfettamente incorniciata dalla neve, sembra disegnato da un bambino, e non mi stupisco che Jackson lo abbia scelto come location per il Monte Fato ne Il Signore degli Anelli. Non avrei potuto immaginare più desolazione nella Terra di Mordor e ogni tanto ci prende la suggestione di voltarci lungo il cammino per controllare se Gollum ci stia seguendo. Il mio tessssoro…

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Tra salite, discese, corsi d’acqua, sentieri tortuosi, arriviamo alle Soda Springs alla fine di una valle nera ricoperta di rocce e lava. Nessuna protezione dal vento e la pioggia che pian piano si fa sempre più copiosa. Probabilmente con un tempo meno inclemente avremmo proseguito oltre. Noi non ce la siamo sentita e contenti di questi inaspettati 5 km percorsi (che inevitabilmente raddoppieranno con il ritorno) e di tutto quello visto lungo il cammino, una desolante bellezza in tutto il suo splendore, preferiamo tornare indietro.

E’ presto per cercare un posto dove mangiare. Facciamo una breve deviazione per il Whakapapa, rinomata stazione sciistica dove, come unica struttura ricettiva, hanno costruito un albergo a forma di castello, che sarà anche elegante all’interno, ma fuori è un cazzotto in un occhio, la tipica cattedrale in mezzo al deserto (poi, in generale, non mi piace quando si usa il francese per denotare un post chic… Chateau Tongariro…ma perchè? Forse Tongariro Castle non andava bene?).
Lorraine ci ha consigliato un posto vicino il rifugio per mangiare qualcosa, ci basterà proseguire fino alla stazione del treno. Il posto c’è, si chiama Station Cafè ed è aperto dal 1909! Dentro è semplice ma accogliente, sembra una abitazione privata, con divani dall’aria vissuta, stufe a legna, scaffali pieni di libri e poltrone ingombre di giocattoli. Ordino una pie ripiena di carne, buonissima, con una tazza di tè caldo e una fetta di torta. Ci voleva, il meritato premio dopo tanta fatica!
La sera recuperiamo energie sonnecchiando e guardando film alla tv… (Ma quanto era bello Eternal Sunshine of the Spotless Mind?)
Domani lasceremo il Tongariro in direzione della capitale, Wellington.

La dolce Lorraine ci ha portato la colazione in camera di buon mattino. Ha poggiato il grande vassoio imbandito di uova, pancetta, pane, burro e marmellata e se ne è andata cinguettando. “Enjoooy!
Stamattina lasciamo il Tongariro in direzione della capitale, Wellington.
Ci aspetta un lungo viaggio in macchina per la campagna neozelandese, circa quattro ore lente e sonnacchiose sotto una pioggia micidiale, ormai nostra inseparabile compagna di avventure.

L’albergo che abbiamo prenotato per due notti è il Novotel, downtown, a cavallo tra The Terrace, la lunga strada del quartiere finanziario, dove si trovano uffici e palazzi istituzionali, e Lambton Quay, immediamente parallela, cuore dello shopping.
Il ragazzo alla reception è così gentile che ci fa un upgrade gratuito (sapevo che scrivere Honeymoon nelle mail di prenotazione avrebbe prima o poi portato a qualcosa…) e ci manda in una grande camera all’ultimo piano dove ci attende la classica composizione di asciugamani sul letto a forma di cuori e cigni… Pacchianissimo, ma insomma, grazie Novotel!

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Usciamo sul tardi che è già buio e andiamo a Cuba Street, frequentata per lo più da studenti universitari che scelgono di passare qui la loro serata, tra un pub o un ristorante. Noi scegliamo un giapponese, Origami, ma dobbiamo sbrigarci perchè chiude presto, alle 22.
Il locale è delizioso, moderno, con bei disegni colorati alle pareti che rimandano al paese del Sol Levante, dai sakura, al castello di Osaka ai torii di Fushimi-Inari. Ci prende un po’ di malinconia del Giappone e mentre i ricordi affiorano diamo un’occhiata al ricco menù.

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Stasera ci trattiamo bene, dopo aver pranzato al volo, in macchina con un paio di tramezzini acquistati per strada. Ordiniamo sushi, sashimi, ramen (neanche lontamente paragonabili a quelli mangiati a Tokyo…ahimè) e una porzione di soba con manzo in salsa teriyaki.

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Sazi ci riversiamo su Cuba Street, una larga strada pedonale con negozi e locali lungo i lati e al centro panchine, fioriere e fontane. Ci sembra molto vivace ed è davvero piena di ragazzi come diceva la guida, ma il vento stasera è troppo freddo e, nonostante l’abbigliamento invernale, non riusciamo a proseguire.

Un bellissimo sole ci dà il buongiorno l’indomani mattina. Oggi esploriamo la città, e da dove cominciare se non dal porto? I primi insediamenti di Wellington sono nati intorno a quest’area che è poi stata ampliata e in parte bonificata per dare spazio alle case dei nuovi coloni che arrivavano dall’Europa.

Pian piano la città si è dovuta espandere dando inizio a un nuovo ciclo edilizio che ha interessato le colline circostanti, ville eleganti che divennero simbolo della ricchezza e prosperità dei ricchi proprietari che le abitavano.
Visitando Wellington si ha in effetti la sensazione di percorrere una città costruita a strati, l’uno sull’altro, a terrazze, ripide, strette e scoscese.
C’è una cabinovia che permette di fare su e giù lungo le colline, ma come ho già detto abbiamo preferito iniziare dalla valle.
Un bel mix la zona portuale, un esempio di come la vita di tutti i giorni si sia perfettamente integrata alla vita di mare e viceversa.
Si mescolano docks industriali e ristoranti di pesce dallo stile shabby chic, con verande coperte che sembrano eleganti serre all’inglese. Grandi padiglioni fungono da vendita e noleggio di attrezzature outdoor,  altri sono stati  adibiti a caffè multipiano o addirittura a teatri.
Playground vista onde, con scivoli che si attorcigliano lungo un alto faro giocattolo, con monocoli lungo i corrimano per stimolare la fantasia dei bambini, un po’ pirati, un po’ guardiani.

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Sul lato orientale della baia,  le antiche abitazioni coloniali si amalgamano perfettamente ad eleganti palazzi moderni dall’aria hi-tech. Pagherei per svegliarmi con questa vista tutti i giorni e sbircio curiosa tra quelle finestre, adorne di fiori, oggetti a tema marinaro e wind chimes. Una signora anziana sorride e saluta da dietro i vetri e per un attimo ho quasi sperato che ci chiamasse per un tè in compagnia.

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Il lungomare è pieno di auto parcheggiate tra le fronde dei pini marittimi a bordo delle quali ci sono i loro proprietari, a consumare qualche sandwich in tailleur col caffè da asporto poggiato sul cruscotto. Pausa pranzo con vista. Chi non sta lavorando si dedica alla corsa. A piedi o in bicicletta, con i loro completini fosforescenti, cani al guinzaglio e occhiali da sole.

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L’acqua è verde smeraldo e così cristallina che oggi si potrebbero contare le rocce sul fondo. Scendiamo qualche gradino ed ecco sparita la città. Abbiamo solo il mare davanti a noi e cabine colorate alle nostre spalle, qualcuna più sbiadita per il lavoro della salsedine, altre dipinte da poco, di un azzurro brillante, con cime appese a ganci e carta vetrata per lisciare gli scafi, odore di vernice e mare.
Qualcuna è aperta, anzi, un uomo anziano sta uscendo per andare a pesca e rema verso la sua barca ormeggiata al largo, rigorosamente a vela, il simbolo secondo me perfetto di libertà.

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Vale e il suo nuovo amico

Per pranzo ci spostiamo su Courtenay Place, piena di bei locali e ristoranti. Uno dei miei preferiti si chiama Vinyl. Vinili alle pareti, sugli scaffali, alle spalle del barman tra una bottiglia di vodka e una di rum, la voce di David Bowie che canta Suffraggette Song… Il regno del vintage!!
Non abbiamo però voglia di sederci per mangiare, preferiamo un kebab da passeggio, per non perdere neanche un minuto di sole, così ci fermiamo a una rosticceria alla buona dove  un ragazzo indiano, al minimo accenno di personalizzazione delle proposte sul menù, (“potrei avere solo  felafel?“) sembra entrare nel panico.
Torniamo in albergo per riposare un po’. Il freddo di questi giorni mi ha fatto venire un po’ di febbre e ho brividi ovunque.

Domani partiremo molto presto. Dobbiamo lasciare la macchina al porto, prendere il traghetto che ci porterà all’isola sud, quindi noleggiare un’altra auto e proseguire fino a Kaiteriteri, già Abel Tasman National Park. Sveglia ore 5… Aiuto!

Ci svegliamo molto presto, scendiamo a far colazione e quando è ancora tutto buio e deserto ci avviamo con la macchina verso la banchina del porto dove è prevista la partenza del nostro traghetto verso Picton, sull’isola sud. Addio Wellington.
Lasciamo la Toyota nel parcheggio della Avis, anche se non abbiamo la più pallida idea a chi lasciare le chiavi.
Scopriamo che sono organizzatissimi e all’interno della sala partenze hanno allestito un unico box dove radunare tutte le chiavi di tutti gli autonoleggio. Più facile di così…
Il tragitto attraverso lo Stretto di Cook è gestito dalla Inter Islander e il biglietto costa 65$.

Imbarchiamo i bagagli più voluminosi proprio come un check in in aeroporto e ci mettiamo nella spaziosa sala d’attesa già gremita di ragazzini in divisa, probabilmente una squadra di calcio in trasferta, famiglie con passeggino e bambini piccoli, comitive di ragazze che giocano a carte ridendo a voce alta, mentre un uccellino ingordo di briciole continua a entrare e uscire portando con sé folate di vento freddo. Odore di cibo e caffè.

Il traghetto mi sembra enorme ed è nuovissimo. Le sale hanno poltrone comode, è tutto pulito e ordinato. Inoltre il Wi-Fi gratuito, la TV e il bar permettono di trascorrere la durata della navigazione in modo piacevole e confortevole.

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L’alba sul porto di Wellington.

Ma la realtà è che con questa giornata nessuno o quasi è rimasto al riparo. Oggi siamo  fortunati, c’è un tempo meraviglioso, splende il sole, non una nuvola in vista. Non vediamo l’ora quindi di lasciarci alle spalle il porto di Wellington e di goderci la traversata.

La tragitto durerà tre ore e mezza: una volta usciti dal golfo di Wellington, attraverseremo il leggendario Stretto di Cook, ponte di collegamento tra il Mare di Tasmania e l’Oceano Pacifico, e, puntando dritti attraverso il Marlborough Sounds, uno dei meravigliosi fiordi che caratterizzano l’estremità settentrionale dell’Isola Sud, finalmente faremo approdo nel porto di Picton.

 

Il mare, che oggi è una tavola blu, l’isola rocciosa e selvaggia che si allontana e la nuova che dopo un (bel)  po’ si avvicina, verde, rigogliosa, ospitale, sono uno scenario di una bellezza sorprendente.

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Incontriamo foche curiose nuotare lungo la scia lasciata da questi potenti motori, branchi di delfini che sguazzano giocosi tanto da poter vedere i loro dorsi brillare alla luce del sole, lo sbuffo di una balena lontana, ma che non è sfuggita ai nostri occhi attenti e al binocolo di qualche turista che previdente ha portato con sé.

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L’inconfondibile sbuffo di una balena in lontananza.

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Dopo un paio d’ore di navigazione siamo ormai in prossimità dell’Isola Sud. Lasciamo il mare aperto e ci addentriamo nel meraviglioso Marlborough Sounds, e tra le isole e gli isolotti che lo compongono sono infinite le barche e i gommoni che incrociamo a pesca o a prendere il sole. Alcuni ci salutano agitando la mano e noi rispondiamo, contenti come bambini (ma sotto sotto anche un tantino invidiosi!).

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Arriviamo al porticciolo di Picton che quasi non ci va di sbarcare. Inoltre una foca particolarmente amichevole ci ha scortati dall’ingresso al porto fino al molo e noi continuiamo a cercarla con lo sguardo per farle altre foto. No, proprio non ci va di scendere.

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Il porto di Picton.

A terra recuperiamo i bagagli e ci avviamo verso il desk della Avis perché abbiamo un’altra macchina pronta per noi. C’è solo una impiegata, gentile, ma davvero troppo lenta per questa folla di turisti nell’ora di punta. Ci danno un’altra Toyota Corolla, ma invece di metterci subito in cammino preferiamo sgranchirci le gambe esplorando Picton.
Non c’è granché, sono tutti alberghi, pensioni, negozi di souvenir e ristoranti. Ne scegliamo uno con vista mare dal quale provengono brani dei Beatles e rockabilly americano anni’50.

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Ordiniamo cozze al vapore, che qui sono grandi e dalle curiose venature verdi sul guscio, saporitissime, un chowder di pesce squisito, fish’n’chips e una fetta di apple crumble.
Usciamo soddisfatti alla luce del sole che già comincia a farsi dorata per il tramonto alle porte e ci immergiamo nella vivace vita del parco lungo mare, dove oltre la spiaggia è possibile trovare panchine panoramiche, tavoli da picnic, presidio di papere e gabbiani dall’aria pasciuta, parchi gioco attrezzatissimi, bar.

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Ci mettiamo in cammino. Il tragitto fino a Kaiteriteri, ai margini del parco nazionale di Abel Tasman, è molto lungo e si snoda dapprima in una fertile valle ricca di vigneti, coltivazioni di mele, pere, kumara (una patata dolce tipica) e golden kiwi, quindi sale in montagna passando per paesini agricoli addormentati dove i pascoli sono a perdita d’occhio e delimitati tra loro solo da imponenti alberi secolari.

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Facciamo una breve sosta a Nelson, cittadina dal fare tranquillo, piena di pensioni e motel, ma che a noi ha colpito per il lungomare, affascinante con la bassa marea e a quest’ora i riflessi del sole al tramonto regalano delle languide sfumature dorate davvero ipnotiche.

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Kaiteriteri è il nome di una spiaggia che delimita il confine con l’Abel Tasman, un parco nazionale dove è possibile accedere esclusivamente a piedi o in barca in quanto senza strade né alloggi, se non campeggi alla buona per backpacker.
È divisa da un tratto di parete rocciosa dalla sua sorellina più piccola, Little Kaiteriteri, meta di vacanze per i neozelandesi fortunati che possono permettersi una di queste case vista mare. Niente di particolarmente sfarzoso. Il gusto degli abitanti di queste isole è semplice e pratico, ma è senz’altro la location a far la differenza.

Il nostro alloggio è su una collina che abbraccia dall’alto la costa. Si chiama Kimi Ora, “buona salute” in lingua Maori, nome che racchiude la filosofia di questo posto speciale. Il resort infatti è a basso impatto ambientale, sfrutta l’energia dei pannelli solari per avere acqua ed elettricità, ha orto e frutteto che danno i prodotti che vengono serviti a colazione, un pasto questo gustosissimo e rigorosamente vegetariano, con una vasta scelta di infusi, tisane e marmellate fatte in casa.
Gli alloggi sono dei cottage indipendenti in legno, sparpagliati in altura e immersi nella vegetazione, con un bel patio arredato che si affaccia sulla baia, a dir poco incantevole.

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E’ una di quelle strutture, in una di quelle località dove sarebbe bellissimo restare per settimane, in relax a godere delle loro piscine o trattamenti spa, o attivi all’aria aperta facendo trekking, andando in bicicletta o al mare.
Noi, purtroppo, staremo solo due notti, e ne abbiamo approfittato per una gita guidata in kayak organizzata dalla Wilsons, una compagnia che si occupa di accoglienza turistica nel territorio dal 1841.

Domani mattina abbiamo appuntamento in spiaggia alle 9 precise e al solo pensiero mi prende un pochino d’ansia. Sono salita su un kayak una sola volta in vita mia e mai in mare aperto,  mi chiedo se riuscirò a cavarmela o se ci sarà un bel bagno fuori programma.

Nel frattempo si è fatto buio pesto e la bellezza struggente di questo posto si palesa ancora più prepotente con un tetto di stelle illuminato sopra le nostre teste che ci lascia muti e increduli.

Abbiamo fame. Scopriamo che il ristorante del resort è chiuso per l’inverno così Vale è costretto a rimettersi in macchina per andare a cercare qualcosa da mangiare nel circondario. Tornerà solo dopo quasi un’ora (mi stavo davvero preoccupando), con un paio di tramezzini al pastrami, qualche mela e un paio di golden kiwi.

Ha trovato tutto chiuso, alcuni ristoranti addirittura dalle 16:30 e per un boccone è dovuto arrivare al centro abitato più vicino, Motueka, a circa venti minuti da qui, dove comunque ha trovato aperto solo un distributore di benzina e un piccolo store gestito da una donna indiana. Una volta acquistati gli unici tramezzini in vendita ha chiesto se fosse possibile comprare un po’ di frutta ed è qui che l’indiana si è alzata, è sparita nel retrobottega (casa sua) per poi ricomparire con la busta di mele e kiwi. Vale ha capito che la frutta proveniva dalla dispensa personale della donna perché quando ha chiesto il prezzo la signora gli ha risposto che era gratis. Non ci volevo credere quando me lo ha raccontato. A me questi gesti di generosità spontanea lasciano sempre sbalordita e mi rendo conto che è anche per questo che amo viaggiare. Adoro sentirmi nuda e impotente davanti a uno sconosciuto che con un semplice gesto è capace di insegnarti un mondo. Se restassimo nella nostra abitudinaria tranquillità non ci sarebbe più niente da scoprire, soprattutto del genere umano, che al contrario è la componente che più mi attrae di un viaggio.

Me ne vado a letto con un buon presentimento. La gita in kayak di domani non mi sembra più tanto insormontabile, non penso che mi manca casa e figlio, il mondo mi sembra un posto bellissimo dove vive gente bellissima.

E comunque io un kiwi così buono non l’avevo mai mangiato prima.

Domenica 3 luglio ci svegliamo presto per prepararci alla nostra escursione in kayak. Il sole sta sorgendo e l’alba sembra divertirsi a pennellare il cielo di giallo, di rosso, di blu, un ottimo auspicio per la splendida giornata che tra qualche ora uscirà.

L’appuntamento è previsto alle 9 sulla spiaggia di Kaiteriteri. Dall’hotel in pratica 1 minuto di macchina.

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Troviamo ad attenderci Sam, la nostra guida (ma in NZ le guide si chiamano tutte così?!), un bel ragazzo alto e con l’aspetto di un bagnino dall’abbronzatura atomica.
Ci prestano tutta l’attrezzatura necessaria per l’escursione, calzari da sub, pantaloni e giubbetti impermeabili, magliette termiche e pranzo al sacco. Lasciamo un numero da contattare per eventuali emergenze (facendo le corna), quindi facciamo conoscenza con gli altri ragazzi che parteciperanno al tour con noi, due sposini, in luna di miele anche loro, provenienti dal New Jersey.

Mentre lo dice il ragazzo assume un’aria quasi mesta, come a dire “scusate, non siamo proprio riusciti a fare di meglio“e non appena sente che veniamo da Roma si affretta a precisare che presto verranno in Italia, anzi che avrebbero dovuto partecipare a un matrimonio a giugno, a Milano, ma che per motivi di lavoro è saltato con suo profondo dispiacere… Sbaglio o sta continuando a giustificarsi senza motivo?
Lui ha l’aspetto di un marine fisicato in tenuta da guerra, ha modi pragmatici e parla deciso, come un vero militare.

Lei è dolce, biondina e rotondetta, e mi confessa di essere terrorizzata perché non è mai stata in kayak in vita sua.
La rassicuro perché in realtà neanche io sono esperta. In tutta la mia vita sono stata solo una volta a bordo di un kayak e mai in mare aperto.

Partiamo a bordo di una imbarcazione a motore, di quelle per andare a pesca, dove già sono sistemate altre persone che hanno pagato per altri tipi di tour.

Abbiamo scoperto questa compagnia di accoglienza turistica, la Wilsons, assolutamente per caso a forza di leggere forum e blog di viaggi. Il biglietto per la nostra escursione è stato prenotato e pagato in anticipo direttamente sul sito.

Io, Vale, la guida e la coppia americana veniamo lasciati dopo una mezz’oretta sulla spiaggia di Torrent Bay, dopo aver costeggiato la suggestiva Split Apple Rock, all’interno del parco nazionale dove, dietro le dune di sabbia, scorgiamo un rifugio in costruzione che possiamo usare come appoggio per lasciare zaini o tutto quello che potrebbe ingombrare durante la traversata.

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La Split Apple Rock.

Prendiamo i kayak e li trasciniamo fino al mare.
Sam ci spiega brevemente come dobbiamo salire, scendere, come posizionare le gambe e come usare le pagaie.
Siamo prontissimi ed eccitatissimi e non vediamo l’ora di mettere a frutto quello solo spiegato a parole.

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La giornata è una benedizione. Sam la definisce così e ha senz’altro ragione. Il mare è una tavola blu, cristallina, pacifica, ed è un vero privilegio poter esplorare la baia da questo punto di vista e con questo sole.

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Al largo un isolotto scoglioso chiamato Pinnacle Island ospita una colonia di foche. Bisogna tenersi lontano almeno 20 metri perché è zona protetta, ma è comunque facile vederle e sentirle anche da quaggiù.

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Sono spaparanzate al sole, qualcuna nuota in cerca di cibo mentre i piccoli chiamano le mamme con versi acuti e squillanti.
Avevamo letto che può capitare che una di loro possa salire a bordo del kayak, ma Sam ci dice che in realtà le foche non arrivano mai ad essere curiose fino a questo punto.
Se rinasco voglio rinascere foca di Kaiteriteri. Al riparo da predatori, tutelate dal parco nazionale, a mangiare sashimi tutto il giorno quando non troppo occupate a dormire o nuotare. Mica male, no?
Dopo un’ora e mezza di navigazione arriviamo a Bark Bay, una larga spiaggia deserta dove ci fermiamo per il pranzo.

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Sam ha portato un grande telo impermeabile sul quale poterci accomodare e ci offre tè e caffè caldi.
Nella sacca che ci hanno dato per il pranzo c’è di tutto, compresa la variante vegetariana se il panino con la carne non andasse bene, e poi frutta fresca, succo biologico, cookie al cioccolato e uno scone da spalmare con il burro.
Sono un po’ stanca, ho le braccia ma soprattutto le gambe talmente indolenzite da non riuscire a piegarle, e avrei una gran voglia di sdraiarmi sotto questo bel sole e farmi una ricca dormita, ma resisto. Voglio fare qualche foto e mi piace ascoltare le storie che Sam racconta (per me è tutto esercizio, anche se questo miscuglio di inglese e australiano non è molto facile da capire…), su chi fosse Abel Tasman, il primo europeo a mettere piede su queste terre, e non Cook come si potrebbe pensare, e di come le tribù maori si siano sterminate tra loro in una lotta al potere insana quanto deleterea. Sam conosce bene questo posto. È nato in una fattoria nei paraggi gestita dalla sua famiglia dalla bellezza di 150 anni, ma lui si occupa d’altro, dividendo il suo lavoro tra uscite in kayak o snow patrol sui ghiacciai più a sud per monitorare la neve.

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Non ho granché voglia di rimettermi a mollo, ma il viaggio di ritorno è bellissimo perché, complice la bassa marea, è come percorrere una rotta completamente diversa rispetto all’andata! Vediamo tratti di costa prima nascosti dall’acqua, strettoie attraverso le quali il kayak passa a mala pena se non aiutandosi con le pagaie, distese di cozze nere ad asciugare (e Sam ci svela il perché di quei gusci dalle venature verdi… Sono mitili importati dal Giappone che qui hanno trovato un habitat ideale per crescere e diventare gigantesche, a differenza delle cozze oriunde, molto più piccole).

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Era pieno di stelle marine là sotto 🙂

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Faccio fatica a riconoscere la spiaggia di questa mattina. Il capanno dove abbiamo preso le imbarcazioni dista almeno 300 metri ora e quel che è peggio è che ci tocca portare i kayak di tutti, guida compresa, su questa sabbia bagnata pesante come cemento.

L’americano deve aver preso la cosa come una specie di esercitazione e preso il primo kayak comincia a correre con noi dietro ad arrancare nel fango. Ehi Johnny, rallenta, mica c’è una medaglia in palio!
Simpatico ma leggermente competitivo il ragazzo… anche prima, a bordo dei kayak, sembrava non volesse farsi superare da noi e se questa cosa malauguratamente capitava, lo vedevi remare a più non posso con gli schizzi d’acqua che andavano da tutte le parti. Un mito!

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Sorpresa! La spiaggia si è moltiplicata….

Finita la sfacchinata restiamo ad attendere l’arrivo della barca che ci ha portati qui stamattina, nel frattempo scambiamo qualche parola con i nostri compagni d’avventura.
Anche loro stanno girando la NZ da nord a sud, ma tutta con i mezzi pubblici.

Torneranno a casa tra qualche giorno ripartendo da Christchurch, ma prima passeranno per Queenstown e a vedere i ghiacciai. Anzi, hanno proprio il pullman subito dopo, tempo di spogliarsi e già devono rimettersi in cammino verso sud perché l’indomani mattina una gita in elicottero li attende per vedere ed esplorare il ghiacciaio dall’alto.
Non li invidio per niente. Sinceramente non capisco cosa si possa godere di un viaggio quando i ritmi sono così serrati, senza neanche il tempo di una doccia o di una dormita.
Capisco che se uno ha pochi giorni voglia cercare di vedere il più possibile, ma in questo modo non si ha, secondo me, neanche il tempo di capire e metabolizzare dove ti trovi.

Siamo stanchi morti, leggermente bruciacchiati dal sole nonostante la protezione, con le labbra secche nonostante le bottiglie di minerale, pieni di sabbia e acqua da tutte le parti, ma, ragazzi, che esperienza meravigliosa! Mi è venuta voglia di comprare il kayak per usarlo tutto l’anno!

Salutiamo e ringraziamo, quindi ci facciamo una doccia al volo e andiamo a mangiare in un KFC in città, a 25 minuti da qui, perché il ristorante dell’albergo è chiuso per la stagione, e gli altri locali papabili a Kaiteriteri o chiudono alle 16:30 o sono chiusi perché è domenica.
Domani lasceremo questo posto straordinario, dove il silenzio è rotto solo dal canto degli uccelli e dal pigro ronzio delle api. Mi piange il cuore.

L’indomani mattina lasciamo Kaiteriteri intorno alle 10 dopo una abbondante colazione e torniamo indietro, a Blenheim, dove oggi pomeriggio ci attende un volo interno che in un’oretta ci riporterà ad Auckland.

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Prima di affrontare questo lungo viaggio, però, passiamo a vedere la vicina spiaggia di Little Kaiteriteri, un gioiello con vista magnifica sugli scogli, talmente vicini che si potrebbero raggiungere dalla riva, e ricca di conchiglie di diverse forme e colori. Rimaniamo per un po’ ad ascoltare il rumore del mare. E’ tutto così bello che non vorremmo andarcene mai, ma ahimè, il tempo scorre e controvoglia ci rimettiamo in cammino.

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Arriviamo a Blenheim intorno alle 14 che dobbiamo ancora pranzare. Ci fermiamo al Watery Mouth Cafè, un locale a due piani che affaccia sulla piazza principale della cittadina, famosa, come tutto il territorio del Marlborough Sounds, per il vino.

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Sulla via di ritorno per Blenheim…

Il locale è gestito da due ragazze che nel 2009 sono state protagoniste di un viaggio epico. Hanno noleggiato un pulmino Volkswagen a bordo del quale hanno girato l’Europa, la bellezza di 16 paesi, compresa l’Italia. Ci sono foto ovunque che ritraggono il famoso orsetto Paddington in posa per le varie località toccate dalle ragazze, scelto come testimonial speciale e coloratissimo a spasso per il vecchio continente.
Una delle due ragazze è alla cassa e vedendoci incuriositi a sbirciare tra le cornici appese qua e là ci racconta di questa esperienza meravigliosa che le ha portate a entrare in contatto con altre culture, altre tecniche di cottura, in poche parole altre culture del cibo, un tesoro che hanno riportato con sé a casa e che cercano di riproporre ogni giorno lavorando nel loro locale.
Non capita spesso di rapportarsi con persone che hanno la stessa passione per il proprio mestiere come la giovane donna che ho davanti, che parla in fretta con gli occhi accesi e un sorriso timido. Crede molto nel girl Power, sottolinea più volte che le donne insieme possono fare grandi cose, e nel locale sono infatti solo ragazze, molte delle quali in vacanza studio/lavoro, a servire ai tavoli e al banco.
Usciamo sulla piazza antistante davvero ammirati e soddisfatti per il pranzo, che si è rivelato ottimo. La carne di agnello è davvero eccezionale un po’ ovunque in NZ, ma qui era proposto con una fresca salsa alla menta davvero deliziosa.

Arriviamo al minuscolo aeroporto di Blenheim, lasciamo la macchina nel parcheggio della Avis ed entriamo ad aspettare il nostro volo.
Non ero mai stata in un aeroporto così piccolo che contemporaneamente serve voli civili e militari.
Resto affascinata a osservare le abili manovre di atterraggio di enormi aerei in tuta mimetica essendo il nostro punto di vista in un certo senso privilegiato. La pista è ad appena una porta scorrevole da noi, ma comincio a percepire una vaga inquietudine quando capisco che l’aereo della Air New Zealand sul quale viaggeremo è di quelli minuscoli con ancora i motori a elica esposti.
La claustrofobia si spreca quando vedo la testa di Vale doversi piegare per salire a bordo e per raggiungere il nostro posto. Non mi era mai presa prima d’ora. Che sensazione tremenda, davvero non la auguro a nessuno. Non so come riesco a calmarmi, forse complice il magnifico tramonto che ha tinto il nostro finestrino di tutte le sfumature immaginabili di rosso, o forse le hostess che in poco tempo sono passate innumerevoli volte a offrire caramelle, bevande, piccoli snack.

In un’ora siamo di nuovo ad Auckland. Compriamo dei tramezzini per la cena, chiamiamo un taxi e raggiungiamo il nostro alloggio, un Ibis Budget letteralmente attaccato all’aeroporto. Abbiamo il volo prenotato per domani pomeriggio e avendo visto praticamente tutto di Auckland abbiamo pensato di non allontanarci troppo da qui né tantomeno spendere troppi soldi per soltanto una notte.
Siamo convinti di questa scelta finché non vediamo l’hotel. Siamo stati ospiti tante volte di questa catena di alberghi a buon mercato, ma mai ce ne era capitato uno così.
Sembra un dormitorio. Quando arriviamo alla reception per registrarci c’è una tale confusione che sembra un mercato. Bambini in pigiama che corrono scalzi nella hall, valige apparentemente senza proprietari che ingombrano l’ingresso, una anziana donna asiatica, forse coreana, che sembra non avere la più pallida idea di dove si trovi e continua a chiedere cose pur non capendo una parola di inglese alla già spazientita receptionist.
Non ho mai visto gente così demotivata nello svolgere il proprio lavoro, l’esatto opposto delle ragazze conosciute a pranzo poche ore fa.
I receptionist di questo Ibis Budget ti salutano, ti danno la chiave della camera e ti salutano di nuovo senza mai staccare gli occhi dal pc di fronte a loro. Per qualsiasi informazione in più (il wifi c’è in camera? è gratuito o no? qual è la password?) dovrai essere tu a fare una specie di interrogatorio e guai a dimenticarti un dettaglio se no, avanti il prossimo e taaac, hai già perso il turno.
Con l’ascensore gremito saliamo al quarto piano e ho la sensazione di trovarmi in un residence per disadattati. Chiusi nella nostra stanza-loculo, con la mappa dei segni sulle pareti lasciati dal passaggio di tutte le precedenti valige e le lenzuola del letto talmente impolverate da celebrare il festival dell’acaro, sentiamo litigare in corridoio una famiglia sull’orlo di una crisi di nervi, volume della TV a livello “batterie Myco scariche” e rumori di passi non proprio felpati dal piano di sopra.
Ho pensato che se fossi riuscita a sopravvivere a quella notte avrei davvero potuto dire di essere una viaggiatrice a tutti gli effetti, colei che intrepida ha dormito ovunque. Ma gli acari ci sono davvero e la notte morsicano come assassini.

Il giorno dopo non vedo l’ora di lasciare questa topaia. Facciamo il check out, lasciamo le valige al deposito (è possibile lasciare i bagagli al deposito? ehm..avete un deposito? A quel punto il biondo cherubino messo come receptionist ci ha indicato con la mano aperta e senza dire una parola di piazzarle di fianco alla sua sedia ..) e ci immergiamo in sei dilatatissime ore da passare prima di imbarcarci!

Troviamo un bar delizioso a pochi passi da qui, tutto colorato e con invitanti poltrone sulle quali bivaccare, si chiama Café Jamaica. Restiamo per buona parte della mattinata, finché le palpitazioni cardiache ci avvisano che stiamo esagerando con il tè, quindi paghiamo e ce ne andiamo. Qui intorno hanno costruito una specie di duty free all’aperto, non è difficile passare il tempo e, volendo, acquistare qualcosa, ma a noi non serve granché così, dopo un panino veloce quanto gustoso da Carl’s Jr., ci avviamo con il servizio navetta dell’hotel direttamente al terminal.
La cosa più difficile nell’aeroporto di Auckland è trovare un posto a sedere. Ci sono aree immense di mattonelle lucide che rimangono così, vuote, inutili, tanto per far vedere che lo spazio ci sarebbe eccome ma no, è più elegante se rimani in piedi come un cavallo, lasciandoti immaginare quante comode sedute ci sarebbero potute entrare.
Una volta trovato posto però il gioco è fatto e tra una ritocattina al diario di viaggio e un’occhiata curiosa all’ennesima famiglia maori in partenza (sono tutti a gruppi di non meno 5 persone, tutti belli in carne, uomini donne e bambini, e amano farsi foto e selfie con sfondi improbabili come gli estintori o le toilette) il tempo scorre che è una meraviglia.

Sono contenta di tornare a casa dal mio piccolino.

Sorrido immaginando quando lo tempesterò di baci al mio rientro e lui che proverà a difendersi ridendo a crepapelle con la manine protese verso di me.
Questa esperienza è stata meravigliosa e travagliata insieme e mi ha fatto senz’altro capire che più di due settimane io senza il mio Sami proprio non so stare!

Ma anche l’appagante consapevolezza che ormai l’era dei viaggi a due è bella che passata e senza recriminazioni.

E poi tra qualche giorno si riparte per la nostra seconda parte del viaggio di nozze!

Creta ci aspetta!

Calduccio, arriviamo!