Val Pusteria: a un passo dal cielo

Finalmente arriva il ponte del 2 giugno, due giorni di ferie da agganciare ad altri tre di turni favorevoli per una nuova, entusiasmante avventura. Si va in montagna, si parte per la Val Pusteria!

Totalmente inesperti della zona, ci siamo affidati ai consigli dei blogger che già ci sono stati e a quelli degli amici più esperti. Ci siamo documentati leggendo forum e diari di viaggio e la conclusione è stata la costruzione di un bell’itinerario a prova di famiglia.
Sono molto contenta per com’è andata e per come ci siamo organizzati.
A parte un po’ di sfortuna con il tempo (in pratica abbiamo trovato pioggia tutti i giorni, ma in montagna, si sa, può capitare), non cambierei niente tra viaggio in macchina, alloggio, quanto visto e-perchè no?-mangiato.
Ma andiamo con ordine.
Partiamo giovedì mattina intorno alle 9. Il bambino è stato talmente buono da permetterci solo due soste, una per la colazione sulla A1, e l’altra per il pranzo sulla A22.
Gli host della casa che abbiamo preso in affitto su Airbnb a Brunico sono talmente premurosi da riempirci di messaggi durante il tragitto per sapere dove siamo, se abbiamo bisogno di aiuto per la strada e ci chiedono di avvisarli circa dieci minuti prima del nostro arrivo in modo da farsi trovare pronti con le chiavi in mano.
Arriviamo a Brunico nel tardo pomeriggio, stanchi morti. Il salvifico posto macchina privato proprio di fronte quello che presto scopriremo essere l’appartamentino in cui alloggeremo, ci risparmia una bella fatica. I parcheggi si contano sulle dita di una mano, o tutti privati o tutti a pagamento e questi ultimi per lo più introvabili.
Renate ci viene incontro nel suo semplice tubino nero. Ha gli occhi di un bell’azzurro, senza un filo di trucco, mi dà l’idea di una donna pratica ma elegante. Quando scendiamo dall’auto ci squadra, acuendo un po’ della mia insicurezza nel non sentirmi a posto, fresca e riposata. Soprattutto studia il bambino, secondo me pensando ai possibili danni da mettere in conto a fine rapporto, immaginando già la casa lasciata come uno schifo.
L’appartamento all’ultimo piano è grazioso, un mix ben riuscito tra un loft di città e una baita di montagna, con i tetti a mansarda completamente rivestiti in legno e l’arredamento moderno.

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Renate ci lascia anche un seggiolone per il bambino, per semplificarci la vita per i nostri pasti in casa, ci fa pagare la tassa di soggiorno e se ne va.
Disfiamo i bagagli, laviamo via un po’ di stanchezza con un bel bagno caldo (non resisto quando vedo una vasca…le case in montagna dovrebbero averle obbligatoriamente), quindi siamo pronti per andare a cena.
Davide del blog Looking for Europe ci aveva consigliato di mangiare a L’Agnello Bianco, ma non avevamo fatto caso a quanto fosse vicino casa. In pratica, prendiamo la macchina per pochi metri, ma a dirla tutta non si è rivelata alla fine una scelta tanto sbagliata: sta cominciando a piovere.
L’Agnello Bianco è al piano di sopra di quello che sembra un antico palazzo, con gli intonaci pitturati di rosa scuro e una bella insegna di ferro battuto a raffigurare l’animale. E’ un locale caldo e accogliente, tutto in legno, con un gran banco del bar, tavoli rialzati con sgabelli e un camino enorme sulla sinistra. Le cameriere sono vestite con gli abiti tradizionali da tirolese e la più giovane delle due, quella che parla un po’ di italiano, ci fa accomodare in una saletta appartata, quasi privata, dove si trova un tavolo per almeno sei persone e una panca, con qualche cuscino qua e là per renderla più comoda.
Prendiamo un antipasto misto di speck, affettati e formaggi locali, con una forte ma gustosa salsa al rafano e sottaceti.
Poi lo stinco di maiale con patate al forno e crauti (mai mangiato così buono!) e gulash con canederli, il tutto accompagnato da ottima birra Forst, ovviamente.
Solo a fine serata ci rendiamo conto che la vera specialità della casa, se non di Brunico, sono gli asparagi bianchi. C’è una pagina del menù completamente dedicata a tutti i piatti proposti con questo gustoso ingrediente e il vino più adatto per l’abbinamento. A fine pasto ci offrono due grappe fatte in casa per digerire, una ai mirtilli, l’altra al ginepro. Che buone! E questi aromi di natura penetrante mi fanno proprio sentire in montagna!
Venerdì mattina il tempo è uggioso. Scendiamo in strada per fare colazione al bar, ma non riusciamo a trovare niente di aperto, nemmeno un supermercato. Saliamo in macchina direzione Lago di Braies, con l’intento di mangiare qualcosa non appena arrivati, ma la fila che incontriamo per via di certi lavori stradali smorza un po’ l’entusiasmo iniziale, nonostante gli splendidi panorami tra Perca, Villabassa, Monguelfo.
Quando arriviamo alla Valle di Braies, nel parco di Fanes Senes Braies, patrimonio UNESCO, sta cominciando a piovere, ma non ci facciamo scoraggiare. Ho aspettato tanto per vedere questo lago e ora che sono qui, al cospetto di queste acque dal verde inverosimile, non mi sembra vero. Prendo una fetta di strudel al bar per colazione e una volta fatte le foto alla romantica palafitta dalla quale partono delle barchine a remi da prendere a nolo, scendiamo in spiaggia e prendiamo il sentiero lungo la sponda orientale del lago, sicuramente più facile da fare con il passeggino.
Gli scenari da quassù sono meravigliosi! Questa distesa di acqua solo leggermente increspata dalle barche dei turisti, le montagne possenti a circondarlo, come a voler proteggere una simile bellezza, il verde deciso degli abeti e il giallo delle ginestre, a incorniciare il tutto, qualora ci fosse bisogno di ancora più colore.

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Arriviamo alla spiaggia orientale del lago dove Sami impazzisce di gioia nel cercare il sasso più grande che faccia un “pluf” ancora più rumoroso e dopo un po’ che si è alzato il vento, segno inequivocabile di tempesta in arrivo, ce ne torniamo indietro.
Per pranzo ci fermiamo a mangiare un boccone nel ristorante del famoso Hotel Lago di Braies. Ci fanno accomodare all’interno, in un grande salone dall’aria attempata e dove i pochi camerieri in servizio schizzano da una parte all’altra come biglie impazzite. Ordiniamo un ricco antipasto di salumi, speck e formaggi, una cotoletta panata con patate fritte e degli gnocchi al sugo per il piccolo che però, provato dall’escursione, preferisce cadere addormentato.
Aspetteremo 40minuti per un caffè che non arriverà mai e per fortuna che abbiamo alla fine controllato il conto, perchè ci siamo trovati delle portate mai mangiate.
Con calma ci spostiamo nel paesino di San Candido per una passeggiata pomeridiana. Aspettiamo che finisca di piovere prima di scendere dalla macchina, tanto il bambino è ancora profondamente addormentato, non c’è fretta.

Una volta spiovuto andiamo a fare un po’ di provviste per la cena di stasera e le prossime colazioni. Troviamo un negozio aperto appena fuori il centro storico che sembra più una macelleria con  latte, yogurt, formaggi e qualche altro bene di prima necessità in vendita. Dopo la merenda siamo pronti per una camminata in centro.

Visitiamo la Colleggiata di San Candido, una chiesa romanica del 1043 circondata da un verde cimitero puntinato di grandi croci in elegante ferro battuto, quindi siamo in Piazza San Michele, il principale snodo del paese, sulla quale affacciano alberghi, bar e la parrocchia omonima, dalla caratteristica torre cilindrica. Scopriamo in una delle traverse lungo il corso principale un museo molto particolare, il Dolomytos, che ripercorre la storia della famosa catena montuosa dai tempi in cui era una barriera corallina ad oggi, ricca di un minerale chiamato gergalmente, Dolomia. Tra i vari reperti anche molte testimonianze della presenza di dinosauri. Affascinante davvero.

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Compriamo qualche souvenir e l’occorrente per il picnic di domani e ce ne torniamo a Brunico, sotto una pioggia insistente. La sera è previsto relax. Bagno caldo, cartoni in TV, spatzle al pomodoro, wurstel, formaggi locali e tutti a nanna.

Sabato brilla il sole, non ci pare vero, quindi ci prepariamo per andare a vedere le famose Tre Cime di Lavaredo. Ammetto la mia ignoranza, non sapevo facessero parte delle Dolomiti del Veneto, ma in effetti, anche se per poco, sconfiniamo in un’altra provincia, quella di Belluno. Con il bambino piccolo e il passeggino è impensabile mettersi a percorrere i sentieri trekking che partono dal rifugio Auronzo, a 2500 mt. di quota o tutta la passeggiata che dalla valle di Monte della Piana sale su alle cime.
Il nostro progetto è di salire il più possibile con la macchina per gustarcele da qualche punto panoramico. Ma purtroppo troviamo la strada per salire completamente chiusa. C’è una vigilessa messa a guardia della transenna che ci dice che per via di una gara ciclistica il passaggio resterà chiuso fino alle 15:30.
Che sfortuna! E nel pomeriggio è prevista pioggia, ora invece brilla un sole beffardo!
Non ci resta che trovare qualcosa da fare fino a quell’ora. Non avrebbe senso tornare indietro, quindi restiamo nei pressi di Misurina per vedere il suo lago.
In un precedente articolo vi avevo parlato delle leggende legate a questo specchio d’acqua e a quello di Braies. Le storie legate alle varie località, specialmente quelle di montagna, così legate al folklore locale, mi hanno sempre incuriosito e ogni volta che le ascolto mi fermo a pensare a un possibile, affascinante, fondo di verità.

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Il Lago di Misurina è una bellezza, circondato dal Monte Sorapiss, dalle Cime di Lavaredo e…campi erbosi. Tra le varie strutture ricettive, lungo la strada che esce dal paese, c’è un sentiero che sale lungo la montagna fino a una malga a 1800 metri ormai divenuto un agriturismo. E’ possibile passeggiare tra mucche bellissime e splendidi cavalli, che magari per molti non sarà niente di straordinario, ma per noi sì, specialmente per nostro figlio.

DSC_0217 2DSC_0227 2DSC_0229DSC_0237 2Facciamo un picnic lungo le sponde del lago e poi passeggiamo seguendo il suo periplo, una strada facile col passeggino, tutta in piano, tra genzianelle viola e pesci guizzanti.

La gara di ciclismo intanto prosegue con quello spirito di festa che sempre accompagna manifestazioni come questa, fatte di appassionati, musica e tifosi. Alle 15:30 vengono rimosse le transenne e partiamo alla volta delle Tre Cime di Lavaredo. Piove come non ci fosse un domani, e non è facile stare attenti alla strada, a questi tornanti vertiginosi, ai ciclisti ritardatari rimasti ancora in gara e contemporaneamente a dare una occhiata alla meravigliosa natura che ci circonda. Poco prima di pagare il pedaggio di 25€ notiamo un lago che sembra fatato, tra i più belli che abbia mai visto nella mia vita, quello di Antorno.

Sembra incantato nella sua valle, circondato da abeti e fiori. Al ritorno lo vedremo sotto la luce di un timido sole e sarà ancora più spettacolare, nella sua pace e silenzio.

DSC_0340 2DSC_0341 2Con la macchina superiamo il Rifugio Auronzo, dal quale si diramano le varie vie di trekking per vedere le Cime da vicino. Aspettiamo che smetta di piovere e sotto un vento pungente non possiamo fare altro che restare imbambolati a bocca aperta davanti a tanta perfezione. La chiesetta di Santa Maria Ausiliatrice (anche detta “del furto” perché costruita dagli alpini con materiali di fortuna) di fronte alla Croda di Toni stimola la fantasia e già mi vedo in futuro con Sami più grande a percorrere quella mulattiera.

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Torniamo con calma alla valle di Monte della Piana dove un gruppetto di dolcissimi asinelli si è avvicinato a un camper che sta allestendo un barbecue all’aperto: l’odore è invitante, deve aver messo loro (e non solo i soli) un certo languorino. I quadrupedi sono bellissimi nonostante siano sporchi di fango, si fanno carezzare senza paura e alcuni hanno dei campanelli legati al garrese che trillano al minimo movimento.
Questi luoghi, queste situazioni mi danno la sensazione di vivere una specie di realtà perfetta e ovattata, un modo di vivere talmente ideale da apparire quasi onirico.

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La montagna mi fa questo effetto. Forse, in un’altra vita, ero un’asceta.

Domenica il tempo non promette niente di nuovo. Partiamo in direzione Dobbiaco per visitare l’omonimo lago, ma anche una riserva naturale particolarissima, la Casa Stube di Gustav Mahler.
Ho trovato questa attrazione perfetta per bambini e famiglie girovagando su internet in cerca di informazioni, e devo dire che i commenti entusiasti letti su alcuni forum di viaggio non hanno deluso le aspettative.
Si trova in via Carbonin Vecchia ( da non confondersi con l’omonima località, circa 15 km di macchina più giù….Noi lo abbiamo fatto e siamo rimasti impelagati tra traffico, pioggia e una gara di corsa campestre), un vecchio maso dove visse per un periodo il musicista boemo Mahler, appunto, il cui grande giardino è stato adibito a riserva naturale, una sorta di zoo all’aperto dove i bimbi possono dare da mangiare e accarezzare i vari animali presenti, dai cavalli alle caprette, dai cinghiali ai buoi, dai daini alle renne. Gli animali sono tutti dolcissimi, non hanno paura dell’uomo e si fanno avvicinare e toccare senza problemi. Non avevo mai dato del cibo a una capra o carezzato un asinello in vita mia. Non si può spiegare la gioia nel poter fare un’esperienza come questa, semplice se vogliamo, per alcuni magari banale, ma soprattutto quanto sia stato bello farlo con nostro figlio. Vicino la biglietteria (2€ per i bambini dai due anni in su, 5€ per gli adulti) c’è anche un piccolo parco giochi, mentre è possibile dormire e mangiare all’interno della casa.

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Prenotiamo un tavolo per il post passeggiata, una scelta saggia visto l’acquazzone che ci ha quasi costretti alla fuga. Il ristorante ha pochi coperti ed è a conduzione familiare. Si possono gustare i piatti tipici del Sud Tirol, e quindi speck, canederli, spatzle, strudel di mele, anche se su prenotazione si prepara la specialità della casa, la sella di camoscio al forno.
L’acquazzone che caratterizzerà il resto del pomeriggio invita a fare poco altro, se non tornare a casa per riposare e asciugarsi.
La sera usciremo per una passeggiata per le vie di Brunico. Il centro storico è a due passi da qui. Oltrepassata porta San Florian ci si immette lungo la Via Centrale sulla quale affacciano bei palazzi dalle facciate affrescate, colorate in delicate tinte pastello e con le finestre adorne di fiori. Mi ha ricordato vagamente Monaco di Baviera. Sarà che anche il sentir così tanto parlare tedesco ha favorito questa associazione e posso dire che in certi momenti ho faticato a rendermi conto di trovarmi in Italia, sensazione questa per niente fastidiosa.

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Purtroppo i negozi del centro sono sempre stati chiusi in questi giorni di Ponte, quindi non abbiamo avuto granché modo di fare acquisti. Questo fa capire quanto benessere ci sia se anche i bar o i locali più turistici possono permettersi di stare a serranda abbassata durante un periodo di festa.
Per trovare qualcosa da mangiare dobbiamo tornare vicino casa, poco fuori le mura quindi, e prendiamo una pizza a portare via davvero squisita. Il locale si chiama Rienz Brau, e ve lo segnalo non tanto per i prezzi, su alcuni piatti un po’ esagerati, quanto per le pizze gourmet cotte nel forno a legna e per la birra artigianale. Prende il nome dal fiume Rienza che scorre impetuoso proprio in mezzo al paese. Meravigliosi sono i localini che permettono l’affaccio su queste rapide.

Lunedì è già tempo di tornare a casa. Ci svegliamo presto per pulire la casa e per fare i bagagli, quindi aspettiamo che alle 10 arrivino i nostri host per restituire le chiavi. Stavolta l’algida Renate è venuta accompagnata da suo marito, Christophe, un signore di mezza età dalla stretta di mano decisa, come piace a me.
Qualche parola di commiato e siamo pronti a partire. Arrivederci verdi montagne. Spero di rivedervi presto.